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L’illusione di Dio (Richard Dawkins)

Richard Dawkins è un biologo evolutivo. L’evoluzione della specie per lui, dunque, è pane quotidiano, ma la sua scelta di campo (ateismo contro religione) non è solo una questione accademica.

Come ci fa notare in una serie di interessanti esempi, alla religione vengono riconosciuti diritti che ad altri settori della comunità non vengono riconosciuti. L’obiezione di coscienza, ad esempio: in alcuni paesi si può evitare il servizio militare per motivi religiosi, ma non esiste l’obiezione di coscienza se si è semplicemente contrari alla guerra, non importa quanto logico sia il nostro motivo.

Un altro esempio, molto più vicino al caso italiano, sono le varie cause di esenzione fiscale di cui godono le Chiese, nonché il flusso di denaro che, dalle nostre tasse, tramite meccanismi volontari, giungono a enti religiosi (che non sono di solito tenuti a render conto a nessuno, cosa che se succedesse in una società per azioni privata porterebbe a diversi arresti).

Un esempio che mi riguarda: quando ho iscritto il bambino alla mensa scolastica, potevo richiedere l’alimentazione vegetariana per motivi religiosi, ma non per motivi salutistici (nonostante sia ampiamente dimostrato che meno carne si mangia e meglio è).

Gli esempi di Dawkins sono tratti principalmente dal contesto statunitense e anglosassone. Certe mostruosità, dunque, ancora non ci riguardano (per il momento).

Dawkins ci racconta ad esempio il caso dei genitori mormoni che hanno ritirato il figlio dalle scuole dell’obbligo per motivi religiosi e il sistema legale ha riconosciuto il loro diritto di farlo (cosa che non sarebbe successa se avessero opposto altre ragioni).

Sempre negli Stati Uniti: è possibile ricorrere ad allucinogeni per “incontrare” dio e per avere esperienze “mistiche”, ma in certi paesi non ammettono neanche l’uso della marjuana per motivi sanitari. In alcuni stati americani non è ammesso l’aborto, neanche se la ragazza è stata messa incinta in seguito ad uno stupro.

Secondo Dawkins, Dio è una vera e propria illusione.

I creazionisti affermano che il mondo così com’è può essere stato creato solo per intervento divino o per caso. Il caso viene escluso perché gli esseri viventi sono così complessi che le probabilità che si arrivasse, ad esempio, a un corpo umano o a una foglia di platano erano davvero infinitesimali.

In realtà, saltano a piè pari il complicato processo dell’evoluzione: non si tratta, per il caso, di creare un corpo umano dal nulla. Se fosse così, allora l’evento corpo-umano sarebbe praticamente impossibile. Ma l’evoluzione è un insieme di eventi poco probabili che si sono verificati in serie, nell’arco di migliaia di anni. Ognuno di questi step era poco probabile, ma non impossibile.

L’accumulo di questi eventi poco probabili ha portato al risultato che è davanti ai nostri occhi oggi.

E’ molto interessante anche la parte in cui Dawkins spiega perché la religione è nata e perché il cervello umano propende per credere in un qualche creatore.

Uno dei motivi, ma non il solo, è che un cervello che ragiona in senso teleologico ha un vantaggio biologico.

Mi spiego: se vediamo una tigre, non è biologicamente conveniente analizzarla in termini chimici o storici; è molto più conveniente considerarla dal punto di vista teleologico, e presumere che la tigre abbia un fine, che è quello di mangiarci. Da qui a pensare che tutto l’esistente abbia un fine, il passo è non breve ma abbastanza consequenziale.

Un’altra parte interessante del libro è quella in cui l’autore spiega che il senso morale può sussistere benissimo senza le religioni (anzi, il senso del bene spesso persiste nonostante le religioni). Sono state fatte molte ricerche scientifiche in questo senso, e tutte concordano che, più o meno, il 97% dei soggetti, indipendentemente dal credo religioso, danno le stesse risposte moralmente connotate.

La morale e lo Zeitgeist nel tempo evolvono nonostante la religione, e non grazie ad essa.

Non solo: un’altra ricerca del 2005 “mette a confronto 17 nazioni sviluppate e giunge alla devastante conclusione che ai più alti livelli di religiosità corrispondono i più alti livelli di omicidi, mortalità infantile e giovanile, malattie veneree, gravidanze e aborti di adolescenti”.

Quindi non solo la religione è superflua: è dannosa.

Senza contare la sfilza di assurdità che sono scritte in alcuni dei testi delle religioni principali. Pensiamoci…

Prendiamo il Dio degli ebrei: è un dio genocida. Ammazza tutti, inclusi donne e bambini e pure gli animali, se il suo popolo decide di “adorare” un altro dio. E i casi in cui le donne sono considerate meno delle bestie non si contano.

Oppure, in campo cristiano: perché un Dio deve far ammazzare il proprio figlio per salvare il mondo? Che legame c’è tra sacrificio e salvazione? Io questo non l’ho mai capito.

Così come non ho mai capito il discorso della trinità: uno e trino. Nessun sacerdote è mai stato in grado di spiegarmelo in modo da rendermelo accettabile.

Ogni mia domanda veniva tacitata con la frase finale: è una questione di fede (= credi ad occhi chiusi perché te lo diciamo noi o te lo dice il Libro). E non c’è niente di peggio che insegnare ai bambini che la Fede è una virtù: gli si insegna ad accettare quello che gli viene detto solo perché lo dicono certe figure designate.

Mi si dice: devi leggere la Bibbia (o il corano o il vangelo ecc…) considerando il contesto storico in cui è stata scritta. Ma questo discorso va bene solo per alcuni passaggi, e non per altri. Dov’è il criterio oggettivo per capire quali passaggi sono da intendere in senso letterale e quali no? Non c’è.

Questo saggio è molto godibile. Meriterebbe di essere letto solo per ridere (amaramente) dei casi di estremismo religioso che si verificano negli Stati Uniti al giorno d’oggi.

In realtà, se avevo qualche dubbio sull’esistenza di un’intelligenza superiore, ora se ne è andato. E non sono triste o depressa. Non medito il suicidio e non ucciderò la mia vicina di casa per impossessarmi dei suoi pansé.

Ho frequentato la parrocchia fino ai 18-20 anni, ho fatto parte di tutti i consigli ed organi cattolici che c’erano al mio paese. Ero fuori casa tre o quattro sere alla settimana per partecipare a qualche iniziativa organizzata dal sacerdote. La comunità si reggeva attorno alla chiesa parrocchiale. Era un ambiente tranquillo, attivo, con persone piene di buone intenzioni, ma – me ne rendo conto adesso – era sempre latente la convinzione che chi non frequentava la chiesa e la parrocchia non fosse, in fondo, una brava persona.

E, soprattutto, certe idee assurde non si potevano mettere in discussione (peccato originale, verginità della Madonna, vita eterna, eutanasia, coppia eterosessuale, cellule staminali!!!).

“Non possiamo spiegarti perché è così, ma devi crederci”.

Basta. Mi avete preso in giro fin troppo a lungo.

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Satana a Goraj – Isaac Bashevis Singer

Mamma mia che mondo invivibile, quello di Goraj tra il 1665 e il 1666, il tempo in cui, secondo gli esperti della Cabbala, il Messia si sarebbe manifestato e l’esilio sarebbe giunto alla fine!

Guerre, torture, distruzioni, incendi, inondazioni, possessioni diaboliche, segni divini e maligni… questo romanzo è un susseguirsi di immagini forti, ma raccontati da una voce che cerca di restare distaccata. O finge, di voler restare distaccata…

Singer narra la storia di un paesino che si trova in un luogo non ben definito (neanche il suo nome è certo, tant’è che non si possono registrare le sentenze di divorzio perché ci sono dubbi in merito).

Nel 1665, circola la voce che il Messia sia arrivato nelle spoglie di un certo Shabbatay Tzevi: tutti gli ebrei vanno fuori di testa e si preparano a risvegliarsi nella Terra Promessa.

Nascono fazioni pro e contro il presunto messia, e un rabbi si sostituisce all’altro, in successione, nel favore popolare.

Tutto succede all’insegna dell’Attesa: spasmodica, febbricitante attesa.

Singer ci fa entrare nell’atmosfera: pensate un popolo esiliato e martorizzato, bersaglio di pogrom e genocidi, vittima di guerre ed eventi atmosferici straordinari; e pensate alla sua impotenza di fronte a tutte queste calamità.

Non verrebbe anche voi la voglia di abbandonarvi a una speranza pazza e risolutiva?

Se vi dicessero che domani tutte le vostre infinite disgrazie finiranno di colpo, le vostre regole morali non verrebbero travolte dalla felicità e dallo stordimento?

E se d’un colpo poi vi privassero di questa speranza, non subentrerebbe una rabbia distruttiva? Non vi travolgerebbe il disastro?

E’ quello che succede con Shabbatay Tzevi.

Leggendo il romanzo, mi son spesso chiesta cosa pensava Singer mentre lo scriveva. Da che parte stava, lui, ebreo praticante in terra Americana?

Perché da un lato, tra le righe si percepisce l’empatia per le sofferenze e le speranze del suo popolo, certo; ma tale empatia non è mai scevra di compatimento nei confronti dei mille e mille riti e superstizioni che intaccano ogni minimo aspetto della vita di un ebreo.

Tanto che, alla fine, mi par di capire che il nemico vero, non sono “gli altri”, la nebulosa moltitudine di esseri esterni alla vera fede a cui si attribuiscono le colpe delle carestie e delle violenze; alla fine, il nemico vero è interno al popolo eletto, si impossessa della moglie di un Giusto, viene dalla carne ebrea e da altri ebrei viene rinnegato.

Insomma: non c’è scampo al tormento.

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Cleopatra – Joachim Brambach

Sapete perché ogni tanto leggo libri storici? Per ricordarmi che gli esseri umani sono sempre gli stessi, e dunque è inutile arrabbiarsi quando qualcuno cerca di passarti sopra come un TIR.

Sapete perché non leggo libro storici troppo spesso? Perché mi ci arrabbio lo stesso…

Guardiamo i giorni nostri: se i parenti non si avvelenano e strozzano e pugnalano fra loro come facevano i Tolomei, è solo perché non sono Tolomei, e non godono di alte probabilità di farla franca. Molti assassinii non vengono perpetrati solo per paura della punizione, non per remore morali. Per noi è più facile togliere la parola a uno zio per via di un’eredità o rovinare la reputazione di un amico parlandone male alle spalle.

Gli ammazzamenti di figli, genitori, fratelli non sono prerogative dei monarchi orientali: anche noi abbiamo avuto i nostri. E’ stato Ottaviano a uccidere Cesarione, il figlio di Cesare e Cleopatra, e Ottaviano (l’Augusto) era romano. Non parliamo poi dei Borgia…

Cos’altro ci insegna la storia? Che la religione viene sempre sfruttata a fini di potere: Cleopatra e, prima di lei, Alessandro Magno lo avevano capito benissimo: siamo noi, nel 2019, che siamo ancora convinti che la Religione sia Buona e l’ateismo cattivo.

Un’altra lezione dalla storia? Certo: è che non sappiamo quasi niente. Pensate alla relazione tra Cleopatra ed Antonio. Cosa vi viene in mente? Liz Taylor e Richard Burton, immagino. Amore romantico, drammatico, tragico… Bè, dimenticate tutto.

Se c’è uno che ha rischiato di più nel suo rapporto con Cleopatra, è stato Cesare, che ha compiuto alcuni atti sconsiderati durante la relazione. Antonio, invece, era molto meno succube della regina egiziana, sebbene ne fosse affascinato.

Di lei, poi, quando la sua faccia non si sovrappone a quella della Taylor, abbiamo un’immagine da sovrana orientale onnipotente, capricciosa e sanguinaria.

Tutto vero?

Non proprio: la storia la raccontano i vincitori. Gli storici antichi dovevano far passare un’idea del genere, perché Ottaviano l’aveva sfruttata per attaccare Antonio, suo rivale nell’ascesa all’Impero. Antonio era ancora molto amato dal popolo e Ottaviano avrebbe perso in popolarità se lo avesse affrontato di petto: meglio farlo passare come la vittima succube della perfida regina orientale.

Ah: come è morta Cleopatra?

Suicidio con il serpente velenoso, vero?

No, falso.

In realtà, non si sa.

Sì, lo so che l’immagine della donna disperata per l’amante morto fa audience, ma non ci sono prove che lei si sia suicidata con l’aspide.

Dopo la morte di Antonio, lei rimane tredici giorni prigioniera di Ottaviano. Si sapeva che aveva tendenze suicide: una regina di quel calibro non avrebbe accettato di sfilare sulle strade romane in veste di bottino di guerra di Ottaviano. Tuttavia, neanche l’Augusto ci avrebbe guadagnato molto a far sfilare una donna (si dice) annienta e disfatta dal dolore: il popolo ne avrebbe provato pietà, e tutta la pubblicità negativa di Ottaviano sarebbe scoppiata come una bolla di sapone.

Diciamo che Ottaviano Augusto non ha fatto poi molto per evitarne il suicidio (se suicidio c’è stato). Sarebbe bastato metterle qualcuno alle costole a tenerla d’occhio…

Machiavelli non ha inventato niente.

E neanche Berlusconi.

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Il vangelo del traditore, Bart D. Ehrman

Ma noi, che viviamo in un paese cattolico, lo abbiamo davvero capito perché Giuda ha “tradito” Gesù?

Guardiamo ai vangeli canonici.

In Marco, le motivazioni non vengono riportate. In Matteo si dice che Giuda tradisce per soldi. In Luca che il diavolo è entrato in lui. Per scoprire le vere motivazioni, dunque, dobbiamo rivolgerci altrove.

Negli anni Sessanta è stato scoperto in una grotta egiziana il Vangelo di Giuda (che non è stato scritto da Giuda, ma nel quale Giuda è, insieme a Gesù, il protagonista). In questo testo, Giuda non tradisce Gesù, bensì porta a compimento la profezia, perché tramite la consegna ai romani e la morte, Gesù riesce a liberarsi del corpo materiale per ascendere alla sfera divina. Si dice che Giuda era l’unico apostolo ad aver capito la natura di Gesù e che consegnandolo ai romani lo ha aiutato a diventare ciò che era.

Ne consegue, che neanche il vangelo di Giuda ci dà una base storica accettabile. Per forza: si tratta di un vangelo gnostico, corrente secondo la quale il mondo materiale è il Mal:  tutto ciò che esiste viene creato da una serie di esseri divini (alcuni esplicitamente negativi) e per essere liberati bisogna essere in possesso della Rivelazione (Gnosi) che viene elargita solo ad alcuni. Giuda, secondo il vangelo che prende il suo nome, era uno di questi favoriti.

Allora, come facciamo a sapere perché Giuda ha tradito?

Bisogna desumerlo dal contesto, sebbene una risposta sicura al 100% non sia possibile.

Partiamo dai pochi fatti certi che abbiamo: Gesù era un profeta ebreo apocalittistico. L’apocalittica era una corrente secondo la quale il mondo doveva aver fine per mano di Dio, che si era stancato del male che compivano gli uomini.

Quando Gesù parlava di Regno, quando diceva che il Regno stava arrivando, che non sarebbe passata la loro generazione senza vedere il Regno, lo intendeva in senso letterale, non spirituale. Sarebbe arrivato il Figlio dell’Uomo (che nei testi più antichi Gesù NON identifica con se stesso) che avrebbe fatto piazza pulita e avrebbe restituito il controllo delle 12 tribù di Israele (di cui 10, nel corso dei secoli, erano state decimate); ecco la ragione del numero 12, per gli apostoli: erano coloro che avrebbero dovuto guidare le tribù.

Ed ecco perché gli apostoli ad un certo punto si mettono a litigare tra loro per capire chi sarà il più importante tra loro: perché avevano inteso tutto in senso letterale. Era il senso in cui parlava Gesù. Il Regno era il regno terreno di Dio.

Quando Gesù ha cominciato a intuire che sarebbe finito male (non sarebbe stato il primo, tra i profeti ebrei che si mettevano sulla strada dei grandi sacerdoti) e ha cominciato a dire che sarebbe morto, si può immaginare la delusione degli apostoli.

Erano poveracci, neanche capaci di leggere e scrivere, ed era arrivato questo profeta a dire loro che sarebbero stati messi a comandare le tribù del regno di Dio… ci avevano creduto, tutto stava in piedi, anche le beatitudini acquistavano senso.

Questa può essere una ragione del tradimento di Giuda: una somma delusione, una frustrazione con i controfiocchi.

E come lo ha tradito? Nei vangeli sembra che Giuda si limiti a dire alle guardi dove si trova Gesù e a indicarlo con un bacio. Ma è poco probabile: le autorità romane avrebbero semplicemente potuto farlo seguire, non c’era bisogno di Giuda, per questo, né di baci e bacetti.

E poi, perché hanno arrestato Gesù?

Perché costituiva un pericolo per l’ordine pubblico. Insomma, si dichiarava re dei Giudei, il Messia, l’Unto; e dichiararsi re in un paese occupato equivale a una rivolta (tanto più che tra gli ebrei i rivoltosi armati non erano pochi).

Solo che se facciamo attenzione, Gesù non si era mai dichiarato Messia in pubblico.

Nei testi cristiani, canonici o meno, si dà per scontato che Gesù fosse il messia. Eppure lui non lo ha mai proclamato in pubblico. Ne deduciamo, che per saltare fuori, questo appellativo debba essere stato chiamato in causa da qualcuno. L’ipotesi più plausibile è che Gesù lo abbia usato in privato, nella stretta cerchia dei dodici, e che poi abbia chiesto di non divulgare la notizia.

Ecco in cosa consisteva davvero il tradimento di Giuda: nell’informare i sacerdoti che Gesù si era dichiarato il Messia. Era un segreto.

E nel divulgarlo, Giuda ha combinato un casino. Nell’ipotesi di Ehrman, Giuda non voleva che Gesù venisse ucciso. La sua intenzione era che venisse rinchiuso da qualche parte finché non passavano le feste ebraiche: se poi le autorità lo avessero interrogato, Giuda era sicuro che il pacifismo di Gesù sarebbe saltato fuori. Non aveva però fatto i conti con la tendenziosità delle alte cariche ebraiche, che appena vista l’occasione, la sfruttarono per mandare Gesù dai romani e farlo uccidere come sobillatore.

La buona fede di Giuda si può dedurre da un passaggio di Marco in cui Giuda chiede ai soldati di portarlo via “in modo sicuro”. La traduzione qui è troppo libera. Sarebbe più preciso tradurre con “sano e salvo”, cioè il timore di Giuda non era che Gesù scappasse (comportamento poco consono alla personalità di Gesù) ma che gli succedesse qualcosa di male a causa della confusione che c’era a Gerusalemme in quei giorni.

Ho riassunto in pochissime righe un libro che merita di essere letto tutto.

Ogni volta che mi immergo in testi storici del genere, mi meraviglio di come noi cattolici (io stessa, fino a pochi anni fa) diamo per scontate certe informazioni senza porci domande.

O meglio: io da piccola me le ponevo le domande; non capivo, ad esempio, perché Gesù era stato ucciso. Mi rispondevano: per salvarci dal peccato.

Che razza di risposta è??

Occorre ammazzare uno per salvare la gente dal peccato? Nell’ottica ebraica sì. Ci voleva il sacrificio. Non importa se a morire era il colpevole o un altro. Ma nessuno me l’ha mai spiegato. Non mi hanno mai spiegato le dinamiche romano-ebraiche del periodo, neanche da adulta. A messa, poi, lasciamo stare. Il pulpito potrebbe essere un magnifico luogo da cui insegnare certe cose, non dico in modo continuativo, ma ogni tanto, una notizia qui, una là, invece no, quasi certi fatti fossero segreti.

E vedo che anche in questi anni il mondo cattolico continua a divulgare parole vuote. Me ne accorgo dalle lezioni di religione e di catechismo: ai bambini viene detto che Gesù è morto in croce senza spiegare il perché.

Poi si cresce, si smette di farsi domande, e si ripetono frasi a papera.

Quando si trovano testi come quelli di Ehrman ci si trova sbalorditi: ehi, ma come mai ho smesso di chiedermi certe cose?

Forse perché nessuno ha mai risposto davvero, in certi contesti.

E poi si meravigliano che le chiese si svuotano.

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La Bibbia non l’ha mai detto, Mauro Biglino e Lorena Forni

Mauro Biglino è un cultore di storia delle religioni e, molto importante, traduttore dall’ebraico antico. Lorena Forni è professoressa di filosofia del diritto.

Si sono messi insieme per scrivere questo libro che tratta di bioetica e dei fondamenti delle regole bioetiche nel diritto italiano.

Mettiamola in questi termini: la religione cattolica si sente in dovere di intervenire sullo stato italiano indirizzandone la legislazione in materia di bioetica e lo fa dicendo che si basa sul suo libro sacro, la Bibbia.

Ma la Bibbia è davvero un testo adatto per ispirare una legislazione statale su materie così delicate come l’aborto, l’eutanasia, l’interruzione volontaria di gravidanza e il testamento biologico?

Cerchiamo di essere pratici.

Pensiamo alle lunghissime liste di ammazzamenti, stragi, stupri e atti di pedofilia elencati nell’Antico Testamento. Come si può giustificare tutto dicendo che questi elenchi di efferatezze erano necessari per mostrarci il grande salto operato con il Nuovo Testamento?

Pensiamo a quante migliaia di persone (donne e bambini inclusi) sono state passate a fil di spada per garantire al popolo eletto un territorio su cui vivere. Era Dio che ordinava di ammazzare tutti. O per lo meno, così la storia ci è stata tradotta.

A messa ogni tanto propongono letture in cui compare la parola Elohim. E noi, pecoroni timorosi di chiedere, crediamo che Elohim sia Dio. E nessuno sull’altare si premura di spiegarci che non è proprio così.

Gli Elohim (al plurale) probabilmente erano dei capi militari.

Yahweh era uno di questi capi militari. Il più forte. Il più efferato. Il più vittorioso.

I capi militari hanno un compito: far guerra per conquistare territori. E ammazzare in via preventiva donne e bambini, se c’è il rischio che un giorno questi si sveglino e si mettano a far guerra a chi li ha conquistati.

Per nostra fortuna, molta parte dell’etica contemporanea e della legislazione che ne è espressione non ha nulla a che vedere con la morale e la giustizia bibliche.

Ecco in soldoni di cosa parla la Bibbia secondo Biglino: non parla di Dio, ma della storia di una famiglia per conquistare il suo spazio vitale.

E’ dunque dura appoggiarsi a un testo del genere per negare il diritto all’aborto e la necessità di una legislazione sul fine vita, visto che nella Bibbia non c’è un diritto assoluto alla vita in quanto tale.

La argomentazioni di Biglino sono complesse e difficili da riassumere in un post. Però sono convincenti, perché, giustamente, per interpretare un testo puoi sì sfruttare riferimenti extratestuali, però per prima cosa devi analizzare il testo scritto così com’è, non puoi interpretarlo prescindendo dalla sua lettera.

Quello che mi convince meno è il salto logico che Biglino compie quando parla della creazione.

Ci sta che il verbo utilizzato dal testo originale non parli di vera e propria creazione dal nulla; ci sta che il verbo originario parli di trasformazione, di costruzione con materiali preesistenti. Quello che mi lascia perplessa è che Biglino affermi che il materiale preesistente con cui gli elohim hanno creato l’uomo possa essere il DNA. In un punto arriva a definirli “ingegneri genetici”. E, sempre attenendosi alla lettera del testo in ebraico antico, dice che gli elohim hanno creato gli uomini per compiere il lavoro che era troppo gravoso per loro: hanno progettato e costruito degli schiavi, insomma; e ci sono riusciti dopo vari tentativi andati male.

Ecco: la tesi creazionista fa ridere, al giorno d’oggi; ma anche questa è un po’ stiracchiata.

Per quanto nella mia ignoranza non mi senta di escludere alcuna ipotesi, credo che per indagare la nascita dell’uomo siano più affidabili gli strumenti scientifici che un testo scritto migliaia di anni fa basandosi su racconti orali ancora più vecchi.

 

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La disobbedienza ed altri saggi, Erich Fromm

Eh no, ragazzi miei: facendo i bambini obbedienti non si arriva da nessuna parte. A dircelo è Fromm, e ce lo ha messo per iscritto un bel po’ di tempo fa. La civiltà è nata con un atto di disubbidienza: avete presente Adamo ed Eva, quelli che andavano in giro con la foglia di fico che poi non era fico? O Prometeo, che va a rubacchiare cose che non gli spettano? O tutti quegli scienziati che hanno messo in dubbio il pubblico sentire?

Limitandosi all’ubbidienza non si cresce, non si diventa liberi: ci si limita ad eseguire gli ordini.

Ora tutti diranno: anche io voglio essere libero! anche io! e io no?

No.

In realtà la gente dice solo a parole che vuol essere libera; perché quando si tratta di prendere decisioni e di assumersi le responsabilità che ne conseguono, tutti (anche io) alzano le mani e si giustificano: ma io ho fatto quello che mi ha detto lui/lei!

L’uomo inserito in un’organizzazione ha perduto la capacità di disobbedire, non è neppure consapevole del fatto che obbedisce. Nell’attuale fase storica, la capacità di dubitare, di criticare e di disobbedire può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l’umanità e la fine della civiltà.

Certo, Fromm scriveva negli anni Sessanta sotto l’incubo del disastro atomico, ma la situazione attuale non è molto diversa, anzi, forse è peggiore, perché ci disinteressiamo di tutto quello che non ricade hic et nunc – qui ed ora – nel nostro orticello.

Questo è uno degli argomenti che Fromm affronta in questo breve saggio. Parla anche di socialismo umanitario (mettendoci in guardia dalla deformazione della teoria Marxista fatta dai politici), di reddito minimo garantito (e questo vi consiglio di leggerlo!), di disarmo unilaterale, di pratica della pace.

Parla all’uomo dell’uomo.

Ho adorato le pagine in cui distingue i profeti dai sacerdoti:

Possiamo definire profeti coloro i quali proclamano idee – non necessariamente nuova – e in pari tempo le vivono. (…) Chiameremo sacerdoti coloro i quali fanno uso delle idee che i profeti hanno enunciato.  I profeti vivono le proprie idee; i sacerdoti le somministrano a quanti hanno care le idee stesse. Le quali perdono così vitalità (…) accade sempre che la formulazione acquisti importanza una volta che l’esperienza sia morta.

Ecco perché la gente non crede più in niente: perché le idee che vengono fatte circolare oggi fanno appello solo alla nostra mente, non al nostro cuore. Ci mancano gli esempi.

Si può affermare senza tema di esagerazione che mai la conoscenza delle grandi idee prodotte dalla specie umana è stata diffusa in tutto il mondo come oggi, e che mai queste idee hanno avuto meno incidenza di oggi.

E poi, sentite come Fromm ci spiega il senso di colpa contemporaneo: coloro che lo provano

non sono tormentati da un problema morale, ma dal fatto di non aver obbedito a un ordine.

Che l’ordine venga da un’organizzazione o sia il precetto di un’autorità interiorizzato, la sostanza non cambia.

Dobbiamo lavorare su noi stessi. Tutti.

 

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Io sono vivo, voi siete morti – Emmanuel Carrère @HobbyWork

Un viaggio nella mente di Philip K. Dick

Philip K. Dick è l’autore di fantascienza che ha scritto “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” da cui è stato tratto il film Blade Runner di Ridley Scott (mentre da Valis, un altro suo libro, è stato tratto Total Recall, con Schwarzenegger).

Ve lo dico subito: se siete alla ricerca di dettagli biografici su Dick, meglio rivolgersi ad altre biografie, come quella di Lawrence Sutin o quella di Anne R. Dick, perché questa di cui parlo ora si concentra, davvero, sulla mente di Philip K. Dick. Che era un paranoico. Ma non è un modo di dire. Era un paranoico, malato, con tanto di ricoveri in strutture specializzate.

Fin dai quattordici anni è stato un assiduo frequentatore degli studi degli psicologi/psichiatri/psicanalisti, e poi ci ha dato dentro con medicinali di tutti i tipi. Era ossessionato dall’idea di venir spiato (dall’FBI, dalla CIA, dai russi, dai romani!) o, peggio, che la sua vita fosse una vita fasulla, di copertura, alla Matrix, per intenderci. Vedeva possibili nemici in tutti, ma alternava periodi di paura folle ad altri in cui si attorniava di amici (ehm… devo ammettere che di gente normale ne ho trovata poca: quando andava bene, erano drogati).

Ha avuto una sfilza di mogli con relativi figli, ma quasi ogni donna dopo un po’ non ce la faceva più e lo lasciava. Era un consumatore compulsivo di anfetamine, che gli servivano per produrre romanzi a più non posso (era capace di finirne uno in due settimane). Ogni tanto aveva le visioni: un occhio gigante che ti osserva dal cielo, una farmacista che si presenta alla porta e che, secondo lui, è l’inviata di una setta di cristiani sopravvissuti al massacro dei romani…). Era ossessionato dall’idea della sorella Jane, sua gemella, morta dopo quaranta giorni dalla nascita, perché sua madre non aveva abbastanza latte e non sapeva che si poteva nutrirla col latte artificiale (!!).

Ma è stato un fuori di testa nel periodo giusto, gli anni Sessanta. Ora è riconosciuto come autore mainstream (cioè non più scrittore di seconda qualità, ma avente diritto ad entrare nel novero degli artisti “seri”), e ci sono molti fanclub e gruppi che si uniscono in suo nome.

Non ho letto niente di Dick. Paul M. Sammon dice che era un bravo autore; Carrère non si sbilancia molto. Di sicuro era un visionario, che, tra le tante visioni, ne ha imbroccate alcune. Ma di lui capisco la ricerca di senso: e se un senso non c’è, allora, si inventa, ricorrendo alla paranoia o alla religione.

Umano, a suo modo.

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Due romanzi ambientati a Torino

Ma dov’è Torino???

La fratellanza della sindone – Julia Navarro

Banalità su banalità. Una copia di copie. L’omicidio già nel primo capitolo, le organizzazioni segrete, la Chiesa segreta, la storia alternativa di Gesù…

La cosa più irreale è il prete:  Padre Yves è sotto i trent’anni, bello, intelligente, colto e parla un numero imprecisato di lingue. Ma soprattutto, pratica le arti marziali. Cioè: non si sa di quanti Dan sia in Karate (ma si lascia intendere che sono tanti), e in più pratica aikido e un’altra arte marziale, mi pare, taekwondo. Ora: spiegatemi come fa uno, che deve anche dedicarsi a bisogni fisiologici come mangiare, bere, dormire, fare tutte queste cose insieme e contemporaneamente far carriera nella gerarchia ecclesiastica, con tutti gli impegni che comporta. Non ci siamo.

Inutile dire che qui di Torino neanche l’ombra. Leggendo si ha l’impressione che l’autrice non sia neanche mai entrata nel Duomo dove la Sindone è conservata.

Neanche parlare delle scene ambientate in Medioriente ai tempi di Gesù: non esiste il minimo accenno all’architettura, al caldo di quelle zone, all’abbigliamento… Ma dico io: mi vuoi almeno citare un dannatissimo cammello???

L’autrice vive sulla nostra memoria collettiva: siamo così ubriachi di scene e film storici, che ci basta capire dove e quando è ambientato un libro per figurarci i personaggi vestiti con le tuniche e le città circondate da mura. Ma questo, cara la mia Navarro, non giustifica la pigrizia letteraria.

Tra donne sole – Cesare Pavese

Torino non c’è neanche qui, nonostante il nome della città compaia nella prima riga dell’incipit.

Ovviamente non si può confrontare il nostro Pavese con una Julia Navarro, la capacità letteraria è tutta un’altra cosa, ma neanche in questo romanzo mi sono sentita a Torino. Sì, si citano delle vie e delle piazze, si parla di portici, ma niente che caratterizzi Torino in quanto Torino.

Quello che premeva allo scrittore era rendere la vacuità dell’ambiente frequentato dalla protagonista. Ci è riuscito, ma non era quello che cercavo in questo momento.

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Tess dei d’Urberville – Thomas Hardy

Ma perché, perché questa Tess è così sfigata?!?

(Attenzione allo spoiler, perché non posso parlare di questo romanzo senza dire come va a finire)

Ecco la bellissima contadinella che viene sedotta dal riccone e che resta incinta: la sua reputazione è rovinata (e le muore pure il neonato); si innamora di Angelo, un bravo ragazzo, che però, quando scopre che lei non è vergine, se ne va in Brasile, lasciandola in braghe di tela a far lavori usuranti e umilianti. Poi però Angelo ci ripensa, torna e va in cerca di lei. Si godono cinque giorni di intimità a fare le loro cosette, e poi lei viene arrestata e giustiziata, perché nel frattempo ha ucciso il cattivone che l’aveva sedotta (due volte…!!).

Ridotto così in sei righe, sembra un romanzetto Harmony. Ovviamente non lo è, stiamo parlando di Thomas Hardy, un classico della letteratura di lingua inglese. Però leggendo questo romanzo c’è davvero da mangiarsi le mani: ti ritrovi a parlare ad alta voce dicendo “Tess, svegliati! Ma dai, come puoi?? Non credergli! Ma sei completamente scema??”

Torniamo seri. E cerchiamo di rispondere davvero alla domanda iniziale: perché le capitano tutte queste sfortune? Cerco di snocciolare le ragioni che ho notato io:

Innanzitutto, Thomas Hardy lancia una critica alle leggi sociali, tanto dure con le donne quanto flessibili con gli uomini. Angelo se ne va in Brasile quando viene a sapere del passato di Tess, e nessuno dei due si pone il problema che un passato simile ce lo ha avuto anche lui, visto che ha confessato un episodio orgiastico con una signora. Ma solo Angelo può fare l’offeso! Tess piange e ripiange per farsi perdonare, per convincerlo a tenerla come serva, se non come moglie (!!!), e non gli fa minimamente notare che anche lei potrebbe sollevare le sue rimostranze! Questa è la parte del romanzo dove l’avrei presa a schiaffi…

Non dimentichiamo neanche l’atteggiamento fatalista di quel tempo: era quasi normale che una poveraccia con il viso poco più decente di quello di una capra venisse sedotta dal possidente di turno. A rafforzare questo atteggiamento contribuisce anche la forte vena bigotta della comunità del tempo.

Una parte della colpa ricade anche sul padre di Tess: tutta la storia nasce infatti quando lui viene a sapere di essere il discendente decaduto della stirpe dei D’Urberville (di cui porta una versione storpiata del cognome: Durbeyfield). Da qui l’idea di mandare la figlia a cercare appoggio al maniero dei presunti lontani parenti, con le conseguenze a catena che ne seguono. Vedo nell’incipit una critica alla gente del tempo che sbavava per un titolo nobiliare di qualche tipo.

Thomas Hardy, da bravo narratore onnisciente, cerca spesso di difendere la sua eroina, e questo mi fa ancor più rabbia, visto come l’ha fatta finire!

Altri aspetti del romanzo mi lasciano un po’ perplessa.

Innanzitutto, le coincidenze: sono mezzucci per far andare avanti la storia, ma suonano un po’ falsi (come quando i fratelli di Angelo e la signora trovano le scarpe che Tess aveva nascosto in mezzo a un cespuglio: come se le dame di quel tempo andassero a cercare in mezzo ai cespugli).

Fastidio simile alle coincidenze me lo ha provocato la sfilza di profezie: danno un tocco noir al romanzo, ma quando si ripetono (e il cavallo che muore, e il cocchio che suona, e la pietra a ricordo dell’omicidio…) perdono forza. Per lo meno per me.

Mi ha dato anche fastidio che Alec, il seduttore, si sia travestito un paio di volte, e ho trovato irrealistico che Tess si sia accorto che era lui solo dopo un po’ che le ronzava intorno.

Ho invece apprezzato la conoscenza che Hardy dimostra di avere sui lavori agricoli: li descrive nei minimi dettagli. Sembra quasi che li abbia provati in prima persona, o che sia rimasto ore ed ore ad osservare gli operai in azione (spero per lui che non abbia scelto questa ultima opzione perché si sarebbe reso un po’ antipatico).

Al di là della distanza emozionale che provo per una come Tess, e delle citazioni bibliche e teologiche che ormai non capisce più nessuno, non si può non ammirare la capacità dell’autore di farti andare con la mente nell’Inghilterra del tempo.

Ora però, ho bisogno di una protagonista un po’ più sveglia, vi prego…

  • rdyHaInn

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Sei sicuro di non essere buddhista? – Khyentse Norbu

image Sono sicura, sì, di non essere buddhista. Come non sono buddhiste le persone che frequento. Il che non vuol dire che non lo si possa diventare, visto che il buddhismo non è una religione, ma un… approccio psicologico!? Mentre una religione prevede sempre il legame con un’entità spirituale/Dio, il Buddhismo ha lo scopo principale di andare al nocciolo della sofferenza. E chi non soffre, se pure, magari, per un’unghia incallita o per uno stipendio troppo basso? L’autore, un lama originario del Bhutan, ci spiega, attraverso la storia del Buddha, quali sono le motivazioni principali della sofferenza. Una delle prime scoperte di Siddharta è stata che tutto è aggregato, cioè il prodotto di una o più cose messe assieme. Da qui, la logica conseguenza che tutto cambia, niente rimane invariato. Ne deriva che

Non c’è bisogno di accusare nessuno quando le cose vanno male, perché ci sono infinite cause e condizioni di cui tener conto.

Ho sempre pensato che una delle paure peggiori degli esseri umani sia dovuta alla mancanza di prevedibilità. Mi spiego meglio: se si chiede all’uomo o alla donna della strada di esprimere un desiderio su due piedi, di solito ti dicono “vincere al superenalotto”. Soldi, dunque. Perché? Perché più sono i soldi, più ci illudiamo di poter tenere a freno l’imprevedibilità dell’esistenza, acquistando case, vestiti, gioielli, auto, stima. Magari qualche uomo (o donna) della strada è capace di esprimere un desiderio diverso: amore, per esempio. Bè, anche in questo caso, di solito non intendono Amore con la A maiuscola, cioè non vogliono offrire dedizione, stima, tempo a qualcun altro, ma intendono possesso, dedizione, stima e tempo da qualcun altro. Vogliono una persona che li ami, non vogliono amare una persona. Cioè: vuoi amare qualcuno? Fallo, non c’è bisogno di esprimere un desiderio al primo che ti ferma per strada e che ti fa ‘sta domanda scema. No, in realtà si vuole che qualcuno ci ami. Perché se ci ama è… prevedibile. Non vogliamo amare qualcuno, accettando la sua imprevedibilità, magari il suo rifiuto… a noi interessa il possesso di quella persona, non ci interessa amarla senza ottenere nulla in cambio. Ma torniamo al libro. Buddha era un dritto. Molto intelligente. Non ha iniziato a predicare la sua teoria spiegando a tutti che l’unica cosa che conta è il vuoto, perché altrimenti lo mandavano a cagare.

Invece di sconvolgere sin dall’inizio i suoi seguaci con l’idea del vuoto, Siddharta insegnò loro dei metodi accessibili, come la meditazione, e dei precisi codici di comportamento: “Fate la cosa giusta, non rubate, non dite bugie”. In base alla natura del discepolo, prescrisse la rinuncia e l’austerità a diversi livelli, dalla semplice rasatura del capo a quello di astenersi dalla carne.

Capito? In base alla natura del discepolo! Non partiamo tutti dallo stesso livello. Sii il maestro di te stesso.

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