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Le lacrime di Nietzsche, Irvin D. Yalom @NeriPozza

Bel libro: mi sento di suggerirlo a tutti gli amanti dei romanzi, non solo a chi si interessa di psicanalisi e filosofia.

Yalom, psichiatra e scrittore, parte dai dati anagrafici, reali, di personaggi storici (Nietzsche, Lou Salomè, Breuer, Sigmund Freud…) per farne un romanzo di fantasia, ma senza mai allontanarsi dalla verosimiglianza dei caratteri per quanto se ne può trarre da testi e testimonianze scritte; tranne forse nel caso di Lou Salomè, che difficilmente si sarebbe sentita in colpa per aver rifiutato di sposare Nietzsche, almeno al punto da ricorrere a un medico per aiutarlo. Ma non c’è rischio di confondere fantasia e realtà, perché l’autore alla fine ci spiega cosa ha inventato e cosa no.

Le malattie (o la malattia) di Nietzsche sono un mistero clinico difficile da svelare. Breuer, nel romanzo, dandone un’interpretazione, quasi giunge a una forma di guarigione: e se non ci giunge del tutto, questo dipende da Nietzsche. Ma non posso dirvi di più, altrimenti svelo troppo.

Quello che posso dire, è che nel romanzo è ben delineata l’amicizia che nasce tra il filosofo e il medico, nonostante i blocchi emotivi di entrambi; e sebbene il rapporto medico-paziente venga rivisto in modo originale – ribaltato, direi –  alla fine entrambi riescono a imparare qualcosa su se stesso e sull’altro. Merito della logoterapia, la terapia della parola, che riesce non sono a creare un’amicizia, ma anche a farci conoscere personaggi storici nel loro carattere, nei loro pregi e difetti (perché, diciamolo, Nietzsche aveva dei problemi con le donne…).

L’insegnamento generale che ne ho ottenuto, però, non è tanto nozionistico: non gira attorno alla storia del pensiero o della filosofia. L’insegnamento che si ottiene da questo libro è che nella solitudine non si guarisce.

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Fidati di te – Isabelle Filliozat @ifilliozat @edizpiemme

Parliamo di autostima!

Il libro è diviso in quattro parti:

  • Di che cosa stiamo parlando

La Filliozat ci tiene a sottolineare che spesso usiamo la mancanza di autostima come un’etichetta, una scusa per non metterci in gioco, non rischiare: ci diciamo che non siamo in grado di fare una certa cosa, che non potremmo mai cambiare lavoro, che non siamo degni di trovare una/un compagna/o migliore, proprio perché abbiamo paura di buttarci, di stare in mezzo alla gente, di esporci.

  • Da dove viene

Molto spesso le cause delle nostre paure risiedono nella nostra infanzia, ma non bisogna sottovalutare nemmeno le esperienze successive, dato che il nostro cervello continua ad accumulare ricordi ed emozioni per tutta la vita. Le cause possono essere diverse: esclusione, prepotenze, sofferenze… Una cosa è abbastanza sicura, però: il successo porta al successo, l’insuccesso all’insuccesso.

  • Guarire

Ci sono tre tipi di fiducia che vanno a costruire la c.d. autostima: la fiducia di base, o sicurezza interiore; la fiducia nella tua persona (sensazioni, emozioni, giudizio); la fiducia nelle tue competenze; la fiducia sociale.

  • Basta pensare! passiamo all’azione…

Gli esercizi si possono suddividere, a grandi linee, in due tipi: quelli che ci fanno lavorare su noi stessi e quelli che ci fanno lavorare con gli altri. I libro offre molto spazio per la riflessione e la scrittura personale (sottoscrivo comunque il consiglio dell’autrice, di non fare più di un esercizio al girono, perché si rischia di non metabolizzare bene i vari passaggi).

Per me la parte più interessante del libro è stata la prima, che ci parlava di etichette autoimposte. Infatti, uno degli esercizi che possono essere più utili è quello del “come se”: agiamo come se fossimo sicuri di noi stessi, come se sapessimo come ci si comporta in un determinato ambiente, come se non avessimo paura di intavolare un discorso con una certa persona… l’idea stessa di recitare ci fa muovere come persone sicure. E… successo chiama successo!

Altro consiglio facile da seguire, è quello di individuare una persona che ammiriamo per la sua sicurezza e… imitarla.

Di esercizi ce ne sono tantissimi, e sebbene alcuni possano sembrare un po’ ingenui e altri già conosciuti, ognuno deve trovarsi il suo. Sebbene il libro in sé non sia di una novità sconcertante, ho trovato molte frasi su cui riflettere. Eccone alcune:

L’autostima si costruisce con l’esperienza, ma anche con l’immagine di noi stessi che ci rimandano gli altri. Non è possibile costruirla da soli.

La dipendenza e l’isolamento (…) sono due grandi cause di perdita di autostima.

La fiducia in se stessi si fonda sull’accumulo di esperienze: quando non le si è ancora maturate, non si può essere sicuri di sé. Ma non si aspetta di essere competenti per intraprendere un’attività, lo si fa comunque e si acquisisce esperienza giorno dopo giorno, e dopo numerosi insuccessi.

 

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UN GENITORE QUASI PERFETTO – Bruno Bettelheim

Sono quasi 600 pagine, ma scritte in modo molto amichevole e, soprattutto, senza tecnicismi ne’ estremismi: solo buon senso! Lo consiglio a tutti i genitori (anche ai papà, che di solito sono meno portati alla lettura di testi del genere).

Il principio è che per essere genitori passabili (la ricerca della perfezione in questo campo rischia di fare più male che bene) bisogna avere fiducia nella propria capacità e nelle capacità (mentali ed emotive) del proprio figlio. Non guasta inoltre una certa capacità di immedesimazione nei panni dei bambini, per quanto possa essere difficile ricordare come ci sentivamo trenta o quarant’anni fa.

Il succo è sempre quello: inutile fare grandi discorsi, perché i figli sono più impressionati dalle emozioni provate dal genitore che dalle sue intenzioni coscienti; e anche se non sanno verbalizzare, captano le nostre insicurezze meglio di un radar. Dunque… prima di fare un figlio: tutti dallo psicologo!!

Scherzo. Ma non tanto.

Il libro è diviso in capitoli per argomento. Ho trovato particolarmente interessante quello che riguarda le punizioni, perché spiega nel dettaglio perché sono inutili e come possono diventare controproducenti.

Inoltre, bisogna stare attentissimi alle critiche:

(…) muovendo delle critiche a un bambino, nonché imponendogli quello che deve fare, si riduce il suo rispetto di sé perché si richiama la sua attenzione sulle sue carenze. Allora, anche se ubbidisce, in realtà non ha imparato nulla di utile, perché non viene incoraggiata la formazione di una personalità autonoma.

E pensare che anche oggi non mi rivolge la parola se non per criticare qualcosa!

Il fatto è che invece di sgridare i figli o di imporgli di smettere quello che stanno facendo, bisogna spiegargli il PERCHE’. Dunque, se al supermercato il piccolo tocca tutto, col rischio di far cadere la montagna di lattine o i vasetti di vetro dei sottaceti, non basta dirgli “non toccare!”, bisogna farlo ragionare su come ci sentiamo quando lui si comporta così, o su quello che può pensare il proprietario del supermercato se lo vede toccare i suoi prodotti in quel modo.

Infine, tra le tante dritte che questo libro può dare (raccomando anche il capitolo incentrato sulla scolarità), vi lascio questa:

Le biografie dei grandi uomini del passato sono piene di riferimenti alle lunghe ore trascorse da giovinetti in riva al fiume immersi nei propri pensieri, o a vagare per i boschi in compagnia del cane fedele a sognare i propri sogni. (…) Nelle classi borghesi, la giornata di ogni bambino è densa di attività organizzate: riunioni dei boy scout o delle guide, lezioni di musica o di danza, attività sportive; questi bambini quasi non hanno il tempo per esser semplicemente se stessi.

In fondo lo diceva Goethe: il genio si nutre nella solitudine. Mi immedesimo in queste frasi: perché mio figlio raramente ha delle ore totalmente vuote. Col risultato che quando gli capita, viene da me e mi chiede: Mamma, che faccio??

La prossima volta gli risponderò: vai nel bosco a fantasticare.

 

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Dov’è il gorilla? – Richard Wiseman

Studiamo il fattore attenzione, che è strettamente legato alla cosiddetta fortuna

Questo è un libretto breve e semplice, che ci dimostra come a volte siamo talmente presi dalla monotonia o dai compiti quotidiani, da lasciarci scappare le occasioni che ci girano attorno in attesa che ci accorgiamo di loro.

Il titolo deriva da un esperimento in cui era stato richiesto ai soggetti di contare il numero di passaggi di palla in un video in cui giocavano due squadre, una vestita di nero e una vestita di bianco. A circa metà video è entrato in campo un tizio travestito da gorilla che ha ballato per un po’ prima di uscire. Alla fine, gli sperimentatori hanno chiesto ai soggetti se si erano accorti dello scimmione: quasi nessuno lo aveva notato.

L’avvistamento del gorilla richiede di incoraggiare la mente a passare dal pilota automatico al comando manuale. Richiede di essere curiosi (…).

Il libretto è carino, anche se non dice nulla che sia davvero nuovo. E’ comunque un buon ripassato, e ci ricorda quanto abbiamo bisogno di allontanarci dalla monotonia e dalla sicurezza assoluta. Ma mi ha anche dato fastidio che sia ricorso agli “esempi concreti”, cioè a quelle parti in cui riporta una situazione pseudo-reale in cui due o più persona discutono del libro e lo applicano alla loro situazione specifica. E Wiseman è consapevole che questi esempi mi danno fastidio (sì, proprio a me!), tanto che è lui stesso a ironizzarne verso la fine.

“L’unica cosa che ho trovato un po’ irritante è stato il modo in cui l’autore ha continuato a servirsi di noi per sottolineare certi punti.”

“Sì, ti capisco”, replicò Lucy, “ma pare che al momento vada di gran moda in questo genere di opere”.

Non si poteva evitare?

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Chi ti credi di essere? – Alice Munro

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Pubblicato dall’Einaudi nel 2012 con questo titolo, in Canada lo si trova anche sotto “The beggar maid”, come la copia che ho io.

La Munro è un’ispettrice della psicologia femminile: rende benissimo gli alti e bassi dell’umore delle donne, le miserie, i dubbi. Rende, secondo me, meno bene i momenti di allegria. Ma, dopotutto, in un libro di momenti di allegria ce ne devono essere pochi, altrimenti manca il contrasto, il motore principale dei romanzi.

In teoria questa è una raccolta di racconti, ognuno compiuto, però hanno come protagonisti sempre le stesse persone: Flo e Rose, madre (adottiva) e figlia, e relativi parenti/amici. Un personaggio ben riuscito secondo me è Patrick, il marito (e poi ex marito) di Rose: uno che teme le apparenze, che si adegua alle aspettative altrui, materne in primis. E’ lui, secondo me, il personaggio da tenere sott’occhio: per evitare di assomigliargli.

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La donna da mangiare – Margaret Atwood

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Scrittrice canadese, non conosciutissima qui in Italia.

Questo è il suo primo romanzo, scritto quando aveva 24 anni. Ha subito avuto successo oltreoceano perché  uscito al momento giusto, alla fine degli anni Sessanta, quando imperversava il femminismo.

E infatti di donne si parla. Anzi, una donna parla di se stessa in prima persona (e poi in terza, e poi di nuovo in prima persona). Non succede gran ché, si gioca tutto sul piano psicologico: la protagonista riceve una proposta di matrimonio da Peter, il fidanzato storico e perfetto e, non si capisce bene come, le passa la voglia di mangiare. Ma questo cambiamento nelle sue voglie mangerecce cade quasi in secondo piano, di fronte ai suoi attacchi di panico e in concomitanza con l’incontro con Duncan, un tipo… che io ho trovato subito antipatico.

Duncan passa la vita fingendo di studiare, ma in realtà non si fa toccare da nulla. Neanche dal rapporto con Marian; e se ci finisce a letto, alla fine lo fa solo perché lei se lo aspettava. Ma tipi così, che non vanno da nessuna parte, atoni e apatici, perché non li sopprimono alla nascita? Sono più dannosi dei Cattivi.

Marian alla fine guarisce, e riesce a mangiare. Succede quando prende coscienza. Non ho capito bene di cosa… Ma ho l’impressione che fosse proprio questo il tema del romanzo: la presa di coscienza. Femminile, ovviamente.

Al di là della storia un po’ noiosa (eleggendo i blog stranieri vedo che non sono l’unica a pensarla così), quel che conta è proprio l’accento sulla presa di coscienza femminile. Finché Marian non si rende conto che sta per assumere un ruolo conformista, che sta per diventare conformista, che sta per adeguarsi alle aspettative dell’uomo e della società, non guarisce. Quella specie di anoressia è la malattia che la fa guarire. La guarigione passa attraverso il corpo.

Dovrò leggere altri libri della Atwood per decidere se mi piace.

 

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Due libri di scrittrici italiane… Gamberale e Parrella

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Scrivo dei due libri insieme perché il livello di gradimento è molto simile: diciamo che se fra un paio di anni li trovo sulla bancarella di un mercatino dell’usato, mi chiederò “ma questi li ho letti?”

Tra i due, la Gamberale è quella più leggibile ed ironica: la solita trentenne in crisi perché perde ragazzo e lavoro e che va in terapia. Come cura, la psicanalista la invita a fare dieci minuti di una cosa nuova al giorno. Scordatevi grandi cose: si rimane nell’ambito del verosimile, dunque si va dal rubare una cavolata al supermercato, al camminare all’indietro in città, al cucinare un pancake. Quello che trovo meno verosimile è l’ammasso di personaggi: sembra che la protagonista li conosca tutti lei i tipi strambi. Oppure sono persone come quelle che conosciamo tutti, ma descritti in maniera esagerata, come per colpire il lettore.

Ah, dimenticavo: quando la tipa guarisce, si accorge che riesce a scrivere un romanzo e che non è più artisticamente bloccata. Anche qui, mi pare un dejà vu di molti altre storie.

Con la Parrella, l’argomento è molto meno ironico: Maria, un’insegnante di Napoli che insegna agli adulti di un corso serale, ha partorito una bambina che però resta in incubatrice perché non si sa se ce la farà. Non c’è né marito né compagno, superfluo e fatto fuori. Ma di cosa parla? Dello spazio bianco. Del periodo di vuoto che Maria vive nell’attesa. Certo, non è facile parlare dell’attesa, della mancanza di qualcosa che non si sa ancora se manca perché in realtà non ce l’abbiamo mai avuta. E certo l’autrice scrive bene. Ma non chiedetemi cosa ha scritto, perché non è riassumibile. In realtà non succede niente…

Ma sapete che c’è sempre qualcosa che vale sempre la pena leggere nei libri, anche in quelli che un giorno dimenticherò. Nel caso della Parrella, vi lascio questo stralcio:

Durante la settimana il solo aprire il giornale, riuscire a connettere un titolo con qualcosa di reale, che pure stava accadendo, trovare in cartellone il nome di un film francese: solo questo mi accendeva una bolla di tranquillità, per un attimo, nel petto.

Non so voi, ma a me a volte capita di attraversare momenti di scazzamento da cui non so uscire: di solito si tratta di rogne sul lavoro che mi seguono a casa come l’ombra. Soluzioni non ne vedo, inutile stressare parenti e amici raccontando i dettagli dei problemi, perché tanto finchè non li vivono non li capiscono, nervoso che si autoalimenta perché non riesco a pensare ad altro e poi… leggo una frase o vedo una finestra aperta nella casa di sconosciuti, e mi ricordo che i momenti di scazzamento sono solo questo: momenti. Ben identificabili nel tempo e nello spazio. E non sono così per tutti. E non saranno così per sempre.

Fantastico.

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The soul elegance – Emiko Kato

imageWhen you see a person with elegant soul, you immediately notice it: natural and slow movements, at easy smile, open eyes. I do not mean the fit out, nor the costy boots, not the fashion car. I just mean the person, with the inner light that makes you desire to stay with that person.

It doesn’t happen to me very often, in the last years, to meet such people. It happened more often when I practised aikido, and I do not know if the elegance was a cause or an effect of the martial art. Maybe both ones. The movements are slow, but not the result of inner brakes, and the speech is clear and soften. You know that if that person tells you that he/she will do a thing, he/she will simply do it, no excuses.

Now I mostly meed people who is accustomed to pretend and play: if something goes wrong, the fault is Always others’. If something goes well, the merit is Always theirs.
But the inner elegance is a way that each of us can take: a Do, in the Japanese sense. No matter what other people do.

The main subject of Kato’s book is that the outer elegance is something that you can have only if you have a clear heart (kokoro!): if you cultivate mean thinkings, then, I am sorry, you can wear expensive glasses and follow trade-marks, but you won’t ever be elegant.

And, above all, the path to elegance never ends.

Have a good day!

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Far soldi con la magia?

imageEsiste un’energia universale che può attivarsi potentemente al nostro servizio se solo sappiamo sfruttare nel modo giusto il Pensiero? Secondo gli autori di libri come The Key, The Secret, Crea la tua Realtà, sì.

Mischiando quantum e Dio come faccio io col latte di soia e l’orzo, ci ripetono fino all’estenuazione che tutto, proprio tutto, è alla nostra portata; che attraiamo ciò che pensiamo e che dunque pensando le cose giuste possiamo diventare miliardari o trovare l’anima gemella; che questa è una legge universale che centinaia di persone di successo (pensiamo a Roosevelt o Trump o Carnegie, per esempio) hanno applicato; che per attrarre ciò che desideriamo, dobbiamo comportarci come se ce l’avessimo già.

Con due postille, però:

  • il nostro subconscio deve essere in linea col desiderio conscio. Se fallite nell’attirare ciò che volete, è colpa dell’inconscio…
  • bisogna essere felici, per ciò che si ha, convincendosi che si è realizzati e grati.

Già. Ma io allora mi chiedo:

  1. perché devo desiderare qualcosa con tutta me stessa, subconscio incluso, se riesco a convincermi che sono già felice di ciò che ho?
  2. chi ha scritto le entusiaste recensioni su Amazon? Hanno messo in pratica i principi scritti in questi libri? Cosa hanno davvero ottenuto?

Testi del genere non dovrebbero essere classificati sotto l’ambiguo termine di automiglioramento, ma sotto il tag Magia: penso qualcosa, e questo qualcosa si verifica. Prendono lo spunto da un c.d. testo classico, Think & grow rich, di Napoleon Hill, che spesso cita la chiave o il segreto per raggiungere il successo (prevalentemente finanziario). Ma almeno, Napoleon Hill ha scritto questo libro dopo venti anni di interviste con ricconi: insomma, un po’ di fatica l’ha fatta. E soprattutto, il pensiero non è l’unico ingrediente della ricchezza: prima c’è l’idea, poi ci si mette in moto, poi si cade, ci si rialza, si impara ad affrontare le critiche e le paure, si crea un’alleanza di cervelli… insomma, non siamo a livelli di Mago Merlino.

Certo, anche lui in fatto di ovvietà non si fa mancare nulla:

Ogni volta che qualcuno si arricchisce, state certi che, prima, si è applicato con tenacia al suo lavoro.

Grazie per la perla di saggezza. Per non parlare, poi, delle frasi perentorie che sembrano vere, quasi scientifiche. Qualche esempio:

E’ accertato che il subconscio connette la mente limitata dell’uomo con l’Intelligenza Infinita.

Accertato? Intelligenza Infinita?

Ancora: tra i sintomi della povertà, elenca il pessimismo, che favorisce, tra le altre cose, l’indigestione, l’evacuazione difficile, l’intossicazione e… l’alito puzzolente! Continuo con gli esempi di frasi pseudo-scientifiche? Parla della paura di perdere l’amore:

La causa di questa paura radicata dipende dalla poligamia dell’uomo primitivo, a cui piaceva rubare la compagna degli altri, prendendosi con lei tutte le libertà ogni volta che desiderava.

Antropologia da bestseller americano.

E infine, per darvi un’idea del livello morale dei consigli dispensati, dell’alta spiritualità che si può raggiungere con tutto questo impegno dedicato all’automiglioramento, vi dico solo che Napoleon considera un atteggiamento da perdente l’

Accompagnarsi con quelli che accettano la povertà piuttosto che cercare la compagnia di quelli che ambiscono a diventare ricchi.

Col lavoro che faccio ne conosco parecchi che frequentano solo gente che conta: per loro sei invisibile, neanche ti vedono quando ti vengono addosso, e sbuffano se tu, misera impiegatuccia, li chiami al telefono per chiedere un’informazione; ma non direi che mirano proprio ad… automigliorarsi (e sinceramente si prendono un vaffanculo sibilato ogni volta che mi passano davanti all’ufficio).

Quando leggo libri del genere mi viene sempre in mente la Michela Marzano, prof di filosofia all’università La Sorbona. La teoria del c.d. automiglioramento ti porta al parossismo: tutto si può, dunque tutto si deve, sennò, se non hai successo e non ti conformi agli ideali finanziari, fisici, emotivi suggeriti da questi autori, sei un fallito, ed è colpa tua, non del caso, della salute, della famiglia, del momento economico. Tua e basta, perché tu, se davvero vuoi, puoi tutto. Libri del genere o colpevolizzano o megalomanizzano.

Però… forse qualcosa si salva. Sì, dai. Se si passa a testi più improntati all’azione, magari con qualche infarinata di psicologia e neurologia… penso a Tony Robbins, Livio Sgarbi, Re… Insomma, almeno ti fanno muovere.

E per muoverti, bene o male, hai bisogno di uno step necessario, che loro non esitano a fornirti: la speranza.

Non è vero che chi vive sperando muore … …. .

Chi vive sperando vive molto meglio di chi vive lamentandosi!

E soprattutto non rompe le palle a chi gli sta attorno.

Tanto, poi, moriamo tutti, sia chi spera, sia chi no.

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Leadership e gruppo (aziendale, sportivo, studentesco…)

imageUn leader deve essere dotato, più che di autorità, di autorevolezza. Mi spiego: l’autorità scende dall’alto, è quella che deriva dal ruolo ricoperto (un magistrato, un insegnante, un dirigente…). L’autorevolezza invece viene concessa dal basso, direttamente dal team che si deve dirigere. Se vogliamo chiamare in causa il vecchio Weber, anche se lui si riferiva prettamente all’ambito politico, il potere del leader non deve essere legale o tradizionale: può essere anche così, ma non può fare a meno dell’aspetto carismatico.

Non si nasce leader, ma lo si può diventare, lavorando su se stessi e sul gruppo. E’ importante che il leader sia:

  • ispirato: lui per primo deve credere in ciò che fa
  • aggiornato sulle novità (es. nuovi sistemi di allenamento per una squadra sportiva)
  • sincero: la comunicazione con i membri del gruppo non deve mai mancare né essere lacunosa o deviata
  • interessato (davvero) al benessere dei sottoposti
  • un esempio. Il vero leader non deve mai chiedere ai membri del team di fare qualcosa che lui non farebbe o non ha già fatto. Da questo punto di vista, sono rari i politici che sono investiti di autorevolezza:-(

E quali sono i compiti principali del leader?

Innanzitutto, mantenere un clima emozionale positivo. Se un membro del gruppo si sente escluso o deriso dagli altri, tutto il team ne risentirà. Secondo alcuni studi, il clima emozionale incide circa il 20-30% sui risultati della prestazione totale, senza contare tutti i malumori che saltano fuori e che, se non gestiti, rischiano di degenerare. Una delle modalità migliori per creare questa positività, è… frequentarsi. Creare delle occasioni di dialogo che siano anche (e, secondo me, meglio) al di fuori del contesto in cui il gruppo normalmente opera: cene per una squadra sportiva, partite di pallavolo per i membri di un ufficio, raduni, passeggiate collettive, visite a mostre o spettacoli… L’idea che mi son fatta è che più questi incontri organizzati sono lontani dal solito ambiente, più aumentano le probabilità di conoscere aspetti delle persone che in ufficio o sul campo di gioco non vengono mai tirati fuori. Tiro fuori Pirandello e le maschere? Ognuno usa una maschera diversa in base al contesto in cui si trova in quel momento.

La frequentazione frequente rende difficile la nascita dei fantasmi, ovverosia quelle percezioni errate delle intenzioni e delle personalità degli altri componenti del gruppo. Se non ci si parla, è facile arrivare alla conclusione che il giocatore X pensi che il giocatore Y sia una palla al piede: più la comunicazione è rarefatta e più aumentano le probabilità di paranoie all’interno del gruppo.

Ma cosa bisogna fare per aumentare la motivazione dei singoli membri del team? Beh, la motivazione è strettamente individuale, nasce da dentro. Non si può indirizzarla con uno stipendio a quattro zeri o con la promessa di una coppa. Però il leader può far leva sulle emozioni. Gli esseri umani sono disposti ai sacrifici per le emozioni. Non per un trofeo, non per 10.000 euro in banca, ma per le emozioni che sono legate a quel trofeo e a quei soldi in banca. Se è facile scaricare la motivazione di un membro del gruppo con un’occhiata storta o con una chiacchiera alle spalle, si può sempre cercare di risollevarla facendolo sentire capace, apprezzato, indispensabile, autonomo.

Un aumento di stipendio al giorno d’oggi è la maggior ambizione di chi ha un lavoro: ma non è per i soldi in sé, è perché questi soldi in più rappresentano l’apprezzamento del titolare/dirigente che non riesce/vuole dire: grazie, bravo, come sai fare le cose tu, non le sa fare nessuno.

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