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Ingenuità giovanile…

Non tutti i capitani d’azienda si sentono Dio solo in forza della sedia su cui stanno. Alcuni hanno bisogno di supporti, stampelle, anche se per poche ore. Li vediamo dritti in piedi che ci danno ordini, o dietro scrivanie pesanti come le fabbriche che si portano sulle spalle, non ci poniamo neanche il problema, noi dall’altra parte, che pure loro abbiano bisogno di valvole di sfogo.
Nella prima azienda in cui assunsi il ruolo di commerciale, il direttore era uno giovane, non arrivava ai trentacinque. Lui e sua sorella avevano preso in mano tutto dal padre, che continuava a passare di là ogni tanto senza mai far domande sui filamenti d’acciaio, e che si guardava intorno nominando Kierkegaard e Kant come se li avesse visti sui diagrammi di rendimento. David, il figlio, conosceva a memoria tutti i nomi dei clienti: per ognuno ricordava la marca dell’automobile, le idiosincrasie e la situazione familiare. Quando parlava con uno di loro al telefono, lo sentivo ridere ad alta voce da dietro la porta, come se non fosse stato un fornitore, ma lo spettatore di uno spettacolo comico che si era guadagnato il costo del biglietto. Usciva dal suo ufficio con una battuta di mani: “Allora? Quanti ordini oggi?” oppure “La bestia qui dietro ha lavorato bene stanotte?” riferendosi all’estrusore fresco di mutuo a sei zeri. Era sempre in moto: se non camminava su e giù per la fabbrica, ce lo trovavamo seduto sulla scrivania a controllare il pacchetto delle bolle, oppure saltellava battendo le mani come fanno i pugili prima dell’incontro. Mi faceva rabbia quell’energia: io, imbastita di partita doppia e matematica statistica, confondevo i clienti tra loro e mi facevo degli schemi per ricordarmi le specifiche di imballo per ciascuno, tutti trucchi che David guardava con disprezzo perché lui era oltre.
Peccato per il suo raffreddore. Era continuo. Usciva dall’ufficio tirando su col naso e bastonandoselo col pollice come se avesse voluto staccarselo dopo anni di onorato servizio. A volte era così forte, quel raffreddore, che quando David mi chiamava stentavo a sentirlo: entravo da lui e lo trovavo con la testa abbandonata sulla scrivania. La alzava per mostrare due occhi lucidi che sembrava avessero pianto.
“Troppo giovane per tutto questo stress. Somatizza,” pensavo. E invece ero troppo giovane io, che non distinguevo una rinite acuta dai sintomi delle tirate di coca.
Quello era il suo Dio segreto. Era un Dio che pretendeva i suoi spazi devozionali in segreto: David entrava nel suo ufficio e ne usciva sconcio di preghiere.

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Perché non ho fatto carriera come promoter

Avevo perfino seguito un corso di tecniche di vendita, e ne avrei avute occasioni per applicarle. Ho lavorato come promoter di telefonia e mi arrivavano clienti che a malapena distinguevano una linea telefonica da una linea elettrica: il bersaglio ideale per dei commerciali col budget tra le orecchie.
Stavo in un centro commerciale, nel reparto tecnologia: portavo un completo blu fluorescente per distinguermi dagli altri commessi, quelli “quasi” liberi di vendere ciò che volevano o che voleva il cliente – due cose che non sempre coincidono. Nonostante la mia vistosa mise, quasi nessuno capiva che se veniva da me dovevo vendergli i telefoni dell’azienda che mi pagava la giornata; e infatti, sebbene dovessi inviare ogni sera un report sui pezzi venduti, se potevo indirizzavo tutti i clienti verso altre marche perché quella che vendevo io era un catorcio. Se una settimana affibbiavo un cordless, il sabato successivo ero quasi certa che me lo ritrovavo all’ufficio assistenza clienti. Mi immedesimavo nelle vittime: alcuni venivano là con le mille aspettative di comprare un diamante della tecnologia e, nonostante i miei tentativi di proporre altri modelli, li vedevo allontanarsi soddisfatti con la scatola sotto il braccio commentandone il colore o le funzionalità; e già mi preparavo le scuse per quando sarebbero tornati con le loro lagnanze.
Nei primi tempi, quando ancora non avevo capito che prendevo gli stessi soldi indipendentemente da quanti pezzi vendevo nella giornata, e quando ancora speravo che la mia buona volontà risaltasse agli occhi dei caporioni di Milano e che mi regalassero un aumento, vendevo solo la mia marca e poi mi davo da fare nel report riferendo minuziosa tutte le critiche. Finché le vittime erano ganzi o fighette, potevano anche permettersi un viaggio con la decapottabile per un reclamo, ma quando capitava al vecchietto, la cui unica richiesta era di avere i numeri giganti sulla tastiera, non riuscivo più a inventare scuse; tornavano da me brandendo il telefono senza suoneria o con lo schermo cieco, e io annuivo, dicendo: “Ha ragione…”
Se insisteva, rischiavo di restituirgli i soldi della benzina per il viaggio, perché mi sentivo colpevole.
Fu allora che cominciai a vendere solo le marche migliori. Deve essere stato questo il motivo per cui non ho fatto carriera come promoter. Questo, e il fatto che appena potevo filavo nel reparto libri ad annusare l’odore della carta.

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Donne al lavoro

Abbiamo centinaia di clienti sparsi per il mondo; tra di essi, c’è la Most Inc., la multinazionale americana conosciuta dall’Alaska al Sahara,la   Coca Cola delle sedie. Ha filiali sparse in tutti gli angoli della terra e ci sono voluti anni per arrivare a una firma che sancisse la collaborazione. Gli ordini della Most inc. vengono inseriti due volte: col nostro gestionale e col loro. Per entrare nel sistema, che funziona via internet, ho una password che mi hanno fornito in automatico: “distanze”. Quando l’ho letta per la prima volta, ho quasi percepito sulla pelle il freddo dell’enorme ammasso d’aria che c’è tra me e loro, e ogni volta che la digito, sento addosso i venti gelidi che corrono tra i due continenti. Ho la possibilità di cambiarla con una password di mia scelta, ma non lo farò: manteniamole pure queste distanze, non voglio farmi inglobare da un gigante il cui scopo è di imporre sedie di plastica e acciaio alle vette del Tibet.

I dipendenti della Most inc. vengono a trovarci spesso: sono tanti, a volte non si conoscono tra loro, e possono permettersi scarpe da ginnastica e pullover perché il nome per cui lavorano li ricopre meglio di mille cappotti di marca. Quando arriva uno di loro, fosse pure un semplice ragioniere di passaggio per le sue vacanze in Italia, anche l’ultimo dei nostri magazzinieri è allertato: niente sbraiti né bestemmie ad alta voce, pulizia assoluta dei locali, sorrisi da paresi. Per poi guardar passare i jeans scoloriti e lo zainetto incerottato, e chiedersi se qualcuno non si sia sbagliato nel dare l’allarme.

Eppure, a volte capita, per qualche incomprensibile ed arcano mistero delle comunicazioni aziendali, che tutti sappiano dell’arrivo di esponenti Most, tranne la sottoscritta, che li ha in carico come clienti. Non è essenziale che io sia informata di tali presenze, perché sono seguiti al meglio da Augusto, il figlio del titolare, un raro esempio di seconda generazione che non vive di rendita lavorativa; il dramma si concretizza quando il padrone mi chiede chi è arrivato. “Non lo so”, devo ammettere. Non so neanche se avrei fatto meglio a inventarmi un nome qualunque di un cliente qualunque, nella speranza quasi certezza che verrà dimenticato. Non so se il padrone sa tutto e se vuole solo mettermi alla prova: questa sembra l’ipotesi più plausibile, me ne accorgo quando mi pone certe domande per telefono, e quando crede di aver interrotto la comunicazione lo sento dire a chi ha davanti: “Ma questa non sa proprio niente?”

È il mio turno: dopo i primi anni in cui ero una “brava ragazza”, massimo complimento cui poteva aspirare uno dei dipendenti della De Marchi S.p.A., ora ai suoi occhi sono una affetta da pigrizia mentale che non mette passione in ciò che fa. Mi sono accorta del cambiamento una volta rientrata dalla maternità, che ho sfruttato in tutti i suoi undici mesi. È lo stesso errore che compiono molte donne in questa azienda, inconsapevoli della riprovazione che suscitano in chi, per dare un esempio non richiesto, rientra al lavoro senza usufruire di questi congedi. Le cose stanno così o peggio, qui e altrove, meravigliarsi è uno spreco di tempo e parole.

(ps: in seguito a certi commenti ricevuti a questi racconti, devo puntualizzare che non sono cronache della realtà, sono solo esercizi di scrittura)

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Carola

Man mano che rispondo alle mail, le archivio attribuendo loro una casellina colorata: gialla per il Brasile, per via del sole, che immagino vivo come le carni su cui splende; nera per l’Arabia, come gli occhi delle donne che ammiccano sotto il velo; celeste per la Nuova Zelanda, come certi cieli che vedo in cartolina e che sembrano mangiarti, tanto sono grandi.
Il lavoro da svolgere si assottiglia lentamente e dà la sensazione un po’ malata dell’anoressia, una specie di felicità da potere, una capacità di creare vuoti. L’idillio dura nel silenzio finché Carola non comincia. Ha un visino e un corpo minuti, da bambina, e tutto complotta per farla apparire innocua come una bambola; niente di più fasullo dell’apparente paciosità di un coltello da pane. Apertamente misoneista, si ribella ad ogni innovazione che possa intaccare la routine cui si è amalgamata in trentadue anni che lavora qui; tutto, secondo lei, deve continuare a svolgersi come è stato generato; il suo approccio antievoluzionistico fa rivoltare Darwin nella tomba. I suoi compiti sono segnalati da paletti invisibili, delle piccole colonne d’Ercole che non si possono oltrepassare, pena un canto lamentoso che, al confronto, quello delle sirene è una canzonetta pop: e infatti, pur tutti concordi sulla pesantezza di Carola, ci adoperiamo affinché quei paletti non vengano superati, e ce ne allontaniamo appena li percepiamo nei discorsi, altrimenti le conseguenze sarebbero nefaste per le nostre orecchie e i nostri cervelli. Un accordo muto ci vede stretti nel darle sempre ragione, perché la minima contrarietà potrebbe essere il sassolino che provoca la valanga. Ci sono rimasta sepolta sotto, una volta, e non è stato così spiacevole, avvolta nel silenzio freddo del suo mutismo per quasi due anni; ma alla fine ne risentiva il lavoro, e così la mia recita è dovuta ricominciare.
I padroni stessi hanno paura di lei: ha una voce acuta, e la sentono arrivare ancora prima che cominci a parlare, quando semplicemente inforca la porta a passo di guerra per andare a lamentarsi che qualcuno l’ha mandata a quel paese o che un modello unico è stato attribuito a un cliente che non è il suo. A volte mi chiedo come mai sia rimasta qui così tanto tempo; di lei non mi meraviglio: pur piagnucolando in continuazione sa che qui alla fine ottiene quello che vuole. Ma i padroni? La conoscenza dei clienti non credo sia così pesante sulla bilancia dei pro e contro, alla fin fine siamo semplici impiegate e la sincerità di un nostro sorriso non è mai decisiva per un acquisto. I sistemi per allontanarla ci sono, e non ho mai visto nessuna azienda lesinarli quando la decisione era presa; ed è superfluo coniare parole nuove come mobbing. Si fa e basta. E allora? Forse la paura che impianti rogne legali. Non lo so. So solo che quando il panegirico comincia, tutte in ufficio stentiamo a concentraci sul lavoro: il brontolio è continuo, intervallato dai nostri sospiri, mai abbastanza forti per portarsi via quella voce fastidiosa.
La sua convinzione di essere sempre nel giusto è quasi criminale. Una volta, rimproverata per i suoi ritardi, ha avuto il coraggio di ribattere al titolare: “Anche tu, però, quando dovevi portare il bambino all’asilo, arrivavi alle nove!”
Noi impiegati eravamo tutti presenti e abbiamo assistito a un attimo di silenzio interdetto. Ci siamo guardati, e pur di non farci rintronare ancora da quei cigolii infantili, abbiamo cambiato discorso. Anche il padrone, come se lui non fosse autorizzato ad andare a venire quando vuole da casa sua. Quello è stato uno dei pochi momenti in cui la forza lavoro si è sentita solidale col titolare: non crisi economiche, flagelli naturali o guerre internazionali. No: ciò in cui il comunismo ha fallito, è stato causato da una voce chioccia di una bambola che ognuno di noi avrebbe voluto rompere.
Carola se la prende se piove, ma anche se c’è il sole. Ogni anno teniamo una fiera a Milano, la più importante del settore. Ogni anno tutta la forza vendita, interna ed esterna, impiegati, agenti e distributori, si riunisce sulla vetta del marketing dopo mesi di preparazione. L’esodo lascia gli uffici semideserti: se ci fossero le finestre aperte e potesse entrare il vento, i fogli abbandonati sulle scrivanie prenderebbero il volo per cadere poco dopo nel nulla, come quei cespugli che si vedono rotolare nelle città fantasma di certi western. Ogni anno sappiamo che saremo chiamati a raccolta nel santuario del design, ma Carola, che è stata là presente fin dalla prima edizione, non si smentisce mai e due mesi prima di quella settimana santificata, comincia a chiedere, mezzo ironica, chi vuol andare al posto suo. Si lamenta del lavoro d’ufficio, che deve lasciare a metà; dell’albergo dai pavimenti sottili che al mattino lasciano traspirare gli odori dei croissant; del suo guardaroba, che non è mai all’altezza; della compagna di stanza che le hanno assegnato e che rimane mezz’ora in bagno a pettinarsi; della baby sitter che per una settimana intera le ha chiesto il sovrapprezzo; dei panini che mangerà a pranzo nello sgabuzzino e delle cene che le stravolgeranno il sonno notturno. È successo qualche volta che le sue lamentele siano arrivate agli orecchi alti: inevitabile. Così non l’hanno fatta partire, con la speranza che questo placasse le sue ire. E invece il panegirico è ricominciato, nel senso opposto, perché si sarebbe dovuta sobbarcare il lavoro di tutto l’ufficio durante la nostra assenza, perché le colleghe non conoscono i suoi clienti, perché l’hanno lasciata a casa per risparmiare sulla trasferta.
La odio quando fa così, eppure non posso fare a meno di ascoltarla, chiedendomi se qualche volta le è mai capitata l’impressione, rapida come uno spiffero che non si capisce da che parte sia entrato, che anche noi siamo nella sua stessa situazione, anche noi abbiamo un figlio da piazzare a nonne e baby sitter, un marito da lasciare solo.
Un giorno ero in coda al semaforo. Davanti a me c’era un furgone talmente coperto di polvere da non capire più quale fosse il suo colore originario. Sotto il finestrino posteriore, una scritta tracciata a dito diceva: “Non sono sporco: sto facendo i fanghi”. La prima persona è eccezionale, come se fosse il furgone stesso a vergognarsi e volersi discolpare. Tutti si giustificano, anche gli oggetti, pensai. A Carola manca una scritta tracciata sulla fronte col dito: non sono rompiballe, ho solo bisogno che qualcuno si accorga che ci sono anch’io. Se ne accorgono tutti, ma non nel modo che vorrebbe lei.
Oggi è venuto a trovarci il direttore della Speedyvia, l’azienda di trasporti che ci gestisce tutto il mercato europeo. È un tipetto educato che entra in equilibrio sulla punta dei piedi, impedito da tre o quattro ceste natalizie. Insomma, la vittima perfetta per Carola, che appena lo vede lo monopolizza strappandolo alla collega dell’amministrazione che è andata a riceverlo. Lui, nel ruolo che indossa, resta compito ad ascoltare tutto; stavolta, lei si lamenta che la Speedyvia sia già andata in consegna con la merce caricata la settimana scorsa: “Non è mai successo sotto Natale. Di solito tenete tutto nel vostro magazzino e poi ricominciate a consegnare dopo le vacanze!”
“Carola, quest’anno c’erano consegne a sufficienza per garantire le partenze. Pensavo potesse esserti gradito…”
“Almeno avvisare. Mi causate delle difficoltà!”
Lui si incassa nelle spalle, non sa cosa dire. Che brutto mestiere il suo (che sarebbe anche il mio). Si mette una mano in tasca: mi ci gioco il gestionale, che ci tiene un fazzolettino di seta, e che adesso lo sta strozzando con tutta la forza che gli avanza dal sorriso inciso sulla faccia.

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Gestione reclami

I reclami si gestiscono per ultimi, di solito, ma a volte mi succede di non riuscire a lasciare la mail in grassetto: devo aprirla, vedere di cosa si tratta, come un malato che vuole conoscere la propria malattia e che se potesse, filmerebbe la propria operazione per vedersi com’è fatto dentro. Sono i punti esclamativi dell’oggetto che reclamano attenzione e impediscono di pensare ad altro. È sempre la coazione ad obbedire insita nel mio DNA.
Le critiche non piacciono a nessuno, e allora il mio lavoro consiste nel dar loro una forma diversa, integrarli coi dati mancanti, chiedere prove, controllare termini di garanzia, trasformare tutto in un formulario uniforme più atto alla lettura aziendale: della serie, puoi dire quello che vuoi, basta che tu segua una certa forma. Solo quando tutti i dettagli sono trasfusi nel modulo ISO e depurati dai commenti ironici ed irosi del cliente, solo allora la salma può passare oltre per sottostare al parere dell’anatomopatologo dell’ufficio qualità. L’autopsia ha un’unica capacità, quella di scoprire le cause della morte, non si riportare in vita il prodotto. Se possibile, anzi, quasi sempre, deve risultare che l’assassino è il cliente finale, o, al limite, il trasportatore: l’ufficio qualità è quasi costituzionalmente incapace di riconoscere nel prodotto difetti intrinseci, e alla fine solo il prodotto impera, povera vittima di un sistema che non lo comprende. Il cliente va trattato come un bambino cui bisogna spiegare perché il giocattolo si rompe quando si lancia dal quarto piano; il trasportatore va trattato come un delinquente che prova un sadico piacere nel sballottare le scatole superimbottite nel proprio camion.
Noi commerciali siamo pagate per vendere i prodotti, e tutto ciò che complica tale azione ci va di trasverso come una lisca di pesce. Il reclamo è uno schiaffo al nostro lavoro, un’accusa di falsità alle nostre dichiarazioni di perfezione, dunque dovremmo amalgamarci ai verdetti dell’ufficio qualità, sostenerli, riportarli al cliente come se fossero il puro sangue delle nostre arterie. Siamo donne, dovremmo saper rendere le bugie credibili, farle nostre, o almeno edulcorare la verità, intrecciarla alle moine, e difendere il prodotto come fosse un nostro figlio ingiustamente accusato. Eppure questo non succede quasi mai. Il nostro spirito di contraddizione è sempre più forte in queste piccole faccende.

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La macchia

imageSono una macchia. Cado ovunque e tutto ricopro. Mi adatto ad ogni mondo e mi sfumo sulle vite altrui. La mia forma ideale è il cerchio, ma la realtà mi deforma e mostra la mia fragilità. Anzi, no, non è fragilità questa: è flessibilità, è accettazione, è la Suprema Dote.
Voi umani vi lasciate intaccare da me, e poi ve ne pentite: sciocchi! Che vi cambio io, le viscere o i pensieri? Parlate col vento, sputate alla tempesta, voltate le spalle al futuro: il vostro cervello divaga e riempie le pagine, ma aborrite l’attimo in cui su quelle pagine compaio io. E che sono molto diversa dalle vostre turpitudini?
So cosa odiate in me: l’imprevedibilità. Perché nel momento in cui sono prevista, divento una vostra creatura, divento arte, divento scienza, divento musica. Come vostra emanazione io sono pura e desiderata, sono una figlia partorita dopo un atto d’amore. Se invece resto me stessa, se invece mi pongo tra le vostra palpebre e i vostri occhi, allora sono una zingara senza dimora.
Non chiamatemi più: ho deciso di vivere isolata, di nutrirmi di disprezzo ed oblio, di bere smorfie e tosse. Se sono qui, non è per voi, ma per me stessa. Se non accettate la mia imprevedibilità, non accettate me, e allora io andrò a vivere tra i cani e i barboni, a respirare le arie usate e gettate via dai vostri oroscopi, camminerò sugli scorpioni e cadrò nelle fessure della terra. Perché tutto questo sarò io, e molto di più.
Sarò una scrittura che non si legge al contrario, sarò un inchiostro abbarbicato sulle vostre coscienze.
Sarò insensatezza e senso.
Sarò polvere e sarò sale.
Sarò ciò che il tempo deciderà, senza difendermi nè offendermi.
Sarò l’Accettazione Assoluta e assumerò in me il potere per eccellenza: la volontà di non volere nulla.

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Quadretto africano

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Sono un elefante e vivo su un quadretto africano: sono composto da foglie di banano, mi staglio sullo sfondo grazie a delle sfumature vegetali. Quando la luce cambia, io cambio con lei, ma le mie linee principali restano intatte ed è in forza di questo che mi riconosco.
In realtà, se non avessi sentito gli uomini chiamarmi “elefante” io non saprei neanche di esserlo.
Esisto su due dimensioni, ma nella mente di chi mi osserva, mi amplio nella terza, in forza di uno stereotipo. E allora grazie a voi, stereotipi, che mi garantite la certezza della profondità!
Accanto a me c’è una palma che vista da lontano assomiglia ad un chiodo di filo spinato, e io, accanto a questa entità incerta, mi sento goffo, perfino egoista, nell’ampiezza che occupo all’interno della cornice. Eppure quella palma stilizzata è per me una minaccia: affusolata, tende i rami-aghi verso il cielo e sembra invocare Dei che io non potrò mai conoscere. Lei, affusolata e tesa, può emettere canti e grida.
Io, ingombrante e appiattito, inghiotto la mia voce: un barrito e potrei staccarmi da questo quadro. Ma non sarei più io, a staccarmi: sarebbero le foglie di banano a fluttuare nell’aria e ad assaggiare il suolo.

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Il congelatore (Serena Gobbo)

Adolfo Leone conviveva col suo cognome in una casetta in periferia. I due si erano divisi le stanze come fanno i separati in casa, ma le motivazioni di questa scelta erano più pratiche che economiche e tra i due non sussisteva nessun briciolo di quel rancore che scivola nell’aria che si contendono due ex coniugi: Adolfo era un omino piccolo e stempiato, povero di peli e di energia, che si accontentava di un fornello in camera e del bagno di servizio. Il leone invece pesava dieci volte il suo convivente, cambiava la criniera col passaggio delle stagioni e quando si spostava andava a sbattere sui mobili lasciando ricordi fulvi e zecche senza casa che saltavano addosso ad ogni animale che si muovesse nelle vicinanze. E siccome in quella casa non c’erano gatti, cani né uccellini, l’unico candidato per dare un tetto alle zecche del leone era Adolfo, che dunque limitava al massimo la sua presenza nelle stanze che non gli spettavano. Ci passava però a volte per raggiungere il congelatore, che era proprietà comune e che si trovava nel retro della casa, sotto una veranda chiusa ricoperta di glicine. Adolfo gestiva un negozietto di frutta e verdura in città: era sempre stato il suo sogno quello di circondarsi di banane, carciofi e cime di rapa, perché era vegetariano e aborriva la carne sia cotta che cruda.
Il leone, invece, era un carnivoro convinto. Mangiava carne di lepre, bovino, cavallo, pollo e struzzo, senza distinzione tra carni rosse e carni bianche, e si preparava i pasti da solo con una tale competenza e serietà che sembrava un chirurgo durante un’operazione. Vista l’idiosincrasia di Adolfo per quel cibo sanguinolento, il leone andava a fare la spesa per conto suo, e quando tornava a casa dietro di lui si vedeva una lunga coda di cani e gatti gocciolanti saliva, inebriati dagli effluvi che emanavano le borse.
Dati i differenti regimi dietetici, era ovvio che il congelatore comune fosse rigidamente diviso in due: a destra i sacchetti di zucca, spinaci e broccoli surgelati; a sinistra le cosce di cervo, gli zamponi e i pezzi di muscolo da brodo.
La convivenza tra Adolfo e il suo cognome fluiva liscia e serena: i due si vedevano appena, sfiorandosi in corridoio alla mattina quando uno andava al lavoro e l’altro andava a farsi il bagno, oppure alla sera, quando Adolfo tornava e andava a mettere nella sua parte di congelatore un sacchetto di cipolle. Si salutavano educatamente e poi continuavano ognuno per la propria strada, consci di aver compiuto il loro dovere e timorosi di entrare troppo in intimità l’uno con l’altro.
Un giorno d’agosto, però, col sole che spaccava le teste e i condizionatori che arrancavano per sputare aria tiepida, ad Adolfo si ruppe la ghiacciaia del negozio. Era una stanzetta che lui usava solo in estate per metterci le angurie: quando un cliente arrivava in negozio e gliene ordinava una, lui si metteva la giacca a vento ed entrava là dentro. Stavolta però appena oltrepassò la porta, si accorse subito che faceva caldo. Controllò il termostato e vide la lucina rossa del malfunzionamento. Chiamò il tecnico ma gli rispose la segreteria per dirgli che era in ferie quindici giorni. Non era un guaio irrimediabile perché quella stanza, nonostante il borioso nome di ghiacciaia che Adolfo le aveva attribuito, non scendeva mai sotto i cinque gradi: le angurie si mangiavano fresche, non col bastoncino del ghiacciolo. Tuttavia le angurie a temperatura ambiente, specie se l’ambiente assomigliava al Sahara di quell’estate, non le comprava nessuno e Adolfo rischiava che con il progressivo innalzamento della temperatura nella stanza la scorta gli restasse tutta là.
Adolfo era sempre stato uno col pallino che non si butta via il cibo. Piuttosto di lasciar invendute le angurie fino al ritorno del tecnico, appese fuori un cartello: oggi cocomeri col 50% di sconto!
La gente si passò parola piuttosto in fretta, perché quei meravigliosi palloni verdi uscivano dal negozio come i vestiti il primo giorno di saldi. Sebbene il guadagno non fosse granché, Adolfo poté ritenersi soddisfatto. Alla fine della giornata aveva quasi svuotato la ghiacciaia. Quasi.
Restavano due angurie.
Poco male, si disse Adolfo. Me le porto a casa. Quando rientrò il leone era già a cena: in corridoio si sentivano le ossa scricchiolare sotto i suoi denti come se di là ci fosse stata una cuoca che spezzava gli spaghetti per buttarli in acqua. Adolfo andò al congelatore e lo aprì: non era un modello recente, e all’interno lo spazio era piuttosto ridotto. L’uomo provò ad appoggiare le due angurie sopra i sacchetti della sua parte, ma siccome le verdure occupavano già più di metà vano, con l’aggiunta dei due frutti il coperchio non si chiudeva più. Allora Adolfo ebbe un’idea: prese i sacchetti di spinaci e carote, e li spostò sopra la carne del leone, in modo da abbassare la sua pila e poter chiudere il coperchio con le angurie all’interno. Poi se ne andò a dormire, con l’intenzione di riprendersele l’indomani e di venderle ai primi clienti della giornata, quando i frutti erano ancora freschi della nottata in congelatore.
Il giorno dopo Adolfo si svegliò con la vaga sensazione che il mondo stesse girando in una direzione diversa dal solito. Si guardò attorno, ma la stanza mostrava le solite pareti di bianco ingrigito di noia, e dalla finestra aperta si insinuava il primo calore mattutino. Eppure c’era qualcosa di diverso nell’aria. Sì, era un odore. Di spinaci lessi. E di carote fritte.
Si vestì in fretta e seguì l’effluvio in corridoio. Non era un semplice odore, ma un profumo culinario che lui, nelle sue innumerevoli preparazioni di pasti da single non era mai neanche lontanamente riuscito ad avvicinare. Si affacciò silenzioso alla porta della cucina. Il suo cognome era seduto con le gambe incrociate e sopra ci aveva appoggiato un piatto da portata sul quale si riconoscevano chiaramente gli spinaci e le carote che Adolfo la sera prima aveva messo nel vano congelatore del leone.
“Ma quelle erano le mie verdure!”
Il leone sobbalzò dalla sorpresa. Aprì gli occhi, che teneva chiusi nello stato contemplativo della deglutizione, e lo salutò.
“Buongiorno. Sì, chiedo scusa. Stamattina quando sono andato a prendermi il manzo e il capriolo nel congelatore, dovevo essere ancora addormentato: ho preso i primi due sacchetti che mi sono capitati sotto mano senza sapere che erano i tuoi. Tu, piuttosto, cosa ti è saltato in mente di sconfinare nella mia parte?”
“È una lunga storia,” gli disse Adolfo, “ma dimmi: io credevo che tu fossi carnivoro.”
“Lo credevo anch’io!” esclamò il leone mettendosi in bocca un’altra forchettata di spinaci. “Ma ora che ho assaggiato quest’ambrosia, ho deciso di convertirmi. Da oggi divento vegetariano come te”.
Adolfo era stupefatto. Quella rivelazione apparentemente non colpiva niente della sua vita. La casa poteva continuare ad essere divisa in due, e lui poteva continuare a vendere frutta e verdura nel suo negozio. Cosa gli importava delle abitudini alimentari del suo cognome? Così prese atto di quella dichiarazione d’intenti e uscì.
Nei giorni successivi il leone si recò spesso a trovare Adolfo. Comprava quantità enormi di finocchi, peperoni e pomodori, e se ne andava a casa barcollante sotto il peso delle cassette, che teneva sia sotto le zampe che in equilibrio sulla testa, sotto gli sguardi indifferenti dei cani e dei gatti che incontrava per strada. Il leone faceva la spola tra casa e il negozio una volta al mattino e due volte al pomeriggio, arrivava, indicava le verdure col dito unghiuto e se ne tornava a casa carico come una donna africana nell’afa d’agosto.
Il primo di settembre Adolfo vide un autocarro parcheggiare davanti alle cassette che teneva in mostra sulla strada. Ne scese il leone, con l’aria di chi ne ha combinata una delle sue ma che sa che sarà perdonato.
“Sai,” gli disse, “ho sempre tanta fame. Se perdo tempo a fare la strada su e giù, ne ho meno per cucinare e mangiare, così ho deciso di usare l’autocarro e portarmi a casa tutto quello che tieni in negozio”.
“Ma il congelatore non è abbastanza grande per questa roba!”
“Non metto niente in congelatore: io mangio tutto nel giro di poche ore,” rispose il leone.
Adolfo era rimasto con la bocca aperta. La tenne aperta così a lungo che una vespa, una di quelle che giravano attorno all’uva nelle cassette, gli si posò sulla lingua e lo punse. Adolfo cominciò a putare, urlare e lacrimare, saltando come una molla dal dolore. Dovette intervenire il leone, che gli fece tirar fuori la lingua e ci passò sopra una cipolla per far uscire il pungiglione.
Fu così che da quel giorno, Adolfo smise di lavorare. Il leone andava a ritirare tutta la frutta e la verdura che i contadini consegnavano in negozio alla mattina e il fruttivendolo restava senza niente da fare per tutto il resto della giornata nel negozio vuoto. Nell’inerzia coatta, si mise a controllare i conti. Il debito del leone ammontava ormai a una cifra con parecchi zeri. Era da un po’ che Adolfo voleva chiedergli un acconto: ormai era il suo unico cliente, e se non pagava, di quel passo avrebbe dovuto vendere il negozio. Affrontò il suo cognome una mattina, subito dopo che l’autocarro era stato caricato con l’ultima cassetta di fagioli.
“Quando pensi di pagare tutto quello che mangi?” gli chiese senza preamboli.
“Pagare? Da quando in qua un cognome deve pagare il suo proprietario?
“Ma tu mi svuoti il negozio, come pensi che possa andare avanti io? Facendoti beneficienza?”
“Beneficienza? Tu non mi stai facendo del bene. Non vedi in che condizioni mi trovo?”
In effetti il leone in quelle settimane era molto dimagrito. Il pelo mostrava chiazze glabre sulla schiena e la criniera sembrava un misero parrucchino mangiato dalle tarme.
“Non è colpa mia. Sei tu che sei voluto diventare vegetariano: se il tuo corpo non è adatto ad una dieta del genere, ricomincia a mangiar carne!”
“E invece la colpa è proprio tua: se non avessi appoggiato quegli spinaci e quelle carote nella mia parte del congelatore, io non li avrei mai assaggiati, e non ne avrei preso il vizio!”
Adolfo si fece piccolo, più piccolo di quello che era abituato ad essere. Era vero: era stato lui il primo a sovvertire una delle regole base della convivenza. Così se ne stette zitto e rientrò nel negozio vuoto, provocando un’eco colpevole ogni volta che le sue suole toccavano il pavimento.
Il leone morì di lì a poche settimane.
Aveva continuato a perdere peso e pelo. Negli ultimi giorni non riusciva neanche più a guidare l’autocarro, tanto che Adolfo gli portava le scorte direttamente in cucina. Perse la vista e trascorreva le giornate disteso per terra, senza neanche la forza di alzare la testa quando Adolfo lo imboccava col purè e il passato di verdure. Del maestoso animale che riempieva le stanze e la vita di Adolfo, alla fine non restò che un anonimo cumuletto di terra in giardino.
Adolfo si spense poco dopo sotto un ponte, avvolto in una vecchia coperta inzuppata di zecche, senza casa, senza negozio, senza soldi e senza cognome.

Serena Gobbo
(Questo racconto partecipa alla selezione per un’antologia sul surreale di Gloria Gaetano)

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Il libro giusto

Pensavo di aver azzeccato il regalo. Lorena era sempre stata una con la testa fra le nuvole, e anche il corpo, a volte, sembrava seguire il cranio. Camminava sventolando le mani come se non si accorgesse di avercele appese alle braccia. Le capitava spesso di sputare in faccia alla gente frasi che toglievano il respiro, e non se ne rendeva conto e se le facevi notare che ci sono modi e modi di dire le cose, lei si meravigliava, quasi si offendeva che non le venisse riconosciuto il coraggio della verità.

Così il giorno del suo compleanno le regalai “Prendi la vita nelle tue mani” di Dyer. Un manualetto che possono leggere anche i bambini delle medie, niente di scientificamente impegnativo, ma comunque pieno di consigli e buon senso, specificatamente indirizzato a chi si fa manipolare per mancanza di autocoscienza. Lei lo prese con la faccia di chi non capisce cosa sta toccando, e mi ringraziò, dicendo “che carino!”.

Un mese dopo tornai a trovarla. La sua gatta aveva partorito e volevo portarmi via un cucciolo. Mi fece entrare in cantina, dove le aveva preparato la cesta, e mi fece chinare sotto una sedia per scegliere il micio che mi piaceva di più. Così ho visto il Dyer. Con la copertina rotta, pieno di peli, bagnato e sporco di non so cosa, sotto le zampe della soriana.

Dove l’avrà letto che i libri sono comodi per le puerpuere, non lo so.

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Bianco passivo

Il ronzio del locale sembra essersi addormentato e tutto sparisce davanti a quelle righe. Il titolo dice: “Giovane impiegata ferisce collega”. L’articolo continua: “Ieri, alle ore 12:15, nella sala mensa della Giorgi SpA, Marta Rusconi, trentaduenne di Venezia, ha prima insultato e poi ripetutamente colpito con la forchetta la collega Giulia Ronzini, 41 anni. La vittima, attualmente ricoverata sotto shock all’ospedale di Mestre, ha riportato varie ferite al viso e alle braccia, perdendo l’uso dell’occhio destro. I testimoni hanno riferito che la Rusconi quel mattino si era comportata normalmente, e che l’aggressione è stata del tutto improvvisa. Le due colleghe sono rimaste tranquillamente sedute l’una accanto all’altra fino all’esplosione immotivata degli insulti della Rusconi. La vittima non ha avuto il tempo di reagire. la Rusconi si è alzata in piedi iniziando a colpirla con brutalità, e quattro uomini, accorsi in soccorso, hanno dovuto tramortirla per fermarne la furia. La donna, che non ha mai dato segni di squilibrio mentale, è stata ricoverata all’ospedale psichiatrico di Padova”.

Marta annaspa, posa tremante la tazzina del caffè sul giornale, lasciandone cadere alcune gocce. Con i piedi spinge la sedia indietro, provocando uno stridio che fa voltare qualche testa. Rilegge l’articolo, guarda ancora la foto: non c’è dubbio, è lei. Chi è quel giornalista che ha pubblicato quelle scemenze? Dove ha trovato il suo nome, e la foto della sua patente? Ride: scarica la tensione, ma il suono che ha emesso deve avere qualcosa di incongruo, perché i clienti dei tavoli vicini iniziano a fissarla. Deve essere uno scherzo.

E se fosse davvero successo qualcosa a Giulia? Marta rivede la collega, l’unica che ha scavalcato il muro dei numeri e delle scadenze dell’IVA per ascoltare le sue fisime. La vede entrare in ufficio con il suo solito abbigliamento bianco passivo, dondolante sulla gamba che si è dimenticata di crescere, come una bici con la ruota sgonfia. Le spalle, piegate in avanti, sembrano lembi di una foglia disidratata, e chiudono, come a proteggerlo, il cuore timido. Giulia, in azienda, è un sacco da boxe che raccoglie su di sé i pugni verbali di chi vuol ridere o sfogarsi. La sua voce è flebile come un fiocco di cotone che cade, e rapida, per non rubare tempo altrui. Certo, è verosimile che una come lei abbia risvegliato i lati più oscuri di un collega stanco o deluso. Giulia non si difende mai, e questa sua remissività incentiva gli sfoghi anche di chi pubblicamente non può dirsi, secondo gli schemi abituali, cattivo.

Marta si alza. Vuol sapere come sta Giulia, deve capire chi le ha fatto del male. Paga il caffè e si dirige a grandi passi verso la porta. La foga le permette a malapena di allungare la mano sulla maniglia, e si ritrova con tutto il corpo aderente al vetro freddo, il braccio piegato tra lo sterno e la porta bloccata. Tira e spinge, senza risultato; allora si gira verso il barista: “Qui non si apre!”

L’uomo sembra non averla sentita, e dopo aver lasciato cadere le monete nella cassa, passa lo straccio sul bancone. “Ehi, la porta è bloccata”. La sua voce rimbomba nel silenzio, come se il bar si fosse svuotato di colpo dei clienti e dei mobili. Marta si innervosisce: si dirige verso il barista, e gli afferra il braccio. Le sembra di toccare uno spaventapasseri privo di reazioni e dalla temperatura mimetizzata con l’ambiente. “Le ho detto che la porta è bloccata, non riesco ad uscire”. Marta parla a bassa voce, perché teme che il controllo del volume possa essere solo la prima di una lunga serie di perdite; ma l’uomo non risponde, non la guarda, né si muove. La passività non è un attributo da umani: un tappeto, un bottone o un sasso possono permettersi di essere passivi. Non una persona. La fisiologia stessa del corpo umano ripropone all’infinito leggi di causa ed effetto che aborrono la passività, che bramano risposte, che scivolano nel nulla solo quando la persona non è più tale. È per questo che il bianco, quello vero, non è un colore umano: la sua passività glielo impedisce.

Marta si butta di nuovo sulla porta: inizia a strattonarla in silenzio, ma lo sforzo delle braccia sottrae energia ai muscoli della gola, quelli che dovrebbero trattenere la voce. E infatti il grido evade: “Fatemi uscire!”

Quella voce è l’unica emanazione del suo corpo ad evadere. Il dottore fa stridere la penna sulla cartellina, chiude lo sportello della porta imbottita e si allontana lungo il silenzioso corridoio bianco.

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