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C’è una vita prima della morte? – Miguel Benasayag, Riccardo Mazzeo

Per chi è ignorante come me, Miguel Benasayag è un filosofo e uno psicanalista (sì, tiene persone in analisi, ma solo due giorni alla settimana, si giustifica).
La biografia che trovo nel libro è piuttosto scarna: solo leggendo capisco che Benasayag ama viaggiare tra le discipline e che odia, per ragioni che ci spiegherà, i curricula. Argentino, ha conosciuto Sartre, si è fatto quattro anni di galera, ha rischiato la vita, ha sopportato le torture del regime, ma è ancora vivo. Perché ci tiene a diventare… anziano. Non vecchio, attenzione: tutto il saggio (anzi, il dialogo tra lui e Mazzeo) è incentrato su questa differenza.

Il dialogo dovrebbe vertere sulla “terza età”, ma si parla molto anche dei giovani, perché sia ai giovani che ai vecchi si negano la vera vita, i Wuensche, i rischi: lo scopo è sempre quello, creare consumatori, instradare le persone, renderle prevedibili.
Se la prendono, Benasayag e Mazzeo, con l’individualismo. Cioè: bisogna smetterla di pensare in termini individualistici. Un vecchio pensa: sono vecchio. Ed è una tragedia. Un anziano pensa: sono vecchio, ma… non è un’esperienza che tocca solo me, è nel corso delle cose, accade.
Oppure: una donna viene picchiata dal compagno e pensa: sono picchiata. Un’altra donna pensa: sono picchiata ma… non sono un’individualità che viene picchiata!
Se si passa dal mi succede al succede, cambia tutta la prospettiva! E’ quello che ha fatto Benasayag quando era in galera e lo torturavano:

Che si sia in un momento felice o che ci si trovi nella merda più nera, il fatto di aver scelto in prima persona cambia tutto.

Alla fine, i vecchi non sono delle vittime, sono delle persone che hanno raggiunto una certa età senza accettarlo, dei coglioni, dice Bensayag. Non sono degli anziani. Attenzione, perché qua non si parla di terza età, ma di tutti noi. Tutti o quasi abbiamo perso il senso del tragico, ci tocca solo il senso del grave, se in Jugoslavia fanno un massacro, noi lo riteniamo un episodio grave, ma non facciamo nulla, la nostra vita non cambia.

Un libro pieno, pieno pieno di spunti di riflessione.
Ma su un punto non sono d’accordo con Benasayag, quando dice:

(…) sono riuscito a dire merda all’università, merda ai media, merda a tutti e nondimeno pubblico, vivo, mi abbuffo. ho avuto una fortuna sfacciata, non ci credo al merito. Penso che il merito sia un concetto reazionario secondo cui se io mi merito quello che ho, allora il piccolo africano che sta morendo di fame si merita quello che ha. La verità è dunque che esiste un fattore arbitrario, perché la stessa forza che ho, che mi permette di fare tante cose, non ho deciso io di averla. Il fatto è che si possono fare buoni incontri da cui trarre profitto e che aiutano. Da questo punto di vista, nessuno merita ciò che ha. Si ha semplicemente la fortuna di incontrare certe persone, in certi momenti, o la sfortuna di non incontrarle o di fare brutti incontri.

Perché non è solo una questione di fortuna, ma una combinazione di fortuna e di un quid personale/merito. Cioè: io potrei incrociare nella mia vita le persone più intelligenti e buone del mondo, ma se non me ne accorgo, se le lascio passare, o se non faccio nulla per andarmele a cercare, allora la colpa è mia. E viceversa, se mi attivo.
E’ colpa mia se io mi identifico col mio curriculum e ho smesso di rischiare, se preferisco la sicurezza di un posto fisso (che non corrisponde alle mie aspirazioni/capacità) all’incertezza di una vita in giro per il mondo a conoscere gente nuova.
Benasayag, come la Marzano, ci dicono che non si può avere tutto solo perché lo si vuole. Ma è anche vero che qualche cosa non si può avere perché non si è disposti a rischiare.

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L’uomo e la morte, Edgar Morin

Ci ho messo un po’ a riflettere sul come affrontare l’articolo su questo titolo, perché ogni recensione rischia di banalizzare l’enorme mole di ragionamenti (filosofici, storici, antropologici, psicologici, letterari) che si srotolano tra le pagine. E anche le vere e proprie recensioni che ho trovato in giro, dei contenuti del libro dicono poco: senza cattiveria, semplicemente perché è un libro che va letto. Non si può riportarne uno stralcio senza perdere la ricchezza dei collegamenti che lo legano al prima e al dopo.

Qui accenno solo al tema principale: la paura/rifiuto della morte va di pari passo con l’affermazione dell’individuo rispetto alla specie. Cioè, dove prevale la specie, questa copre con un manto protettivo l’orrore della dissoluzione dell’individuo. E perfino dove sembrerebbe che il rifiuto della morte sia bandito (omicidio, cannibalismo), in realtà Morin ci dimostra che queste eccezioni riescono, alla fine, a confermare la sua tesi.

Il libro è degli anni Settanta, qui proposto in una nuova traduzione (Riccardo Mazzeo, editor storico della Erickson).

Incredibile come un libro del genere riesca a intrecciarsi con gli argomenti che mi occupano gli scaffali negli ultimi mesi. Si intreccia con un testo di etologia (amore e morte) che mi ricordava come la cellula è praticamente immortale quando dice:

La morte è il prezzo dell’organizzazione, della differenziazione, della specializzazione.

E al contempo si intreccia ai libri sul buddismo. Perché? Perché se noi ci considerassimo parte di un Tutto, allora sì che saremmo indifferenziati, e, dunque, immortali…

Si intreccia ai miei saggi sull’alimentazione e sull’intestino, quando dice:

Se i fagociti e il tessuto connettivo si comportano così male, ciò dipende dal fatto che resistono meglio, nella loro semplicità barbara, alle tossine che provengono principalmente dall’intestino crasso. Sono le fermentazioni intestinali che, alla lunga, intossicano il corpo umano, si comprende quindi il disprezzo che Mecnikov provava per quest’organo che avrebbe voluto sopprimere.

(OK, ma questo Mechnikov confondeva la conseguenza, l’intestino otturato, con la causa, l’otturazione data dall’alimentazione scorretta)

Fortissima l’osservazione che l’uomo, fatto di cellule potenzialmente immortali, è mortale. Dove sta l’intoppo? La morte, allora, è naturale o innaturale?

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