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Maria Callas e Onassis

Certi libri non dovrei leggerli. Perché mi incazzo.

Onassis l’ho sempre sentito nominare, come armatore e libertino. Questa biografia della Callas me lo descrive più nei dettagli.

Di donne ne aveva avute molte. Soprattutto in gioventù, non si è fatto remore a portarsi a letto donne più vecchie e più potenti di lui per sfruttarne le conoscenze influenti. E’ un uomo che per alcuni può essere un modello, perché metteva al primo posto (e li otteneva) due obiettivi principali: soldi e potere.

Maria Callas lo ha incontrato in un momento in cui era molto fragile: aveva appena scoperto che suo marito Battista Meneghini le svuotava il conto corrente per investire i soldi e distribuirli tra i suoi parenti, ma da anni la coppia si stava allontanando.

E Maria non è capace di stare sola; soffre di una insicurezza cronica, alla quale contribuisce anche il ruolo di Divina che ha raggiunto: ogni minima défaillance le viene fatta pagare a colpi di titoli di giornali e sarcasmo velenoso.

Quando arriva questo multimiliardario che dà filo da torcere a capi di stato (il principato di Monaco era ai ferri corti con lui) e che la riempie di attenzioni, lei ci casca come una pera cotta.

Ma la cosa che mi ha fatto incazzare, non è questo atteggiamento da tombeur de femme che cerca di appropriarsi dell’aura di una donna fragile e famosissima.

Quello che mi ha fatto montare il sangue alla testa, è stato il suo yatch, il Christina.

Posso soffrire d’invidia quando leggo che aveva una sala cinematografica, pareti ricoperte di opere d’arte e una biblioteca di 3000 volumi tra cui molti classici e libri antichi (che magari lui non leggeva mai, perché era sempre occupato a far soldi).

Mi fa rabbia, perché lui poteva chiacchierare con Winston Churchill e personaggi del ghota culturale di tutto il mondo.

Resto indifferente leggendo di rubinetti in oro e di caminetti tempestati di pietre preziose.

Ma vado fuori di testa quando leggo di pomelli delle porte in avorio e di sgabelli in pelle di prepuzio di balena bianca…

No, davvero.

L’essere (non lo chiamo neanche “uomo”), che smaniava per accerchiarsi di personaggi famosi e di classe, è passato nella storia anche per aver fatto la seguente battuta a Greta Garbo: Signora, lei è seduta sul più grande pene che si possa trovare al mondo.

Un signore, non c’è che dire.

Ma al di là della cafonaggine da arricchito…

Come ti permetti, tu, solo perché non sai dove buttare i soldi, di defraudare l’ecosistema mondiale di balene ed elefanti? Specie che da decenni sono a rischio di estinzione??????????

CHE SCHIFO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Sì, lo so, non serve a niente prendersela, il mondo è pieno di gentaglia del genere.

Ma lasciatemi sfogare.

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Tre piani, Eshkol Nevo @NeriPozza

Non mi soffermerò molto sulle storie in sé, perché si possono leggerne i riassunti in ogni blog o sito che parli del libro. Vorrei solo sottolineare brevemente la bravura di Eshkol nel raccontare tre vicende, ambientandole nello stesso condominio, e legandole tra loro in modo lieve ma significativo.

Nel risvolto di copertina si legge che le tre storie rappresentano i tre piani freudiani della personalità umana, es, io e super-io.

Sarà… per me, però, risalta di più la scelta di far raccontare le storie direttamente dai personaggi in modo che i loro interlocutori siano sempre un po’ più lontani.

Mi spiego: nella prima parte, Arnon racconta la sua vicenda a un amico scrittore che non vede da tanto tempo, ma che ha là, davanti a lui, che può toccare, guardare negli occhi.

Al secondo piano, Hani racconta la sua vicenda a una vecchia amica, che però ora abita negli Stati Uniti e che non vede da molto tempo.

Infine, Dovra, la giudice del terzo piano, racconta la storia al marito defunto tramite la cassetta di una segreteria telefonica.

Tre interlocutori su tre diversi piani di lontananza.

Non è un caso.

Al primo piano, Arnon è succube della propria parte animale, c’è bisogno di qualcuno da toccare, di un rapporto fisico. Al secondo, Hani è già più evoluta, si fa molte domande sulla propria salute mentale, ma la sfera animale è già stata superata. Infine, al terzo piano Dvora è una persona che sa cos’è l’autocontrollo ma è anche quella che sente più degli altri la solitudine della sua situazione. E che si attiva per contrastarla. Il marito morto, già lontano, diventa superfluo del tutto alla fine:

Ma d’ora in poi non si tratta più della nostra strada, amore mio, fiore mio, mia sventura.

D’ora in poi è la mia strada.

Sono tre righe bellissime che concentrano autoconsapevolezza, responsabilità e amore.

Un bel libro. Oltre alle vicende in sé, è costellato di tante belle frasi che ti fanno capire come Nevo conosca la natura umana. Come questa, dove Hani racconta come non riesce a instaurare un rapporto di vera amicizia con le madri di altri bambini:

All’inizio stavo sempre ad aspettare il momento in cui da tante chiacchiere futili sarebbe emersa qualche verità. Per ora ci stiamo solo conoscendo, pensavo, i primi approcci, delicati. Fra poco una di noi si libererà dalla necessità di presentare la sua vita come perfetta e passeremo a una conversazione vera.

Col tempo ho capito: non succede mai. Resta sempre così. Un viaggio in nessun posto.

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Quella vita che ci manca – Valentina D’Urbano

Adoro lo stile di scrittura di questa autrice, che a me piace assimilare a quello della Mazzantini, della Mazzucco, della Saracino. Ma non posso leggere troppo spesso romanzi del genere: ti fanno entrare in mondi pieni di buchi neri, nelle anime di certi personaggi scontenti di sé, in guerra col mondo.

In questa storia in particolare, è difficile frequentare troppo Alan senza che un po’ della sua rabbia ti resti dentro. Ma anche Valentino mette alla prova i muscoli morali: perché vorrebbe andarsene da quel quartiere che chiamarlo degradato significa usare un eufemismo.

Ma ci mette tanto prima di riuscirsi, forse troppo.  Ogni volta c’è una difficoltà da affrontare o un familiare da assecondare.

Alla fine, dopo che suo fratello Alan muore ammazzato, Valentino se ne va, lasciandosi dietro la madre, la sorella e il fratello Vadim; ma con tutto quello che ha vissuto, riuscirà davvero ad andarsene del tutto? Sì, lo so che è solo un personaggio letterario, ma l’autrice è brava a descrivere caratteri del genere, forse perché ci ha vissuto in mezzo per molti anni; ed è per questo che mi pongo il problema delle ferite che lasciano le esperienze estreme.

Pochi di quelli che leggono questo post vivono in un quartiere in cui una casa ce l’hai solo se la occupi, in cui è normale rubare, ricettare, ammazzare, prostituirsi. Ma ognuno di noi ha degli squarci nell’anima, chi più, chi meno: e la D’Urbano descrive quello che si prova a tentare di guarire. Valentino ci è riuscito (forse). Ma quanti nella vita reale non ce la fanno?

Forse dovrei leggere qualcosa di più leggero…

 

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