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La misura del mondo – Daniel Kehlmann

Di solito non mi piacciono i libri ironici, ma stavolta mi sono divertita col romanzo sulle vite dei due scienziati Von Humboldt e Gauss.

Von Humboldt fondò la geografia moderna: di buona famiglia, viaggiò per il mondo, soprattutto nell’allora poco conosciuta America del Sud (siamo alla fine del Settecento), rischiando spesso la vita e trascinandosi dietro un assistente che lo seguì, docile, per anni tra caverne e montagne, vulcani e foreste vergini, veleni, cannibali e allucinazioni.

Humboldt aveva esaminato tutto quanto non avesse piedi e paura a sufficienza per scappare davanti a lui.

Gauss, invece, era di famiglia più modesta. Odiava spostarsi e viaggiare, adorava la madre e le donne. Era un genio: il suo cervello funzionava decisamente in modo diverso dagli altri, tanto che per lui tutti quanti erano troppo… lenti!

Lui e Von Humboldt non si conobbero da giovani, ma fin da giovani sentirono parlare l’uno dell’altro, fino a incontrarsi a Berlino nel 1828 per un congresso scientifico.

Entrambi erano ossessionati dalle proprie passioni, entrambi misuravano e misuravano tutto ciò che capitava sotto i loro occhi: dall’altezza delle colline al magnetismo, dalla larghezza dei fiumi alla lunghezza… delle rette.

Entrambi, dentro di sé, vedevano il futuro: erano capaci di immaginare qualcosa che ancora non c’era, e, se da un lato si rammaricavano di non poter far parte di quel futuro, dall’altro erano orgogliosi per il contributo che davano alla sua costruzione.

Ed entrambi, alla fine della propria vita restano perplessi dell’immensità del lavoro che ancora c’era da fare.

Le scene più umoristiche sono quelle in cui traspare, per entrambi, la totale indifferenza alle piccole magagne quotidiane che al resto dell’umanità sembrano problemi universali: una nave che fa naufragio, una moglie che partorisce, un Bonaparte che mette a ferro e fuoco l’Europa, un ricevimento a cui partecipano re e duchi, sono, per i due scienziati, elementi irrilevanti, se non, addirittura, seccature che si frappongono tra loro e i loro ragionamenti.

Voto: 3 stelle su 5.

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La carrozzina e il presidente, Franco Piro e Lia Gheza Fabbri @MarsilioEditori

Leggendo l’introduzione a questa biografia sono incappata in una frase che mi ha fatto notare una cosa:

In Svezia, in Norvegia, in Germania, ma soprattutto negli USA, questi cittadini handicappati si vedono circolare per le loro città, qui da noi è raro vedere qualcuno in carrozzina.

Il libro è del 1986. In più di trent’anni non mi pare sia cambiato molto. Ad ogni modo…

Parliamo del presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, che dall’età di 39 anni è rimasto infermo in una carrozzina a causa della poliomielite (by the way, anche i due autori, entrambi professori universitari, ne sono stati colpiti).

Premettiamo che Roosevelt era ricco di famiglia, si è potuto pagare carrozzine, tutori, busti, medici, terme ecc… ciò non toglie, che quando gli è piovuta dal cielo questa malattia, la sua vita è cambiata.

Eppure è riuscito a diventare presidente degli Stati Uniti, uno dei paesi più attenti e pignoli sulla forma fisica del loro capo. Come ha fatto?

Bè, considerate che su 35.000 foto circa che lo ritraggono, solo due lo mostrano in carrozzina. Bisogna inoltre considerare che allora lui parlava alla radio, non andava alla TV.

Si sapeva della sua malattia, ma lui, aiutato da famiglia e amici, ha sempre cercato di non farla apparire come un handicap. Riusciva, a costo di altissimi sforzi, a raggiungere con le proprie gambe i palchi da cui doveva parlare: erano gambe ingabbiate in pesanti ferri, lente, ma, appoggiato al braccio di un figlio o di un amico, Roosevelt non mostrava la carrozzina in pubblico. C’è un episodio del libro in cui Roosevelt, che aveva sviluppato robusti muscoli nella parte superiore del corpo, per raggiungere il luogo da cui deve tenere la conferenza, sale, pian piano, aiutandosi con le braccia, per le scale antincendio di un palazzo. Arriva sudato e accaldato in cima, ma ci arriva, e nessuno degli astanti se ne accorge.

Nel libro si parla del suo amore per la natura (fa piantare milioni di alberi durante le sue candidature) e per il nuoto. Ma si parla anche degli esercizi che lui inventava per se stesso e per gli altri, e di come li insegnasse ai malati quando andava alle terme.

L’attenzione per i deboli e i malati non era dunque casuale. Il New Deal, forse, non è stato casuale.

E’ esemplare leggere alcuni dei suoi discorsi di allora, farebbero vergognare gli Stati Uniti di oggi:

Intendiamo infine ottenere la libertà dalla paura, perché nessun uomo, nessuna famiglia, nessuna nazione viva perpetuamente sotto l’incubo del pericolo delle bombe, delle invasioni e delle relative distruzioni.

(Tacciamo dunque di tutte le intromissioni, armate e non, che gli odierni Stati Uniti impongono a paesi su tutta la superficie del globo…)

Sentite quando parla di libertà:

La prima è la libertà di parola e di espressione, ovunque nel mondo. La seconda è la libertà di ogni persona di adorare Dio alla propria maniera, ovunque nel mondo. La terza è la libertà dal bisogno che, tradotta in termini mondiali, significa intese economiche che garantiscano ad ogni nazione una esistenza sicura e pacifica per i suoi abitanti, ovunque nel mondo. La quarta è la libertà dalla paura, che, tradotta in termini mondiali, significa riduzione degli armamenti su tutta la terra.

Detto negli anni Quaranta a una nazione dove oggi non c’è più giornalismo indipendente, dove non si può abortire perché ti sparano in testa e picchettano le cliniche, dove le armi vengono vendute pure ai bambini.

E ricordiamoci che gli Usa dobbiamo tenerli sotto controllo, perché noi italiani prima o poi finiamo sempre col copiarli.

Certo, il libro tace di certi lati oscuri. Non nomina ad esempio, i campi di internamento per giapponesi che furono istituiti dopo l’attacco di Pearl Harbour. Ma sono rimasta affascinata dal grado di idealismo dei discorsi di Roosevelt (sebbene ce ne siano troppi, nel libro, alla lunga diventano noiosi; e sebbene sappia che l’applicazione pratica poi abbia avuto i suoi lati oscuri).

Una bella politica, insomma. Almeno a parole: da signori.

 

 

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