Tag Archives: Psicologia

Mental aikido – Emanuele Tessarolo

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A volte è difficile capire perché un libro non ti prende, anche se i suoi contenuti sono affini ai tuoi interessi.

In questo saggio si legge come gestire le relazioni problematiche, senza sottomettere o umiliare la controparte. Si inizia sempre da se stessi, dallo stare bene: cibo, sonno, consapevolezza… Ma se queste fasi, che sono basilari, non vengono descritte molto, si dice solo di farci attenzione, perché se la fisiologia va storta, il cervello la segue.

Belle e bibliograficamente documentate le parti dedicate alla psicologia transazionale, alla piramide di Maslow, ai meta-programmi, al linguaggio del corpo… Ma mancano esempi concreti, e quelli che ci sono… non mi acchiappano.

E poi: il rapporto costruttivo parte da una fase essenziale, che è quella empatica, quando si costruisce una relazione con l’emotività dell’altro, si creano basi comuni, gestualità condivise, addirittura si dovrebbe regolare il proprio respiro su quello dell’altro. Poi si va avanti con gli altri step.

Ma qui mi chiedo: e se io questa relazione empatica non riesco a crearla? Di solito i rapporti problematici ce li ho con persone che mi stanno sulle palle, probabilmente perché in passato hanno tenuto più e più volte degli atteggiamenti ostili nei miei confronti. Come faccio a entrare nei loro panni? Ecco questa risposta non c’è. Se la collega mi parla senza guardarmi in faccia, non c’è bisogno di leggere questo libro per capire che farebbe a meno di rivolgermi la parola, ma, materialmente, come faccio a entrare in sintonia con lei?

Infine: capisco che l’aikido possa essere utilizzato come filosofia per ogni cosa, ma qui lo vedo poco correlato. A parte le frasi di Ueshiba & C., i suggerimenti e le tecniche sono prese da varie discipline ed esperti. Non c’è bisogno di chiamare in causa l’aikido…

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Come vivere felici in un mondo imperfetto – Dalai Lama

Dalai lama

Dalai lama

(…) la maggior parte dei problemi che affliggono gli esseri umani sono determinati dal desiderio sfrenato e dall’attaccamento che consideriamo, erroneamente, entità stabili e durature.

Questa frase potrebbe riassumere tutto il libro, composto da una raccolta di scritti preparati per tempi ed occasioni diverse. Ma ce ne sono tante altre da annotare, enunciate in modo semplicissimo e pragmatico:

Quando comprendi che tutti gli esseri viventi sono accomunati sia dal desiderio di raggiungere la felicità sia dal diritto di ottenerla, ti senti automaticamente in empatia e vicino a tutti loro.

Quanto sopra dovrebbe aiutarci ad affrontare anche le persone che ci stanno sullo stomaco (o sull’intestino…), ma non è facile eliminare i sentimenti che inibiscono la compassione, quali la rabbia e l’odio. Epperò, ci dice il Dalai Lama, la pratica della compassione è l’unico sistema per diventare altruista: sembra una presa in giro, ma è così. Senza considerare che se vogliamo essere più calmi e sereni, dobbiamo essere compassionevoli… insomma, è un serpente che si morde la coda.

Chiaro è che si può essere felici in un mondo imperfetto solo perché

la maggior parte delle nostre sofferenze non sono dovute a fattori esterni ma ad eventi interni come l’insorgere di emozioni negative. Il migliore antidoto per difendersi da questi eventi devastanti è coltivare la nostra capacità di gestire tali emozioni.

Come? Con la meditazione, ovviamente.

D’accordo su tutto, quando parla di psicologia e gestione delle emozioni negative/compassione. Su un punto però non ci incontriamo: il Dalai Lama ripete più volte che l’Onu può/deve diventare un supervisore per i problemi transnazionali (inquinamento, flussi migratori ecc…). Qui secondo me pecca di ingenuità. L’Onu può esser nata con le più belle intenzioni del mondo, ma alla fine è gestita da ricchi e politicanti.

Se vogliamo davvero cambiare qualcosa, cominciamo noi, dal nostro piccolo.

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Felici senza Ferrari – Ryunosuke Koike

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Mi è piaciuto subito l’inizio in cui l’autore dice papale papale quanto guadagna e quanto spende per farci capire che si può vivere anche senza automobile, TV, cellulare e sfizi vari, sottolineando però che quando era studente comprava vestiti e manga a chili. Quando ha iniziato a meditare, racconta, si è accorto che più possedeva, e meno chiari erano i suoi pensieri. Infatti, e se non sbaglio questo è confermato pure dalla recente psicologia, sebbene non ce ne rendiamo conto, il nostro cervello dedica frazioni di secondo a quello che possediamo (non solo oggetti ma anche posizione sociale e, ebbene sì, persone): è un bello spreco di energia, a fine giornata, e ne risente anche la memoria. Da quando vive con pochi oggetti, riesce a riflettere in maniera più chiara e rilassata, e non compra neanche tanti più libri, perché da studente ha letto tantissimo, e ora, nella pace della sua mini abitazione quasi vuota, riesce a tirar fuori quello che ha letto anni e anni prima e a rielaborarlo in maniera personale. Dunque, una regola di base è: buttare via. Cominciando con quello che non usiamo (teoria molto simile a quella di Marie Kondo).

Attenzione però: il libro non è un invito a diventare poveri, bensì a non diventare schiavi del denaro. Si rivolge dunque a chi di soldi ne ha, pochi o tanti, ma ha paura di perderli.

Tutto parte dal desiderio, dallo stimolo sensoriale, e poi continua con la rielaborazione (mai conscia) che ne fa il cervello: vediamo qualcosa e pensiamo di averne bisogno. Se lavoriamo sullo stimolo, interrompiamo la catena di eventi che ci porta ad acquistare cose inutili.

Due consigli però sembrano andare in controtendenza:

  • Il desiderio è meglio non averlo, ma se ormai è arrivato, tanto vale esaudirlo. Mai reprimerlo, perché resterà sottopelle a disturbarci.
  • se dobbiamo acquistare, tanto vale scegliere oggetti di qualità, e non buttarci su quello che costa meno, altrimenti dopo essere usciti dal negozio subentra il rimorso per non aver acquistato l’oggetto migliore. Per esempio: lui, a differenza del giapponese medio, ammette di spendere abbastanza per il cibo, perché acquista in un negozio di prodotti naturali e a km zero; ma perché risparmiare sul cibo, buttandosi sul McDonald, e poi spendere ciò che si è risparmiato per comprare una casa lussuosa? Cosa è più importante, l’apparenza o quello che ci mettiamo nel corpo?

A me è piaciuto.

Fate ordine in ciò che mangiate, in ciò che possedete e nella casa in cui abitate e a ciò unite la concentrazione mentale: solo così sarete felici.

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Come fare un matrimonio felice che dura tutta la vita – Giulio Cesare Giacobbe

Mai sposarsi se prima non si è letto questo libro!
La regola generale è: uccidiamo i genitori che si tengono i figli in casa fino a 30-40 anni, perché stanno compiendo un crimine contro l’umanità. I figli sono il nostro futuro e tenerseli a casa finché non si sposano significa farli passare dalle gonnelle di mamma a quelle del partner senza avergli lasciato provare cosa significa essere adulto sul serio.

La giustificazione che essi adottano normalmente, che i figli non trovano lavoro, è una scusa falsa e puerile. Di lavoro in Italia ce n’è quanto se ne vuole. In Italia abbiamo bisogno di idraulici, falegnami, elettricisti, muratori, meccanici, saldatori, fabbri, manovali e contadini. (…) Abbiamo migliaia di dottori. Tutti disoccupati. Tutti che vivono con mamma e papà.

Gli ultimi matrimoni che ho visto fallire erano proprio dovuti al fatto che uno dei due (quando non tutti e due) è rimasto/a bambino/a, nel senso psicanalitico del termine: abituato/a ad avere tutte le attenzioni, convinto/a di essere al centro del mondo per l’altro/a, proprio come un bambino fa con la propria madre. Quando le attenzioni, per un motivo qualunque, smettono di essere incentrate su di lui/lei, si dice: non mi ami più. E via in cerca di un altro/a mamma.

E’ un libro pieno di verità. Tipo: bisogna vietare per legge la favola di Cenerentola. Non esiste un uomo che sia diventato ricco e che si dedichi completamente ad una donna. Se lo fa, smette di essere ricco.

Coloro che dedicano la propria vita al lavoro non devono sposarsi.

E poi, ci sono un paio di capitoli che mi fanno morire; il succo è che la fedeltà sessuale nel matrimonio felice che dura tutta la vita è… un optional. Oppure: L’infedeltà, se c’è amore, deve essere tollerata. Il matrimonio aperto è una prova di maturità perché non si considera l’altro come un possesso esclusivo (il che non vuol dire che si debba per forza avere un matrimonio aperto per essere felici… ma il discorso è lungo).

Insomma: da leggere assolutamente. Ma… prima di sposarsi.

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Manuale anti capricci – Elisabeth Pantley

Mi ci è voluto un po’ per leggerlo, perché, anche se io non sono mai contenta, io figlio non è proprio un capriccioso di carattere: basta farlo giocare e lui sta buono. Però questo manuale è utile perché, più che seguire un filo teoretico stretto, è adattabile ad ogni famiglia: fornisce un sacco di consigli praticissimi, e ognuno può scegliere quello che meglio si adatta alla propria famiglia (tutti i bambini sono diversi).

Quello che l’autrice sottolinea più volte è che il bambino è emozione allo stato puro, nel bene e nel male (a differenza di noi che le emozioni tendiamo a sotterrarle, per poi vedercele venir fuori come zombies quando meno lo vorremmo… ma questo lo dico io, non la Pantley). Dunque, se un bimbo si trascina attaccato al carrello del supermercato (se lo fa il mio lo decapito), non è un attacco al nostro ruolo, né una critica palese delle nostre capacità.
Bisogna sfruttare le capacità più sviluppate nel bambino, che sono quelle della fantasia e del gioco, per indirizzarlo verso certi comportamenti. Ad esempio, portando sempre con se un giochino quando si va a trovar gente adulta: non si può pretendere che un bimbo stia ad ascoltare seduto sul divano i nostri discorsi sulla crisi e sul miglior detersivo per pulire il bidet.

Ecco un paio di consigli per insegnare al bimbo come comportarsi al ristorante:
– insegnargli come si sta seduti a tavola già a casa
– abituarlo a stare più tempo a tavola, non solo per il tempo strettamente necessario per ingurgitare il cibo (intrattenerlo con giochi calmi o storie)
– ripetere le regole delle buone maniere prima di partire (usare la forchetta, star seduto senza urlare, pulirsi la bocca col tovagliolo… ecc).

Utile.

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Manuale di un monaco buddhista per sconfiggere la paura degli altri – Matsumoto Keisuke

La paura degli altri deriva dall’insicurezza. E fin qui niente di nuovo.

Mancanza di fiducia in se stessi +
eccessiva preoccupazione per il giudizio altrui +
ansia =
————–
Insicurezza

Questa è l’equazione riportata nel libro. Io l’avrei semplificata, riducendo tutto alla paura in generale, all’incapacità di accettare il cambiamento nell’opinione altrui, all’impermanenza dell’opinione altrui. Ma questa è la mia opinione.

In realtà questo libro non mi sembra un’opera d’arte. Non dice nulla di nuovo. Sì, lo so che in questa materia ormai è stato detto tutto, ma c’è sempre qualcuno che lo sa dire in modo innovativo, e questo qualcuno non è Matsumoto.
Tuttavia… leggetelo comunque. Un ripasso non fa mai male.

(…) vorremmo che il valore della nostra esistenza fosse riconosciuto in modo incondizionato e desideriamo essere considerati indispensabili, a prescindere da ciò che possediamo (…)
Una delle chiavi per sconfiggere l’insicurezza è la religiosità (…)
Perfino una persona che pensavamo di comprendere nel profondo affronterà dei cambiamenti e risulterà diversa, poiché gli esseri umani cambiano ogni giorno. Muterà la situazione in cui si trova quella persona, e anche la persona stessa. Perciò, se insistiamo a rapportarci a una persona nel modo arbitrario che abbiamo stabilito inizialmente, con il passare del tempo quella persona avrà l’impressione che noi non riusciamo a capire né i suoi sentimenti, né la situazione in cui si è venuta a trovare negli ultimi tempi. E così, prima ancora che ce ne rendiamo conto, una distanza irrecuperabile si creerà fra noi, e ci pentiremo di come abbiamo gestito la situazione. Per evitare simili fallimenti che derivano dalla superbia, è molto importante che vi rivolgiate alle persone sempre come se fosse la prima volta che vi rapportate con loro.

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Genitori e nonni: alleati o rivali? – Vittoria Cesari Lusso

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Non un classico “saggio”: questo libro è più un’esperienza vissuta con tanti suggerimenti di buon senso. L’autrice ha certamente le carte in regola per occuparsi di psicologia grazie al suo lungo curriculum, ma ha scelto di dare al testo un taglio molto friendly, pieno di vita vissuta, sua e altrui: proprio questo vivere in prima persona le esperienze le ha permesso di mettere il coltello nella piaga quando serve.

Qui vorrei parlare di un paio di punti.

Innanzitutto, la differenza tra emozioni e sentimenti. Le emozioni innescano reazioni praticamente automatiche, e durano finché lo stimolo è attivo. I sentimenti “invece sono legami affettivi che si sviluppano nel tempo (…). Il sentimento è uno status, l’emozione è momento acuto. I sentimenti si possono dissimulare, le emozioni no.”

Ma soprattutto:

Sul piano delle relazioni umane le emozioni sembrano oggi più in auge dei sentimenti. La ricerca di continui stimoli emotivi prevale sull’investimento in legami a più lungo termine.

Quando ho letto queste righe mi sono subito venuti in mente alcuni conoscenti…
Coi figli si parla inevitabilmente di sentimenti. Ma spesso vedo coppie nascere sulla base delle pure emozioni: niente di male in ciò, se si fosse consapevoli dello stato in cui ci si trova. Forse vado fuori tema ma mi pare che sempre più gente cerchi di deresponsabilizzarsi, di dare LA COLPA AGLI ALTRI (che siano i suoceri, i nonni, il partner) della situazione che si sta vivendo.

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La freccia di Cupido, Robert J. Sternberg

“La freccia di Cupido – Come cambia l’amore: teorie psicologiche”

Parliamo di triangoli amorosi.
Ma non di tradimenti.
Il triangolo di Sternberg rappresenta i tre elementi di cui ha bisogno un amore per definirsi tale (sebbene non tutti gli elementi siano presenti necessariamente in ogni relazione e nelle stesse proporzioni):
– Passione
– Intimità
– Impegno
E non necessariamente in questo ordine.

Tra le varie ricerche psicologiche, sociologiche e antropologiche su cui Sternberg si appoggia, non tutte giungono a risultati definitivi, molte sfruttano prove miste che suffragano sia una tesi sia il suo opposto: ma credo che questo dipenda dall’infinita varietà delle relazioni amorose che sono state analizzate nella loro genesi, continuazione e fine.

Qui riporto alcuni passi del capitolo che studia la fine delle relazioni perché leggendolo mi è sembrato di avere sotto gli occhi la cronaca di alcune relazioni di amici e conoscenti.

La fine di un rapporto, secondo la sociologa Diane Vaughan, inizia con un segreto: il partner insoddisfatto (l’iniziatore) comincia a non dire nulla della sua insoddisfazione al proprio partner, perché di solito vuol essere assolutamente sicuro di cosa sia sbagliato. Così facendo si crea un mondo privato dove “meditare su questi sentimenti” e dal quale il partner è escluso.
Questo comporta perdita di intimità (uno dei tre poli della relazione secondo Sternberg, v. sopra) che si ripercuote negativamente sull’impegno (altro polo).

Incapace di comunicare pienamente e in modo accurato la fonte dell’insoddisfazione, l’iniziatore non si confronterà direttamente con il partner in una maniera che permetta a quest’ultimo di impegnarsi per risolvere i problemi di base, ma piuttosto mostra insoddisfazione in modi indefinibili, molti dei quali possono non essere compresi dal partner come un segnale di insoddisfazione globale. (…)
In verità, alcuni dei commenti dell’iniziatore possono camuffare piuttosto che rivelare le cause dell’insoddisfazione. (…)
L’iniziatore, infelice della relazione, si rivolge a fonti alternative di soddisfazione – attività esterne, nuovi amici, o una passione.(…)
Spesso l’iniziatore entrerà in una nuova relazione significative, sessuale o no, come mezzo per sfogare la sua insoddisfazione e frustrazione e per trovare un’alternativa.(…)
Il focus di chi si è disinnamorato si sposta sui difetti del partner (…). L’iniziatore si concentra sui punti di differenza col partner, vedendoli ora come elementi di disturbo.
(…) L’iniziatore manifesta insoddisfazione non solo verso il partner ma anche parlandone con gli altri (…). Potrà capitargli di mettere il partner in ridicolo, di avere esclamazioni di rabbia o frecciate penetranti verso il partner. Il messaggio è però recepito in un modo o nell’altro. L’iniziatore eviterà tutte le persone che nutrono un interesse a fargli continuare la relazione, perché lo mettono a disagio. In questo momento sceglierà solo amici che possano fornirgli un supporto per decisioni già prese.
(…) Nello stesso tempo può rivelarsi particolarmente importante un comportamento simbolico da parte dell’iniziatore, come togliersi la fede nuziale (a cui è diventato improvvisamente “allergico”) (…)
Ormai l’iniziatore è fuori dalla relazione, mentre il partner può essere ancora saldamente ancorato a essa.
(…) Il partner può credere che il problema non sia nella relazione ma nell’iniziatore e gli suggerisce di cercare un aiuto professionale o di altro genere. Ironicamente, se questi segue il consiglio, trova un nuovo alleato nella marcia verso il disimpegno. Dal momento che la natura della psicoterapia è quella di mettere in rilievo il punto di vista del cliente, ci sono buone possibilità che la situazione venga definita in termini soddisfacenti per l’iniziatore e non per il partner.
(…) Il partner, quando finalmente si accorge che c’è qualcosa di gravemente sbagliato, può trasformarsi in detective e provare a scoprire cosa sta succedendo: può cercare le prove dell’inganno nelle azioni dell’iniziatore, o attraverso le informazioni che possono essergli fornite da altri.

E’ uno schema comportamentale che vedo spesso. E di solito l’iniziatore della rottura è la donna, mentre il partner che non si accorge di nulla fino al patatrac, è l’uomo (ma dove cacchio vivono?).

Questo saggio è da leggere, assolutamente.
Soprattutto consigliato alle coppie in crisi.
Dunque a tutte le coppie, se la parola “crisi” significa, etimologicamente, scelta, visto che le coppie fanno scelte tutti i giorni e a tutte le ore (ci ricorda Sternberg che l’amore perfetto, il mix giusto di passione, intimità e impegno, è come il peso ideale: più facile da raggiungere che da mantenere).

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Intelligenza sociale ed emotiva, Daniel Goleman (a cura di)

Sono appena a metà della lettura dei sei colloqui tra Goleman e altrettanti personaggi (non solo scienziati o psicologi), ma devo annotare due cosette perché i capitoli sono davvero densi.

Quando ho letto “Intelligenza emotiva” di Goleman, mi son detta: caspita, non sono intelligente come pensavo! Da allora le cose per me non sono cambiate molto perché ora a leggere queste pagine mi ritrovo quasi allo stesso punto di partenza.

Nel primo capitolo Goleman discute con lo psichiatra Daniel J. Siegel del mindsight e della sua influenza sull’educazione dei figli (ma anche nei rapporti col coniuge e nel luogo di lavoro). In breve: se non hai mindsight, se non sei consapevole degli schemi mentali che ti accompagnano da quando sei piccolo, sei destinato a ripetere e a far ripetere quegli schemi anche a tuo figlio. Ma non disperare: si può rimediare. Con un analista, la meditazione, lo yoga, il tai-chi, il Qi Gong…

Nel secondo capitolo Goleman chiacchiera col neuroscienziato Richard Davidson: si parla di cervello e di mente e di relazioni e delle influenze reciproche. E anche qui tutto è improntato all’ottimismo: perché se è vero che a 25 anni il cervello raggiunge praticamente la maturità, hai tutta una vita per lavorare sugli aspetti emotivi, perché quella massa che ti porti dietro nella scatola cranica è… PLASTICA! Nel senso che si può modificare con certi comportamenti/atteggiamenti.

Terzo capitolo: colloquio con Howard Gardner (quello delle intelligenze multiple). Stavolta si parla di lavoro, anzi, di buon lavoro. Lavoro in cui sono applicate le 3 E: excellence, engagement ed ethics (c’è anche la quarta E: empathy, ma è una voce in divenire).
Nelle varie aziende in cui sono passata, spesso ho trovato libri sulle scrivanie dei titolari. Come motivare i dipendenti, come vendere la propria immagine, come creare bravi venditori… ma mai un titolo che riguardasse l’etica del lavoro.
In fondo, per cosa si lavora? Per guadagnare, per comprarsi l’auto più grande di quella del vicino. Poi, quando saremo ricchi, ci porremo il problema dell’eticità, dell’aiuto agli altri, dell’ambiente, del sociale. Eh no, non funziona così.

Capitolo illuminante, questo. Ognuno può applicarlo alla propria realtà. Provate a chiedervi se il vostro lavoro:

(…) corrisponde ai tuoi lavori. (…) se è un lavoro eccellente – se sei altamente competente in ciò che fai, se sei efficace. (…) se ti dà gioia

Quanti sì avete risposto a queste tre domande, voi? Io: uno.

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Che ansia! (Albert Ellis, Erickson)

Non mi considero più una persona ansiosa. Lo sono stata, nei periodi acquei dell’adolescenza, ma adesso ne soffro molto meno: mi capita per lo più al lavoro, nei periodi di iperattività (come quelli appena trascorsi, alle porte delle vacanze natalizie), oppure quando qualcuno mi pone davanti ad impegni che non ho voglia di affrontare.
La soluzione che adotto più spesso è: facciamolo e non pensiamoci più.
Ma non è sempre possibile, ci sono tempi sociali da rispettare, a volte, e finché non si arriva alla scadenza, l’ansia alza la testina.

Ecco che un libro come questo di Ellis può essere utile. Manuale: termine perfetto. Questo è il problema, ti dice Ellis, e queste sono le soluzioni che puoi (devi) provare.

Mi è rimasto impresso il capitolo sull’umorismo: c’hai l’ansia? Mettila in musica, prenditi in giro, ruba le sigle o le canzoni che ti occupano la testa mentre cucini o guidi, e riempile di frasi come queste:
“Vado pazzo per la preoccupazione, e la preoccupazione va pazza per me! Siamo la coppia perfetta per una vita mesta, e piena zeppa di ansie!”
A leggerla non dice niente, ma adattatela alle musiche giuste, o inventatene di orecchiabili.

Scendendo su un piano più personale, mi rendo conto che le mie ansie sono quasi sempre di natura sociale. Anche sul lavoro: non mi preoccupa il lavoro, ma il fatto di dover chiedere questo a quel collega, o di informare Tizio di un intoppo. E anche per questo Ellis alla fine del libro pone dei vademecum, delle massime, concise ed efficaci:

“Non sono tenuto a essere socievole, a preoccuparmi degli altri e ad aiutarli, ma posso provare molto piacere nel farlo e arricchire i miei interessi e la mia felicità. (…)
Non ho grandi facoltà per indurre le altre persone a cambiare profondamente, ma ho senz’altro la capacità di accettare le persone per come sono e posso scegliere di usarla: così potrò amare e mantenere le mie relazioni con gli altri nonostante quelli che considero errori da parte loro.”
Ecco, a me basterebbero queste due…

E voi, che ansie avete?

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