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La croce buddista – Jun’ichiro Tanizaki

imageUn popolo e’ la sua letteratura?
Spero di no. Per i giapponesi, dico.
Prendiamo Tanizaki.
Se non consideriamo “Neve sottile”, molto delicato e infarcito di japonesisme, e prendiamo, ad esempio, “La chiave” oppure “Il diario di un vecchio pazzo”, uno si fa l’idea dei giapponesi come gente quanto meno sessualmente malata (sebbene io personalmente non abbia ancora trovato una definizione ufficiale mondialmente valida di malattia, lasciamo stare l’OMS).
Ora che sto leggendo “La croce buddista”, i dubbi aumentano.
Tema: due donne si innamorano l’una dell’altra. Una è sposata, l’altra no, ma ha uno pseudoragazzo impotente. Il marito della prima sa del rapporto omosessuale delle due. Il ragazzo della seconda, idem: ma sottoscrive una specie di contratto con l’amante della fidanzata affinché mantengano i rapporti anche dopo il matrimonio; lui, per suo canto, si impegna a non far figli con la futura moglie.
Ma che bel quadretto.
“Non c’era alcuna ragione di essere gelosi, essendo la natura dell’amore omosessuale assolutamente diversa da quella dell’amore eterosessuale. Era un errore pensare di amare da soli una creatura così bella. Sarebbe stato naturale che si fosse in cinque o anche in dieci ad adorarla: possederla in due era una fortuna immeritata. Lui come unico uomo e io come unica donna: chi a questo mondo era più beato di noi?”

Ma forse, a ripensarci…
Insomma: se un marito mi deve tradire, sarebbe più accettabile che lo facesse con un uomo, che con una donna. Perchè con un uomo non posso comunque competere…
Voi che ne pensate?

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Neve sottile, Tanizaki Junichiro

Ci vuole qualche centinaio di pagine prima di appassionarsi a questa storia, perché non si capisce subito la mentalità giapponese. E questo è Giappone puro. La ritrosia nel dire alla sorella che ha una macchiolina sulla fronte, le fisime per il primo incontro con un possibile fidanzato, il terrore del pettegolezzo, la famiglia che deve occuparsi di trovare un marito alle ragazze in ordine di età, le calamità naturali, i ciliegi in fiore, le esercitazioni di calligrafia, il No e il Kabuki… siamo negli anni Trenta, la guerra resta sullo sfondo, sebbene se ne risentano gli effetti e verso la fine non si possa neanche far tingere un vecchio chimono; e la Germania è la nazione amica, che vincerà, come vincerà il Giappone.

Alla fine un marito per la terza sorella lo trovano, e pure di buona famiglia (non ne avrebbero accettato un altro), ma Yukiko, dopo tante fatiche, si prende un’indisposizione intestinale che la tormenterà per giorni, una psicosomaticità che tradisce la tristezza di lasciare la famiglia di origine. È lo stesso problema che ha il suo Giappone: sta lasciando le tradizioni ma che non sa cosa lo aspetta dopo. Taeko, la sorella più giovane, vive sulla propria pelle tutte le incertezze e le sofferenze di questa transizione: vuole liberarsi dei legacci, ma finisce solo con il rovinarsi la reputazione, con lo sposare un poveraccio e con un aborto spontaneo (fuori del matrimonio).

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