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Lolita – Vladimir Nabokov

Capolavoro della letteratura mondiale.

Così, perlomeno, è definita quest’opera. E dopo “Leggere Lolita a Teheran”, mi sembrava logico passare all’originale Lolita, anche perché mi piaceva l’interpretazione che ne dava Azar Nafisi, come di un romanzo che mostra come il potere oppressivo sia cieco ai bisogni e ai sentimenti altrui.

Sì, c’è anche questo in Lolita; e c’è anche molto altro. (Quasi) di sicuro, però, escluderei l’etichetta di “romanzo erotico”, etichetta utilizzata dal Club Degli Editori per identificare il libro con la pruderie necessaria ad aumentarne le vendite (con tanto di donne seminude sul retro di copertina, vedi foto) e ad inserirlo nell’omonima collana del 1978.

Ora: mi è piaciuto?

Ebbene, giudicatemi grezza, ma non lo inserirei nella lista dei miei libri preferiti; e c’è un motivo ben preciso: in questo romanzo non c’è nessuno con cui identificarsi. Nessuno. Neanche un personaggio secondario. Neanche l’operatore ecologico che svuota i secchi della spazzatura. Neanche la vecchina che prende un po’ d’aria sul portico.

Humbert Humbert, che parla in prima persona, è un uomo di cultura, fine, elegante, educato, che si intende di letteratura, che ricorre molto spesso a citazioni erudite. Sarebbe il personaggio giusto in cui identificarsi per guardare la storia dall’interno: peccato che sia un pedofilo.

La parola “pedofilo” non compare mai nel libro, così come non compaiono mai scene di sesso, ma come lo definite uno che va fuori di testa per le ragazzine di 11-13 anni? Uno che sposa la madre di Lolita pur di poter stare vicino alla sua adolescente tentazione? Uno che attraversa tutti gli Stati Uniti per godersi la “gioventù” di Lolita una o due volte al giorno senza mai perdere di vista le amichette della figlia adottiva?

C’è addirittura un passaggio in cui Humbert si lamenta che dopo due anni di vagabondaggi Lolita sta crescendo, e allora pensa di sposarla, per fare una figlia, che sarà uguale alla madre; e lui fa due conti, per giudicare che quando la figlia sarà pubere, lui sarà ancora sessualmente attivo; e poi si spinge ancora più in là, pensando alla nipotina…

Ecco, non si può identificarsi in un personaggio del genere senza definirsi malati.

Ma non ti puoi immedesimare neanche in Lolita. Per quando Humbert sia un narratore inaffidabile (e tu lo sai, che è inaffidabile), Lolita è da prendere a sberle. Non sono riuscita a sentire empatia per lei, neanche quando insultava Humbert per averla violentata. Credo sia un effetto voluto: Humbert te la descrive in modo così diabolico, che alla fine la vittima diventa il carnefice.

Anzi, più in generale, tutto il libro ti sfasa le sensazioni: mentalmente capisci che dovresti essere disgustato da Humbert, ma non lo sei. Mentalmente capisci che dovresti essere dalla parte di Lolita, ma non lo sei. E alla fine ti ritrovi quasi a prendere le difese di Humbert, a diventare un suo Bruder (fratello), come ti chiama lui mentre scrive le sue memorie.

Questo è il punto: siamo tutti colpevoli.

Tutti ci giustifichiamo, ci ammantiamo di cultura, di buone intenzioni, eppure, per quanto cerchiamo di abbellire la nostra maschera (maschera! Parola chiave!), dentro ci portiamo i nostri piccoli e grandi mostri.

Non è spiazzante?

Insomma, nel romanzo non trovi nessuno con cui identificarti. E la storia è una storia di sfruttamento e morte e infelicità.

E allora come ci si salva?

Con l’arte.

Senti qua:

Se non è possibile dimostrarmi che nel divenire infinito non importa un fico se una bambina pubere nord-americana a nome Dolores Haze è stata privata della fanciullezza da un maniaco, non vedo altro rimedio alla mia infelicità se non il palliativo malinconico e del tutto locale dell’arte articolata.

O ancora, alla fine:

(…) penso al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu ed io possiamo condividere, Lolita mia.

E difatti, la prosa del romanzo è arte allo stato puro.

Leggiamo di personaggi senza libertà di scelta, di gente infelice o, quando va bene, meschina (o almeno così ci viene descritta), ma attraverso lo schermo di un linguaggio da esteta, e l’abnorme perde in mostruosità.

Maschere, libertà, sensibilità, intellettualismo, paura, ossessione, passione, umanità, menzogna… ecco alcuni temi di questo romanzo. Che può piacere o non piacere, ma di sicuro non ti lascia indifferente.

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