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Io sono Malala – Malala Yousafzai con Christina Lamb

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Quando le sparano in testa, l’adolescente Malala è già conosciuta in Pakistan per la sua attività a favore dell’istruzione delle bambine.

Figlia di un maestro che, dal nulla, ha fondato scuole ed è diventato attivista per l’educazione femminile, si è sempre contraddistinta per la sua voglia di imparare e per la sua capacità oratoria.

Attraverso la storia di Malala, veniamo a conoscenza della storia recente del Pakistan.

Sapete che è stato costituito nel 1947 dopo la separazione dall’India, ma forse non sapete che i libri di storia sono stati scritti in modo alquanto fantasioso: la storia è stata praticamente reinventata ed è saltato fuori che il Pakistan è stato il vincitore dei tre conflitti contro l’India (quando in realtà li ha semplicemente persi).

E che dire dei libri di matematica? Per fomentare l’odio contro i russi, ecco un bel compitino da affibbiare ai bambini:

“Se ci sono dieci infedeli russi e un fedele islamico ne uccide cinque, quanti infedeli russi rimangono?”

La cosa interessante è che questi libri sono stati pagati con soldi provenienti dal governo americano, all’epoca molto presente sul territorio: ovvio, era l’epoca della guerra fredda. E per contrastare i comunisti, gli Stati Uniti hanno sostenuto la “cultura” araba (o l’interpretazione che gli americani ne davano).

Ma andiamo avanti con gli anni e arriviamo ai talebani.

Come hanno fatto a insediarsi così prepotentemente in Pakistan? Beh, non dimentichiamo che il governo pachistano era molto… ehm… distante dalla popolazione. I politici governativi si vedevano solo in periodo elettorale, facevano decine di promesse e poi, una volta eletti, sparivano e si godevano i soldi provenienti dalle tasse e dalla corruzione.

Non è dunque strano che, dopo il grande terremoto del 2005, uno dei più disastrosi della storia del paese, la popolazione si sia allontanata ancora di più dal governo centrale e abbia dato il benvenuto agli aiuti provenienti dall’islam estremista: perché, dopo il primo clamore iniziale, sia il governo centrale che i paesi stranieri hanno abbandonato il Pakistan al suo destino, mentre l’ISIS, o le sue affiliate (rebranding a gogo), erano là, ad aiutare.

Quando poi i talebani cominciano a dettar legge, Malala ha 10 anni. Spariscono la TV e la musica, il ballo viene vietato, chiudono i negozi di DVD e CD… si vieta il vaccino della poliomelite, si ingiunge alle donne di indossare il burka e si cominciano a far saltare in aria le scuole (soprattutto quelle femminili).

Ne distruggono a centinaia.

L’istruzione fa paura, ai regimi.

Si fanno proprio la cacca nei pantaloni.

Poi arrivano le flagellazioni in pubblico e gli attentati: viene uccisa anche Benazir Bhutto, l’eroina di Malala.

Malala e i suoi familiari sono costretti ad allontanarsi dalla loro valle, perché la situazione è diventata pericolosa, nonostante il governo dichiari ad un certo punto che i talebani sono stati scacciati.

Le solite dichiarazioni politiche… niente impedisce ai talebani di minacciare più volte il padre di Malala e, alla fine, di sparare in testa alla figlia e ad altre due sue amiche mentre tornavano da scuola in autobus.

E’ un evento che scuote tutto il paese, e che rischia di avere risvolti internazionali, visti gli interessi coinvolti nella lotta contro i talebani.

Malala è stata fortunata, perché la pallottola non ha perforato il cranio, ma lo ha comunque scheggiato, e le schegge hanno causato un’infiammazione, tanto che la pressione intracranica è troppo alta. Il neurochirurgo decide di asportarle una parte del cranio per far scendere la pressione.

Sapete cosa ha fatto della parte di cranio asportata? Gliel’ha messa nella pancia, per evitare infezioni (in Pakistan non avevano e non hanno molti strumenti per conservare elementi anatomici).

Quando Malala scopre di avere una parte del cranio nella pancia, è già ricoverata a Birmingham, in Inghilterra…

E’ una storia assurda: sparare a un’adolescente perché vuole studiare.

E badate bene, che Malala è una musulmana osservante: quando le capita, in Inghilterra, di vedere “Sognando Beckam”, resta sconvolta dalla ragazzina che gioca a pallone mezza nuda… ma una cosa ripete più e più volte: l’islam vuole che tutti studino. Ogni interpretazione del Corano che dica il contrario è falsa.

Da leggere. E non date mai per scontata l’istruzione.

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Ultimo quarto di luna – Chi Zijian

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A narrare questa storia è una donna evenchi di 90 anni: 90 anni circa, visto che in questo popolo nomade del nordest della cina non si usa segnare la data di nascita da nessuna parte.

La storia arriva fino agli anni Novanta del secolo scorso e ci racconta la vita di questa piccola tribù che vive nelle tende e che alleva renne, la loro grande ricchezza.

L’aspetto che più mi ha colpito è… in quanti modi diversi potevano morire??

Qualche esempio: addormentandosi durante un trasferimento in groppa a una renna, cadendo e morendo assiderati; caduti nei dirupi o dagli alberi; sbranati dai lupi; per incidenti di caccia; suicidi perché volevano o non volevano sposarsi; assiderati in un fiume; colpiti dai fulmini…

E’ una storia piena di tragedie, ma raccontata con toni molto poetici, anche quando le donne si buttano nei burroni per abortire o quando gli uomini restano mutilati nei genitali a causa di una fuga troppo burrascosa (tranquilli, ce n’è anche uno che si castra da solo con un coltello da caccia).

Ma niente è splatter, qui.

Affascinanti le figure degli sciamani, che venivano incaricati dagli spiriti di proteggere la vita degli umani e delle renne (peccato che a volte, per salvarne uno, gli spiriti si prendano la vita di un altro).

E poi arrivano i Giapponesi, e poi se ne vanno, e poi arriva Mao, e la carestia, e la fame, e le trasferte forzose: e, avvicinandoci sempre più agli anni nostri, aumentano i casi di alcolismo, e i giovani diventano vandali, divorziano, abortiscono… il disboscamento diventa cronico… ecc ecc…

A me piacciono i libri con tanti drammi.

Se c’è un difetto, per noi, è che tutti i personaggi hanno nomi molto esotici, e a volte ho rischiato di perdere il filo.

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La misura del mondo – Daniel Kehlmann

Di solito non mi piacciono i libri ironici, ma stavolta mi sono divertita col romanzo sulle vite dei due scienziati Von Humboldt e Gauss.

Von Humboldt fondò la geografia moderna: di buona famiglia, viaggiò per il mondo, soprattutto nell’allora poco conosciuta America del Sud (siamo alla fine del Settecento), rischiando spesso la vita e trascinandosi dietro un assistente che lo seguì, docile, per anni tra caverne e montagne, vulcani e foreste vergini, veleni, cannibali e allucinazioni.

Humboldt aveva esaminato tutto quanto non avesse piedi e paura a sufficienza per scappare davanti a lui.

Gauss, invece, era di famiglia più modesta. Odiava spostarsi e viaggiare, adorava la madre e le donne. Era un genio: il suo cervello funzionava decisamente in modo diverso dagli altri, tanto che per lui tutti quanti erano troppo… lenti!

Lui e Von Humboldt non si conobbero da giovani, ma fin da giovani sentirono parlare l’uno dell’altro, fino a incontrarsi a Berlino nel 1828 per un congresso scientifico.

Entrambi erano ossessionati dalle proprie passioni, entrambi misuravano e misuravano tutto ciò che capitava sotto i loro occhi: dall’altezza delle colline al magnetismo, dalla larghezza dei fiumi alla lunghezza… delle rette.

Entrambi, dentro di sé, vedevano il futuro: erano capaci di immaginare qualcosa che ancora non c’era, e, se da un lato si rammaricavano di non poter far parte di quel futuro, dall’altro erano orgogliosi per il contributo che davano alla sua costruzione.

Ed entrambi, alla fine della propria vita restano perplessi dell’immensità del lavoro che ancora c’era da fare.

Le scene più umoristiche sono quelle in cui traspare, per entrambi, la totale indifferenza alle piccole magagne quotidiane che al resto dell’umanità sembrano problemi universali: una nave che fa naufragio, una moglie che partorisce, un Bonaparte che mette a ferro e fuoco l’Europa, un ricevimento a cui partecipano re e duchi, sono, per i due scienziati, elementi irrilevanti, se non, addirittura, seccature che si frappongono tra loro e i loro ragionamenti.

Voto: 3 stelle su 5.

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Consigli di lettura

Ora che mi hanno sistemato il computer, cerco di rimettermi in linea coi libri letti.

Son stata fortunata nelle ultime settimane, perché mi son capitati romanzi appassionanti.

DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE, DI FRANCESCA DIOTALLEVI

Romanzo biografico della fotografa americana Vivian Maier, morta appena prima di venir rivelata al mondo grazie a uno straccivendolo che ha acquistato un magazzino di cui non veniva più pagato l’affitto.

La Maier del romanzo ne esce cupa, ma integra nel suo bisogno di scattare foto e di dichiararsi al mondo attraverso la macchina fotografica. Una persona chiusa, con un passato da cui non riesce a liberarsi, ma con una capacità di osservazione tutta da imitare.

IL GUSTO PROIBITO DELLO ZENZERO, DI JAMIE FORD

A metà tra il romanzo storico e il romanzo rosa (ma molto più pendente verso lo storico), ci racconta della fobia americana contro i giapponesi allo scoppio della seconda guerra mondiale. Gente con gli occhi a mandorla ma nati sul suolo americano, spesso incapaci di parlare la lingua dei propri genitori, e che è costretta a subire angherie e vigliaccate da compagni di scuola e vicini di casa.

La storia parte da fatti veri (la scoperta di una cantina in un albergo di Seattle piena di oggetti appartenuti a giapponesi che hanno dovuto abbandonare le proprie case da un giorno all’altro). Ben scritto, mi ha fatto partire l’embolo: perché gli Stati Uniti, con la loro statua della Libertà, si considerano i paladini della giustizia, e invece… l’ennesimo esempio di bullismo e paura a livello nazionale.

LA VARIANTE DI LUENEBURG, DI PAOLO MAURENSIG

Bellissimo. Maurensig ricrea le atmosfere mitteleuropee e ci mette alle calcagna di un ex nazista che – ormai integrato e ricco – si suicida (o no?) nel suo giardino, sulla scacchiera che aveva fatto costruire in ossequio al suo amore per gli scacchi.

Risaliamo indietro nel tempo e scopriamo l’abominio a cui aveva costretto un detenuto del campo in cui lavorava, pur di disporre di un degno avversario nel gioco.

E’ un libro magnifico perché spazia attraverso tanti temi: dalla pazzia, alla passione, all’attenzione, al dolore, alla sopravvivenza eterna.

LA CASA DEGLI INCONTRI, DI MARTIN AMIS

Passiamo dai campi di concentramento nazisti ai gulag sovietici. Il protagonista è uno che è sopravvissuto alla guerra facendosi strada a suon di stupri sulle strade della Germania. Uno che non ci pensa due volte a uccidere. Sembrerebbe il classico cattivo, e invece di classico in questo romanzo non c’è nulla.

Neanche il triangolo amoroso, neanche l’affetto familiare, neanche i riferimenti letterari.

La trama parte dalla seconda guerra mondiale ma sono frequenti i rimandi alla contemporaneità (ricordate la scuola in Ossezia?) e le dichiarazioni di amore e odio verso la Madre Russia.

E la domanda alla fine è: cosa resta, di un essere umano, dopo esperienze così drastiche?

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La porta proibita, Tiziano Terzani @illibraio

Nel 1984 Tiziano Terzani, che viveva in Cina con la famiglia già da quattro anni, è stato arrestato, interrogato, costretto a fare autocritica e infine espulso dal paese, con l’accusa di offesa al presidente Mao e di contrabbando di tesori nazionali.

Questo succede quando si dà fastidio a certi poteri, dicendo come stanno le cose: inventare accuse non è mai stato difficile, per certi poteri.

Leggendo il libro, mi sarei meravigliata se un governo autoritario non lo avesse espulso!

Il leit motiv di Terzani è che il comunismo, nella sua ansia di rinnovare l’uomo, ha distrutto il patrimonio culturale della Cina. Templi di immenso valore e bellezza, statue, lingue, minoranze…

Negli ultimi anni in cui il giornalista si trovava nel paese, sotto la direzione di Deng Xiaoping, il vento stava cambiando: ex guardie rosse che si accorgevano dello scempio si dichiaravano pentite, e si ricominciavano a ricostruire templi e palazzi in foggia antica; ma ormai mancavano sia i materiali originali (utilizzati per costruire palazzoni per gli operai) sia le abilità manuali.

Neanche il tempio Shaolin, culla delle arti marziali, era stato risparmiato ai tempi della rivoluzione culturale, e i monaci combattenti, di cui si tramandavano leggende e bravura, si erano lasciati disperdere dalle guardie rosse ed erano finiti a lavorare in qualche fabbrica di Pechino o Shanghai.

La successiva svolta di Xiaoping mirava a salvare la faccia e a far assomigliare la Cina a un paese che tiene alle proprie minoranze e… al turismo!

Questo libro dovrebbe diventare un testo scolastico sulla storia della Cina (anche perché tutti i testi scolastici sulla storia cinese sono stati distrutti…) ma è una lettura piacevolissima, anche se spesso ci fa indignare.

Leggendolo, ho scoperto che l’acqua a Lhasa, in Tibet, bolle a 86 gradi, con la conseguenza che non distrugge i batteri. Gli indigeni, i tibetani, ci sono abituati, ma non lo sono i cinesi (gli Han) che vengono inviati in loco per governare il paese. Se alle malattie intestinali aggiungiamo le difficoltà respiratorie (nonostante gli han abbiano piantato migliaia di alberi per rendere più respirabile l’aria a 4000 metri di altezza), si capisce perché Pechino debba pagare i suoi funzionari il 30% in più per convincerli a rimanere da quelle parti!

Ma il libro è pieno di informazioni a carattere storico e personale (non manca un capitolo scritto dai figli di Terzani sulla scuola cinese).

Leggerlo ti fa capire come una popolazione di un miliardo di esseri umani possa lasciarsi portar via la propria storia (anzi, spesso partecipando alla distruzione).

E mi convince ancora di più dell’importanza dello studio del passato: e se la scuola ce lo rende noioso, bisogna arrangiarsi.

Così come una persona che perdesse completamente la propria memoria perderebbe la propria identità, così succede ai popoli.

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Padre padrone padreterno – Joyce Lussu #femminismo @internazionale

Ma… il femminismo esiste ancora?

Di sicuro non ci sono più femministe come Joyce Lussu.

Una tipaccia: ha fatto la guerra nella resistenza (ed era pure incinta), ha preso una medaglia al valor militare (volevano dargliela senza cerimonia, e lei si è fatta valere), e ogni volta che teneva una conferenza per il partito obbligava gli uomini a portare le mogli, che erano regolarmente assenti.

Di famiglia nobile, laica e benestante, poliglotta, laureata in lettere alla Sorbona di Parigi e in filologia a Lisbona, ha viaggiato molto in Europa e nel mondo. Era scrittrice, poetessa e traduttrice.

Il libro che ho letto è breve, e rivede la storia mondiale dal punto di vista della donna.

Certe affermazioni storiche mi sono sembrate semplicistiche o, perlomeno, un po’ fuorviate, come, ad esempio, queste:

L’impero romano decadde, come tutti gli imperi, per una crisi di manodopera.

Il grande terremoto della Rivoluzione d’Ottobre aveva dimostrato che le masse possono vincere contro la classe dominante e che l’industrializzazione si può fare al di fuori del sistema capitalistico.

Ora c’era la Rivoluzione cinese, la prima vittoria rivoluzionaria non europea.

Tuttavia, altre parti denotano una notevole chiarezza sulla situazione femminile:

Il femminismo massimalista, con le sue proposte riduttive e alienate, in quanto improponibili a livello di massa (il rifiuto del maschio; il lesbismo come liberazione; i bambini in provetta e allevati in batteria, come i polli; l’atteggiamento acido e vendicativo verso l’uomo-lupo, come se noi donne fossimo dei candidi agnelli), non matura nessuna collocazione storica e nessuna prospettiva.

Se le donne devono ancora fare della strada in direzione della completa parificazione (soprattutto qui in Italia, dove il cattolicesimo ha fatto e fa danni), la strada va fatta insieme al maschio, non contro; e non si può prescindere dalla situazione economica (lei parla ancora di classi, ma se togliamo questa parolina, ormai priva di significato, la sua analisi rimane attualissima).

Posso dire la mia?

Il libro è del 1976 ma… Non sono molto ottimista.

E non mi riferisco solo al lavoro, dove le donne non sono ancora parificate; né solo alla famiglia, dove per mio marito (e per tanti altri) è normale, dopo cena, alzarsi e andare a guardare un film lasciando tutto sulla tavola.

Mi riferisco alla mancanza di solidarietà femminile, che genera assenza di dibattito, assenza di consapevolezza di interessi comuni.

Mi riferisco alle giovinette, che non si accorgono neanche di essere ridotte a esseri estetici, considerando superfluo quello che hanno dentro al cranio (e loro sono contente così!).

E mi riferisco… al meccanico che, quando gli porto la macchina (mia, e di cui pagherò io la riparazione), chiama mio marito per spiegare cosa ha fatto e chiedere cosa deve fare…!

Ci rido sopra ogni volta, però è sintomatico.

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Angeli sulla punta di uno spillo, Jurij Druznikov

A Markacev, direttore di un’importante quotidiano di Mosca, viene un infarto. Così, all’improvviso. Nel letto dell’ospedale in cui fatica a riprendersi, Markacev ripercorre la sua ultima settimana cercando di capire cosa può aver fatto collassare il suo cuore, proprio a lui, che ha una vita invidiabile, che è ammirato, ha buone possibilità di far ulteriore carriera; a lui, a cui non manca nulla. A lui, che crede fermamente nel comunismo.

Nel ripercorrere i suoi ultimi giorni, però, qualcosa non torna (perlomeno secondo i canoni occidentali).

Intanto, la gente che gli sta attorno: è gente che, se non ha fatto carriera (alle spalle di chi non l’ha fatta), ha dovuto subire tutta una serie di angherie politiche ed umane.

E poi: Markacev era convinto di star bene. Sì, un po’ di pancetta addosso se la vedeva, ma tutto sommato… solo che nel corso del lungo flash-back, si scopre che prende un disastro di pillole per ogni tipo di malanno (guarda caso, pillole che si trovano solo all’estero).

Infine, il manoscritto: Markacev si è trovato un manoscritto sulla scrivania. Non sa chi glielo ha lasciato. E’ un testo il cui solo possesso potrebbe portarlo in galera, perché, pur scritto da un marchese francese un secolo prima, descrive le nefande condizioni in cui versa l’Urss. Se le spie di cui Markacev sa di essere circondato sapessero che ha tenuto nascosto un testo del genere…

L’assurdità fa capolino nel romanzo attraverso la figura del marchese stesso, che arriva a porta chiuse dopo esser passato per “il buco dell’ozono”.

Nelle righe della storia si capisce che l’assurdità crescerà pagina dopo pagina fino ad arrivare ad un epilogo ai limiti dello farsesco, ma io mi son fermata a pagina 156 (su 566).

Ho difficoltà con l’ironia troppo marcata.

Faccio presente però che questo romanzo è stato prescelto dall’Unesco come il migliore romanzo contemporaneo in traduzione.

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I piedi della concubina, Kathryn Harrison

(English version: below)

Che bello questo libro! Strano che nella rete se ne parli così poco.

La storia è raccontata su diversi livelli temporali con molti flash-back e sebbene ci sia una protagonista principale, la cinese May, attorno a lei ruotano molti altri personaggi, di quelli che piacciono a me, strani, diversi, ma mai macchiettistici.

May appartiene a una famiglia cinese facoltosa e come di consueto, a cinque anni incominciano a fasciarle i piedi. Lo fa sua nonna, perché sua madre non ne ha il coraggio. E’ una procedura dolorosa, che causa piaghe, rottura delle ossa, calli, infezioni continue, e che le condizionerà tutta la vita, in tutti i suoi aspetti.

Grazie (!??) ai suoi piedini di loto, May va in sposa a un ricco mercante. Il matrimonio, fin dalle nozze, si rivela molto diverso da come se lo aspettava: intanto, scopre di essere solo la quarta moglie, e poi il mercante, oltre a non consumare il matrimonio, la picchia perché lei si ribella. I tentativi di suicidio vanno a vuoto, e allora May scappa.

Ma lo fa in modo intelligente: va a lavorare in un bordello ma si concede solo agli occidentali, e, rinnegando tutta quella che è stata la sua vita precedente, impara benissimo l’inglese e il francese.

Finché Arthur, un australiano ricco ma inconcludente, si innamora di lei e la sposa. Così May entra a far parte della famiglia Cohen-Benedict. Si attaccherà moltissimo alla nipote Alice, alla quale trasmetterà a sua insofferenza per le regole. I soldi non mancano perché il cognato Dick specula sulla guerra.

Nel passato di May c’è una figlia che lei non ha più visto, e che ad un certo punto si mette a cercare. La troverà, zoppa, e la causa della sua infermità ci fa capire quanto May sia una donna ferita che, nonostante le apparenze, la bellezza e la cultura, non riesce a guarire.

Drammi ne abbiamo?

In abbondanza.

La storia si snoda tra Shanghai, la Transiberiana e Nizza.

Potete immaginare com’era Shanghai durante l’epidemia di spagnola, quando le fabbriche di chiodi chiudevano per mancanza di operai e non si potevano serrare le bare?

Potete immaginare come reagiscono i clienti di una rinomata pasticceria inglese quando una cinese entra con una portantina sostenuta da due semi-schiavi?

Avete un’idea di come erano le protesi dentarie negli Stati Uniti agli inizi del Novecento?

Questo romanzo è stupendo: la storia, la scrittura, la ricerca che c’è sotto. Assolutamente consigliato.

Se proprio devo trovare un difetto, lo vedo nel titolo: non c’è nessuna concubina, qui. May fa la moglie, la prostituta, la moglie e poi la vedova. Qui ci si è messa di mezzo la pruderie italiana. Guarda a cosa ci si è ridotti per tentare di vendere un libro in più.


What a wonderful book! Strange, that you find so few reviews in internet.

The story rolls among several temporary levels with a lot of flash-backs; although there is a main carachter, May, there are also many other carachters who are strange (the kind I like most), but never silly.

May belongs to a rich Chinese family and at 5 years old she got her feet swaddled. The operation is cause of broken bones, infections, callus, sores, and will limit her walk and her Whole life.

Thanks (?!?) to her lotus feet, May get married to a rich merchant, but the union is very different from the idea she had in her mind. First of all, she finds out that she is only the 4th bride. Secondly, her husband is violent and will not give her a child. May is rebel, and often got humiliated and beated. She tries several times to kill herself, but at the end she decides to escape.

She lands in a brothel, where she accepts only occidental clients and learn English and French. An inconclusive but rich australian man falls in love with her and marries her. As a result, she enters his family, where she binds herself to the nephew Alice, who is nearly as rebel as her.

May’s life hides a secret: a daughter, whom she “lost” when she was Young and whom she manages to meet again 24 year later. She is lame: why? When you find out the reason of this handicap, you will understand how May is a wounded woman who cannot heal.

Yes, I like tragedies books, and here you find many of them. For instance: Shanghai during the spanish influence, when the nail industries had not enough workers, because they were falling like flies, and therefore there was no way to close coffins…

There is a defect, in this book: the title. “The feet of the concubine” is the italian title, whereas there is no concubine in the story… the English title is “The binding chair”, recalling May’s difficulties in walking.

A great pity that Italian publishers must mangle titles in this way, because, without pruderie, italian readers don’t read…

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Padri e figli, Ivan Turgenev

La Russia è lontana. L’Ottocento è lontano.

Forse è per questo che non mi sono appassionata a questo romanzo.

Turgenev è un bravo scrittore: in poche pennellate ti descrive un villaggio e in poche frasi ti fa capire il carattere di un personaggio. E riesce anche a ben dipingere i contrasti che incontrano le diverse generazioni quando sono messe a confronto.

Tuttavia, non sono riuscita a farmi piacere i personaggi femminili: soprattutto le madri, tutte in sollucchero per questi figli (maschi!), timorose di chiedere loro cosa vogliono mangiare per paura di disturbarli. Donne tutte dedite alla famiglia: monotematiche.

Mentre Arkadij, Bazarov, i loro padri, Pavel Petrovic e perfino i personaggi maschili secondari, invece, sono sfaccettati. Interessanti.

Ho come l’impressione che Turgenev, per quanto fosse un bravo romanziere, delle donne avesse un’idea abbastanza stereotipata.

Bazarov è insopportabile.

La fissa del nichilismo si chiama nichilismo in questo romanzo, e si chiama “voglio una vita spericolata” ai giorni nostri.

Un paio di sberle ci stavano bene allora, come ci starebbero bene oggi.

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I cani e i lupi – Irène Némirovsky

Nemirovsky

Nemirovsky


Ultima recensione dell’anno. Mi ero ripromessa di leggere un libro ambientato in un paese caldo, per contrastare la temperatura esterna, ma non sono quasi mai io a scegliere i libri, si impongono da soli.

La Nèmirovsky scrive belle storie, si leggono perché si vuol sapere cosa ne sarà dei suoi personaggi, quasi sempre condannati fin dall’inizio a qualche sorta di solitudine. Anche qui, Ada, ebrea povera, si innamora fin da piccola di Harry, ebreo ricco, e lo ama per anni, senza mai incontrarlo, finché riesce, quando sia lei che lui sono sposati con altri, ad averlo.

Ma è una storia senza futuro, perché loro due sono troppo diversi, e il mondo non perdona nulla.

A dispetto dei punti di vista che la scrittrice sfrutta (uno, due, tanti quanti i personaggi), in realtà lei non ama le sua creature. Questa mancanza di amore trapela, non tanto dal destino che riserva loro, quanto dai pensieri che lei mette a nudo.

Lei, ebrea, è spietata con gli ebrei e con il loro legame col denaro.

Anche Ada, che in teoria è la protagonista, non si lascia afferrare nella sua duplicità: ne prendiamo le difese perché sentiamo che è una vittima, ma difficile perdonarle di aver sposato uno che non ama, pur di non stare da sola in attesa di Harry. O almeno a me questo non è piaciuto. E se nel corso della storia le viene spesso rinfacciato di essere linguacciuta e sempre pronta alla risposta, in realtà questo coraggio verbale non si concretizza in un coraggio fisico, perché alla fine lascia anche Harry.

Per salvarlo, dice. Perché per riprendersi finanziariamente ha bisogno della moglie. Perché lei lo avrà sempre con sé, nella sua mente. Beh, avere una persona accanto è ben diverso che averla nella mente. E’ stata una scelta di comodo, quella di lasciarlo. Una rinuncia in partenza, prima di affrontare la vita vera.

Ottantesimo, e ultimo, libro del 2016. By the way: sei libri meno dell’anno scorso… che vergogna…

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