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Pubblicità per il creativo che non vuole farsi pubblicità

Il libro per il creativo che non ama farsi pubblicità.

O almeno, pubblicità nel senso tradizionale del termine.

Kleon parte dall’assunto che il genio (ma anche la più normale creatività) non nasce nel vuoto assoluto, ma in un contesto fatto di persone, e sono queste persone la chiave per farsi pubblicità senza… farsela.

Quando sei appassionato di qualcosa, anche se non hai scopi professionali, ti metti a studiare quel qualcosa per conto tuo. Puoi fare errori, prendere strade sbagliate, ma proprio la passione ti rimetterà in senso.

Il consiglio di Kleon è di mostrarti come veramente sei: un appassionato, non un professionista. Mostra pure il tuo processo e i tuoi errori: c’è sempre qualcuno là fuori che è in cerca di esperienze altrui e che non vede l’ora di immedesimarsi nei tuoi successi e nelle tue difficoltà.

La gente vuole essere partecipe del processo, non si accontenta di vedere l’opera finita.

Il proprio lavoro si può mostrare in molti modi, tenendo conto che oggigiorno se non sei online, per il pubblico non esisti. Dunque ben vengano i diario online, gli scrapbook online, i forum online, i documentari online.

Oggi giorno il creativo deve condividere qualcosa, anche una piccola cosa, magari solo un dettaglio di ciò che ha fatto durante il giorno (attenzione: il lavoro deve sempre avere la precedenza, non si deve mai dare la precedenza alla pubblicazione del lavoro).

Bisogna lavorare ogni giorno: poi non tutti sarà condivisibile, ma tutto è utile per il processo.

Si possono condividere, ad esempio, le fonti di ispirazione (libri, film, altri creativi simili): l’importante è creare un legame con chi ha interessi simili.

Insomma, bisogna far quel che piace e poi parlarne, restare un amateur curioso e cercare chi è come te.

Mai lavorare per i soldi: i soldi, se il lavoro è ben fatto e se il processo piace, arriveranno.

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Il corpo del capo, Marco Belpoliti

Parliamo di Berlusconi e di come si sia creato un’immagine che è diventata potere. Parliamo di Mussolini e di come si sia creato un’immagine che è diventata potere.

Aggiungiamo le riflessioni di Edgar Morin, Baudrillard, Pasolini, Levi, Susan Sontag… sulle maschere, sui segni, sulla pubblicità, sulla morte.

(…) la politica senza rituali o cerimonie, senza icone o simboli, è una scatola vuota, incapace di muovere le passioni e i desideri degli uomini.

Diciamolo: Berlusconi può starci sulle scatole, ma è riuscito a creare i suoi propri rituali in politica e in TV (stessa cosa?) e a muovere molto bene le passioni e i desideri degli uomini per sfruttarne poi il risultato. Berlusconi come manipolatore di segni, ma, anche e soprattutto, del proprio corpo, prima nelle immagini e poi col bisturi.

Mi chiedo quanto di queste sua capacità sia dovuto a uno studio finalizzato e quanto a una capacità intrinseca alla sua persona.

La pubblicità è efficace perché si nutre si irrealtà.

Questa affermazione è fantastica: mancano i punti di riferimento, gli estremi a cui appigliarsi per far confronti, dunque anche la realtà diventa indefinibile, come la luce che non può definirsi in assenza di oscurità. Il Tycoon come creatore di irrealtà.

Berlusconi

introduce nella sua politica l’immagine dei propri figli, vera novità nella politica italiana. (…) Il primo politico a presentarsi con uno stile casual nelle fotografie pubbliche è stato John F. Kennedy.

Capito?

Neppure Benito Mussolini ha usato la famiglia come momento della propria comunicazione fotografica.

Dal saggio di Belpoliti salta fuori un Berlusconi attentissimo al proprio corpo e alla sua presentazione, nonché un imprenditore con un’intelligenza scaltra, che per certi verti è spesso stata in anticipo sui tempi.

Attenzione, però:

Prima o poi, il tempo della verità di sé arriva per tutti, governati e governanti, umili e potenti, gregari e capi.

Non è per augurare male a qualcuno, ma… insomma: Berlusconi quand’è che se ne va fuori dalle scatole?

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