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Il canto dell’ippopotamo (Alberto Garlini)

Il canto dell’ippopotamo è qualcosa che si dice quando si vuol dire qualcos’altro, ma è anche una specifica allusione ad un suono che esce da un animale sgraziato che sguazza nel fango: è, insomma, una metafora della poesia.

Anche la poesia ha bisogno di mettere i piedi sulla terra e di sporcarsi, per elevarsi.

“Ci piaceva considerarci degli animali sgraziati, degli ippopotami appunto, che però possono cantare con una voce vera.”

E di poesia in questo libro si parla parecchio: ne ha scritta Garlini, l’autore, ma ne ha scritta soprattutto Pierluigi Cappello, che di Garlini era grande amico.

Ma si parla anche del fango della depressione e dei rapporti umani avvelenati, come quello con Esther, la donna ha un ruolo non indifferente nella caduta dell’autore.

Arrivato alla soglia dei trent’anni, Garlini si accorge che non sa cosa fare della propria vita. Ha una laurea in legge, ma la sola idea di entrare in uno studio legale gli fa venire la nausea. Gli piace scrivere poesie, ma si ritrova sempre squattrinato, e per di più incontra questa Esther, ballerina, studente universitaria di non si sa cosa, bellissima e dannosa come un veleno che crea dipendenza e ti uccide lentamente.

Gli unici momenti in cui si sente bene sono legati alla poesia, quella vera, soprattutto se si trova assieme all’amico Pierluigi, che, pur essendo costretto su una sedia a rotelle, non parla mai del dolore, né fisico né morale, ed ha un sorriso per tutti.

E’ interessante leggere dei rapporti personali tra letterati. Quando leggo un libro mi faccio sempre un’idea degli autori come di persone che vivono di pensieri elevati e che parlano di argomenti inerenti alla storia culturale del nostro paese.

Niente di più fuorviante, visto che si dedicano spesso al pettegolezzo, anche quello cattivo, e che gran parte del tempo passato assieme se ne va in birre, pizze e scemenze varie.

“Non c’è letteratura senza la felice vergogna di avere detto o fatto stupidaggini bambinesche”.

Però poi il libro che hai davanti agli occhi lo hanno scritto, e allora ti interroghi sulle incongruenze della natura umana.

La depressione clinica io non l’ho mai provata, non al punto di dover ricorrere ad un medico o a delle medicine; in realtà non sono sicura di non averla mai provata… il fatto è che Garlini te la descrive in modo da farti riconoscere questi momenti di abisso come qualcosa di conosciuto, asfissiante, in modo da farti venire il dubbio che anche tu, in qualche momento della tua vita, ci sei stato, laggiù, e guardavi in alto la luce, come dal fondo di un pozzo.

Il bello del libro, il lato più umano, dunque, non è la sequenza degli eventi, che sono abbastanza scarsi: il bello è che Garlini è sincero (o perlomeno è sincero finché gli è possibile esserlo). Anche se eventi e persone possono non essere avvenuti ed esistiti come li ha descritti, lui si mette a nudo con le sue debolezze, e non cerca scusanti: sono stato così, sembra dirci, non posso farci niente.

Ce lo dice da un punto di vista di un uomo che si è allontanato dalla depressione (anche se la minaccia è sempre dietro la porta) e che ha, non dico accettato, ma preso atto della violenza (il fango) che il mondo può esercitare:

Pierluigi “sapeva come la violenza del mondo ti obbliga a fare cose che non vuoi fare“.

E’ un libro abbastanza cupo, anche quando racconta delle mattane combinate con gli amici, ma la cupezza non è un giudizio di valore, perché non si può dare un valore morale a una giornata nuvolosa, e comunque questo buio si dissolve quando Pierluigi parla, legge, muove le mani.

E’ stato un sollievo leggere, alla fine (attenzione: spoiler) che Esther non è una persona reale, bensì il condensato di una serie di incontri che hanno infestato la vita di Garlini in quegli anni.

Io non ho avuto una gioventù così stropicciata, anzi, era tutta ordine e obbedienza, e durante la lettura ho sentito un po’ di invidia per questi momenti: senza di essi Garlini non sarebbe forse diventato scrittore, forse è grazie ad essi che ha trovato il coraggio di dedicarsi alla scrittura, perché se non fosse caduto così in basso forse non avrebbe fatto lo sforzo che ha fatto per scrivere, gliene sarebbe mancata la motivazione. Chissà.

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La morte del padre (Karl Ove Knausgard)

Un’autobiografia senza abbellimenti.

Karl Ove Knausgard, nato in Norvegia nel 1968, ci racconta della morte del padre. Il libro è diviso in due parti.

La prima si incentra sulla sua giovinezza, fino all’adolescenza. Non c’è niente di straordinario rispetto all’adolescenza di altri ragazzi della sua età.

Il padre è insegnante, ed è una figura presente ma sempre distante, di cui Karl ha paura. Da bambino cerca sempre di intuire com’è l’umore di quest’uomo, che spesso è sprezzante e sarcastico anche con i figli.

Il Karl adolescente ha una grande passione per la musica, anche se si accorge presto che non è questa l’arte che gli permetterà di diventare “speciale”. Vivrà un periodo di ribellione adolescenziale, come tanti ragazzi tra i tredici e i 16 anni, ma senza incidenti importanti.

La seconda parte del libro inizia proprio con la morte del padre e scopriamo che l’uomo ad un certo punto si era lasciato andare, era tornato dalla madre e aveva iniziato ad imbruttirsi bevendo.

Karl e il fratello vengono a sapere della sua morte quando ormai non lo frequentano più da anni. E’ morto sulla poltrona, forse per colpa del cuore, ed è stato sua madre (la nonna di Karl) a trovarlo.

I due ragazzi ormai sono due uomini: mollano tutto e vanno a casa della nonna. La trovano in condizioni indescrivibili: escrementi in salotto, mucchi di vestiti ammuffiti in lavanderia, odore di urina, una borsa piena di contanti sotto il letto.

Quello che ci colpisce è come reagisce Karl: odiava il padre, eppure non fa altro che piangere.

Riassumere così 505 pagine di biografia è quasi una bestemmia. La storia è povera di avvenimenti, e quelli che ci sono, sono abbastanza banali, non si discostano dalle esperienze che ognuno di noi può aver vissuto nella propria esperienza.

La seconda parte del libro, ad esempio, ruota attorno ai due fratelli che puliscono la casa della nonna e che cercano di passare del tempo con lei, nonostante il suo “rimbambimento” (parola della nonna).

Sono frequenti i flash back e le descrizioni sono molto minuziose.

Il libro è permeato da mood nordico, non sono per il freddo che Knausgard soffre durante molti degli episodi descritti (io, leggendo, ho “sofferto” il freddo anche nelle loro estati), ma anche perché i sentimenti non sono messi in piazza come potremmo fare noi, da Roma in giù (non sto facendo valutazioni moralistiche: è un dato di fatto).

Knausgard non descrive i propri sentimenti: racconta quello che fa.

Da questo punto di vista, l’ho sentito un po’ distante, pur ammirandone lo stile.

Una nota: sia lui che il fratello, se ne sono andati di casa giovanissimi, rispettivamente a 16 e a 17 anni. E la cosa è stata presa dai genitori come normalissima. Knausgard si trasferisce a vivere nella casa libera dei nonni per motivi pratici: non ne approfondisce neanche le ragioni, è una scelta normalissima, là.

Mi viene da pensare al confronto con noi, qui in Italia.

Se lasciassi che mio figlio si trasferisse nel paese qui accanto, a 20 km di distanza, solo per questioni pratiche (non servirebbe prendere l’autobus per andare a scuola), come verrei considerata dalle mamme?

Credo che mi manderebbero un prete per esorcizzarmi…

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Diario 1934-1939 (Anais Nin)

Questo volume del diario è un estratto degli innumerevoli quaderni che la Nin scriveva (e che poi conservava in una cassetta di sicurezza in banca). Sono stati “censurati” dalla famiglia in varie parti, ma anche così sono un documento ben nutrito.

In questi anni, Anais Nin, che è sempre stata succube dei suoi amici, comincia a diventare insofferente. I suoi amici sono scrittori, scultori e artisti in generale, più una serie di persone dal ruolo sociale non meglio definito ma che non possiamo che definire… interessanti.

All’inizio di questo diario, Anais Nin fa la psicoterapeuta a New York, da brava allieva di Otto Rank. E resto interdetta dalla facilità con cui si poteva iniziare una professione del genere all’epoca (lei non aveva titoli ufficiali), in confronto ad oggi.

Questo lavoro tuttavia la sfianca: è troppo sensibile e si fa carico emotivamente di tutti i suoi pazienti. Così torna in Francia a fare la scrittrice.

Continua la sua amicizia con Henry Miller, l’autore de “Il tropico del cancro”, ma Nin lo vede in modo meno favoleggiante. Pur riconoscendone il valore artistico, ne descrive spesso le piccolezze e le meschinerie.

Spesso la Nin è sul lastrico: deve impegnare vestiti e gioielli pur di aiutare i suoi amici e la causa spagnola (siamo negli anni della guerra).

Io non avrei avuto la sua pazienza. Ci sono personaggi che la sfruttano, che danno di matto, che non sono affidabili… lei se ne accorge ma non se la sente di lasciarli soli.

La scrittura del diario è una scrittura senza punti esclamativi, molto riflessiva, piena di descrizioni degli amici e dei conoscenti, pronta a cogliere le minime sfumature dei caratteri.

Dimostra un vero interesse personale nell’essere umano: credo che se non avesse investito le sue energie nella scrittura, avrebbe potuto fare la missionaria.

Più che un documento storico, il diario è il documento personale di una donna sensibilissima.

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I fatti – Autobiografia di un romanziere (Philip Roth)

Da Roth non ci si poteva aspettare un’autobiografia qualunque; e infatti, questa inizia con una lettera che l’autore scrive al suo alter ego Zuckerman, e finisce con una lettera di Zuckerman al suo creatore.

La ragione è che l’uno non si può spiegare senza l’altro, per forza di cose. Si fa presto a dire “fatti”, ma la Verità di Roth la capiamo solo se prendiamo in considerazione anche i suoi personaggi. La schizofrenia letteraria è necessaria per vedere quello che Roth, da protagonista della propria vita, non poteva vedere.

Ad esempio, prendiamo il suo matrimonio con Josie, che lui chiama la “nemica”: una provinciale che lui si è ostinato a sposare anche se lei lo ha imbrogliato con una falsa gravidanza, comprando le urine di una sconosciuta di colore.

Una donna che lo ha usato per diventare qualcuno e per usufruire di un’entrata fissa, che lo chiamava in piena notte per chiedergli se era “a letto con una negra”.

Un mostro? Non lo sapremo mai, come ci spiega Zuckerman, che ci mette sotto il naso una versione leggermente diversa della storia.

Josie oggi verrebbe classificata come “figlia adulta di alcolista”, la vittima di una vittima, e quindi ha la caratteristica degli afflitti da tale sofferenza, il bisogno di addossarne la colpa a qualsiasi cosa o persona.

E il rapporto di Roth con gli ebrei che lo hanno accusato di antisemitismo? E’ una diatriba che ha fatto parlare di Roth più dei suoi libri, quasi.

Eppure, sotto a questa storia c’è l’annoso fatto che non puoi raccontare delle sfaccettature vere (ma scomode) di un certo gruppo: perché i suoi esponenti, dichiarandosi paladini della Verità, ti accuseranno di averli attaccati (se invece fai la stessa cosa con i gruppi avversari, tutto tace).

Sono persone in buona fede, che credono in una causa che ritengono superiore a certe “scorrettezze” (ve li ricordate i comunisti quando hanno taciuto sui lager staliniani? Il principio è quello). Non puoi dire certe verità se danneggiano la causa.

Più che di fatti, in questa autobiografia Philip Roth ci mette davanti alle sue riflessioni su di essi: ad esempio, come è arrivato a sposare una donna che considererà poi la sua nemica principale? Perché si fa ancora tante domande sulla sua ebraicità?

Parlando di sè, Roth ci fa riflettere sulla narrativa che noi mettiamo in piedi per narrare noi stessi. E’ una riflessione che fa sempre bene.

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Una luce nella notte – Mary Higgins Clark

Un’autobiografia di una scrittrice me l’aspettavo un poco più approfondita o almeno più ricercata nella forma. Si tratta invece di un elenco di piccoli eventi normalissimi: dalla descrizione dei genitori e della loro morte, alla rievocazione dei giorni di scuola, dei tentativi di recitare, di trovarsi un lavoro…

Non è il contenuto a lasciarmi perplessa, ma lo stile: banale, come avrebbe potuto scrivere l’uomo della strada.

Se io l’ho letta in due giorni, è perché mi piacciono le autobiografie degli scrittori… la mia velocità è stata dettata dalla curiosità di trovare elementi correlati alla sua professione o alle sue amicizie letterarie, ma alla fine è stata per lo più delusa, perché, della scrittura, la Higgins Clark parla solo in via incidentale, come di qualcosa che desiderava ardentemente ma di cui poco approfondisce le difficoltà e i progressi (tranne che per il numero di rifiuti ricevuti agli inizi).

E’ stato comunque interessante leggere della sua esperienza come hostess della PanAm e dei tentativi di sua madre di preservare l’integrità della figlia dopo la vedovanza.

Altri fatteruncoli comici non rilevano e ci posso passar sopra.

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Lo scrittore fantasma – Philip Roth

La trama è quasi inconsistente: un giovane aspirante scrittore, Nathan Zuckerman, va a trovare il suo idolo letterario, tale Lonoff, nella sua isolata casa sulle colline del New England.

L’incontro è cordiale: Lonoff si rivela essere uno scrittore maniacale, abitudinario, senza niente che possa rendere interessante una sua biografia, se mai a qualcuno venisse in mente di scriverla.

Gli unici eventi che possono smuovere questo elettroencefalogramma piatto, sono legati alla presenza di una giovane dal passato misterioso: è una ex studentessa di Lonoff, e nel corso della lettura si scopre che lei e il suo prof hanno una relazione.

La moglie di Lonoff, Hope, lo sa, e fa un paio di scenate a cui Zuckerman assiste attonito.

Il romanzo finisce con la ragazza che se ne va e Hope che si incammina a piedi, in mezzo alla neve, brontolando che non vuol saperne di tornare a casa: Lonoff la segue.

Raccontato così, sembra di una noia mortale, ma non lo è, ve lo assicuro: il bello del romanzo è dato da tutti i temi sollevati: la sopravvivenza al nazismo, la vita dello scrittore e il suo rapporto con la famiglia, il jet-set letterario, l’ebraismo ai giorni nostri, il senso di colpa…

Ad esempio: Nathan Zuckerman è in rotta col padre per via di un racconto che ha scritto basandosi su una storia familiare. Il racconto non è piaciuto a nessun parente perché sembra che gli ebrei siano descritti nel modo più classico possibile, come avari e imbroglioni. Questo piccolo episodio gira tutto intorno al modo in cui gli ebrei di oggi percepiscono se stessi, con la paura di venir giudicati per via della loro appartenenza e non della loro personalità.

Alla fine, davanti agli occhi ho l’immagine di un popolo che si vede diffamato anche quando non lo è (perlomeno io l’ho vista così), perché se il racconto di Zuckerman sia antisemita non è per niente scontato.

Non solo: Zuckerman appena vede la ragazza misteriosa se ne innamora, e fantastica che lei sia in realtà Anna Frank, sopravvissuta in incognito. Se così fosse, Nathan riuscirebbe a giustificarsi col padre: vedi, gli direbbe, credi che io odi la mia ebraicità, ma in realtà mi sposo con nientepopodimenoche Anna Frank!

E questo non è altro che la conferma del suo senso di colpa, perché, se per farsi perdonare dal padre ha bisogno di sposare l’emblema letterario della persecuzione ebraica, bè, qualcosa non va…

Mettetevela via: il romanzo non vi dà soluzioni. Nessuna via di fuga, nessuna rivelazione chiarificatrice, nessuna svolta che possa sistemare le cose, in nessun campo.

Philip Roth mette i problemi e i temi sul piatto, prende le frasi e le gira: tutto il resto spetta al lettore.

Una forma di collaborazione tra scrittore e utente, quasi.

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Bisogno di libertà, Bjorn Larsson @iperborealibri @casalettori

Tutti vogliono la libertà.

Ma…

a) pochi sono disposti a sopportare la responsabilità che ne deriva e…

b) pochi sono disposti a sopportare le persone davvero libere.

Ho fatto questa premessa perché il punto b) cade a pennello con Larsson. E’ un libro che di per sé è un atto di libertà, perché non si lascia catalogare: nelle biblioteche si potrebbe trovare sotto la voce “autobiografia”, ma la definizione è imprecisa.

Perché qui Larsson ci parla del suo rapporto personale, personalissimo con la libertà; e, tanto per darci un pugno in faccia, nella prima pagina ci mette subito davanti alla morte del padre, avvenuta per un naufragio quando l’autore aveva sette anni. E’ un atto di libertà ammettere (confessare, quasi) che questo evento non gli ha provocato la tristezza e la disperazione che ci si aspettava da lui.

Volete altri esempi dell’ecletticità del personaggio?

E’ finito tre volte in prigione (per un totale di circa cinque mesi) per renitenza alla leva.

Alle elementari è andato a scuola per un periodo con la cravatta. =ra che è adulto, non la indossa mai, per principio, perché odia ogni forma di divisa; e se gli capita di essere invitato a kermesse o cene in cui la cravatta è d’obbligo, bè, semplicemente, non ci va.

Ha rifiutato una borsa di studio negli Stati Uniti per diventare oceanografo, sebbene gli piacesse molto la materia: non gli piace il modello di vita americano. Ha trascorso un anno negli States, e gli è rimasto impresso come, a scuola, si studino solo la storia e la geografia americane, mettendo le basi per un nazionalismo della peggior specie.

Per Larsson, è essenziale non fare “come gli altri”, spostarsi spesso, cambiare prospettiva… per lui, tutto ciò è necessario al fine di non addormentarsi, di evitare l’abitudinarietà, di vivere, insomma.

Però, attenzione: se un personaggio così è da ammirare per le scelte che compie, non credo sia facile viverci assieme (e lui lo ammette). Se ne sono accorte soprattutto le sue compagne. Un esempio? Se uno ti dà un appuntamento e poi non si presenta, e non ti avvisa (il cellulare ce l’ha, ma spento), solo perché gli è passata la voglia di vederti… bè, ecco, io Larsson preferisco incontrarlo sui libri, e non frequentarlo di persona!!

E ora vi lascio un po’ di citazioni, perché ce ne sono davvero tante che meritano di essere incorniciate:

Ho imparato che spostarsi non è pericoloso, che si può vivere bene ovunque, che le amicizie perse sono rimpiazzate da amicizie guadagnate.

Per essere liberi dobbiamo sapere dove siamo.

Gran parte di coloro che sbandierano la loro differenza in maniera ostentata e provocatoria , rientreranno nei ranghi.

Senza sogni, la libertà è solo un miraggio.

La frenesia del consumo è un nemico pericoloso per chi vuole soddisfare il suo bisogno di libertà.

Dove la libertà è più difficile da realizzare e da vivere è nella quotidianità, nella famiglia e nel lavoro.

E’ la fantasia che rende gli uomini umani.

pocha)a)

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Il diritto di scrivere

Il primo trucco (…) è di iniziare subito. E’ un lusso trovarsi nella modalità di scrittura. Una benedizione, ma non una necessità.

Quando faccio fatica a scrivere è perché sto cercando di parlare alla pagina, invece di ascoltarla.

Il mito secondo cui dobbiamo avere “tempo” – più tempo – per creare è un mito che ci impedisce di usare il tempo che abbiamo.

Il trucco per trovare il tempo di scrivere, è di scrivere per amore e non con il pensiero al risultato finale. Non provare a scrivere qualcosa di perfetto: scrivi e basta.

Ho scritto le Pagine del Mattino per ben due decenni. Sebbene non siano destinate ad essere arte, spesso sono il seme per l’arte.

Molta gente – non-scrittori, se esiste una cosa del genere – pensa che scrivere un romanzo significhi sapere tutto prima di iniziare.

Le “Pagine del Mattino” sono il fondamento di una vita fatta di scrittura. (…) Dedicati a loro come prima cosa al mattino, prima che la tua mente innalzi le difese.

Non posso cambiare gli eventi della mia vita, ma posso trasformarli in arte.

E’ praticamente impossibile essere onesti ed essere noiosi allo stesso tempo.

La pozione di uno scrittore è il veleno di un altro.

Gli scrittori devono vivere nel mondo.

(frasi tratte da “The right to write” di Julia Cameron, trad. mia)

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Armi, acciaio e malattie, Jared Diamond @Einaudiedizioni

Le domande attorno a cui Diamond ha costruito questo saggio possono essere del tipo: come mai ci sono paesi ricchi e paesi poveri nel mondo? Dipende dalla razza, dalle effettive differenze biologiche ed intellettuali dei popoli che li abitano o da qualche altra ragione? Perché gli europei hanno invaso e conquistato le Americhe e non viceversa?

Sembrerebbero questioni di poco conto, per chi ha a che fare con bollette, costo della benzina e orari di scuola dei figli. In realtà, il nostro presente è strettamente legato al passato, anche remoto, e i nostri comportamenti contemporanei, senza alcune conoscenze di base, rischiano di essere traviati da visioni simil-razziste.

La teoria di Diamond è che tutto si può far risalire a delle caratteristiche biogeografiche. A ben cercare la causa ultima delle differenze tra i popoli, ci si accorge che l’ambiente è risultato essere l’elemento più importante del progresso. I paesi che, favoriti da climi gentili e conformazioni orografiche accettabili, sono riusciti a sviluppare prima di altri l’agricoltura e l’allegamento di animali, hanno maturato un vantaggio che è risultato essenziale (anche se in alcuni casi è stato smangiucchiato da altri fattori).

Da qui è nata una catena di cause ed effetti che ha portato a surplus alimentari, che hanno causato l’aumento della popolazione e la possibilità di mantenere delle figure dedite ad attività diverse dalla produzione di cibo (produttori di utensili, inventori, scrittori, amministratori…). Le conoscenze acquisite si sono poi espanse nel mondo ma non in modo uniforme: era più facile che si espandessero sull’asse est-ovest, piuttosto che nord-sud, e questo dipendeva direttamente dal posizionamento dei continenti sul planisfero.

Agricoltura ed allevamento dunque sono stati i due sproni principali alla differenziazione dei popoli. E questi due cardini dipendevano dall’ambiente. Proviamo ad esempio ad immaginare gli animali di grossa taglia in Africa: sono addomesticabili? Per definirli addomesticabili bisogna far riferimento a una serie di caratteristiche: abitudini alimentari (non si possono prendere in considerazione gli animali carnivori, perché mangerebbero più calorie di quelle che aiutano a coltivare); tasso di crescita (quanti anni ci vogliono perché un gorilla diventi adulto?), riproducibilità in cattività, carattere, tendenza al panico, struttura sociale… senza animali che aiutino nei lavori dei campi, la produzione totale deve affidarsi alla sola forza umana. Senza contare che gli animali di piccola taglia non danno alcun aiuto in guerra. E che senza una vita a stretto contatto con certi animali, non si sviluppano anticorpi alle malattie contagiose (pensiamo alle stragi causate dal vaiolo tra gli indigeni amerindi).

Ho riassunto in modo blasfemo un processo per il quale Diamond ha impiegato quasi 400 pagina a illustrare…

Le cause remote delle differenze tra i popoli non posso riassumerle nel post di un blog; perfino Diamond ammette quante lacune ci rimangono ancora da chiarire (ad esempio: i giapponesi sono discendenti dei coreani o i coreani sono discendenti dai giapponesi?). Il consiglio che posso dare è di leggere il libro: si scoprono tante cosette interessanti. Ad esempio, perché la scrittura nasce (quando nasce!) o perché si diffonde (quando si diffonde!); come la linguistica può aiutare nel comprendere come si sono spostati i popoli; quanto importanti sono state le immondizie antiche per i paleontologi!

Si capisce anche, però, perché certi istituti politici siano essenziali per il progresso di un paese, anche a livello tecnologico; ad esempio: oggi la Mezzaluna Fertile non è più fertile, ma è solo una questione di cambio climatico o c’è di mezzo un c.d. “suicidio ecologico”? E perché in Cina sono state abbandonate scoperte, come l’orologio e altra tecnologia meccanica?

Non ci dovete fare un esame, su questo testo, ma leggetelo: certe domande è meglio farsele.

 

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Jack London e Philip Roth @Einaudieditore @MinimumFax

Scrittori di narrativa non ne conosco, di persona. Ne incontro qualcuno alle presentazioni dei libri, ma ci sono sempre due principali ostacoli a una chiacchierata approfondita, anzi, tre:

  • Intervistatori non sempre all’altezza. Una volta un giornalista ha chiesto a Falcones perché sulle sue copertine c’era sempre una sfumatura di un certo colore in basso…
  • Certi spettatori si dilungano così tanto con le loro domande da farmi pensare che abbiano anche loro, da qualche parte, un libro da presentare.
  • Di solito la conversazione deve restare limitata all’ultimo titolo uscito, bisogna farlo per la libreria che ti ospita, e che ha preparato una pila di volumi in entrata, appena davanti alla porta a vetri.

Ma nella contemporaneità, dubito che anche se mi trovassi davanti a uno scrittore in carne ed ossa potrei spremergli grandi perle di saggezza. Un po’ perché io sarei così intimidita da non riuscire a spiaccicar domanda, un po’ perché gli scrittori ne hanno le palle piene di fan che gli fanno domande.

Gli scrittori devono scrivere. Tutto il resto è pubblicità.

Ecco perché ho adorato queste due brevi letture.

Pronto soccorso per scrittori esordienti, di Jack London

London non le mandava a dire. Bersagliato da manoscritti di sconosciuti, rispondeva chiaro e tondo cosa andava e, soprattutto, cosa non andava. Da queste lettere, comunque, si vede che la massa di gente pronta a vivere dei proventi derivanti dalla scrittura è sempre stata abbondante, ieri come oggi. Riporto solo una frase:

Non è possibile che lei, a vent’anni, sia riuscito a mettere tanto lavoro nella scrittura da meritare il successo in questo campo. Lei non ha ancora cominciato il suo apprendistato.

Libretto caustico ma trascinante, che martella sul bisogno di farsi una solida base “lavorativa” prima di pensare di poter vivere di parole. Ho avuto solo delle difficoltà a capire il senso dell’introduzione di Giordano Meacci…

Chiacchiere di bottega, di Philip Roth

Che visione, Philip Roth che passeggia per la fabbrica di prodotti chimici insieme a Primo Levi, o di lui che va a trovare Edna O’Brien mentre lei sta firmando qualche migliaio di copie del suo ultimo libro.

Sentite, ad esempio, cosa gli dice Kundera:

Il romanziere insegna alla gente a cogliere il mondo come una domanda. (…) In un mondo fondato su sacrosante certezze il romanzo muore. Il mondo totalitario, sia esso fondato su Marx, sull’islam o su qualunque altra cosa, è un mondo di risposte e non di romande, in esso non c’è posto peri il romanzo.

Che sia questa una delle ragioni per cui la gente legge così poco in Italia?

 

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