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Due vite (Emanuele Trevi) @NeriPozza

Rocco Carbone e Pia Pera erano due scrittori di cui, per la verità, non ho mai letto nulla. Emanuele Trevi, però, ce ne fa un ritratto come persone a tutto tondo, non come autori più o meno conosciuti, e si concentra sui loro tratti caratteriali.

Sentite l’incipit del libro che ha vinto lo Strega quest’anno:

“Era una di quelle persone destinate ad assomigliare, sempre di più con l’andare del tempo, al proprio nome. (…) Rocco carbone suona, in effetti, come una perizia geologica”.

Una perizia geologica. Eccezionale. Trevi ha scavato nel carattere di Carbone e ci ha presentato quello che ne è venuto fuori: un uomo malato di bipolarismo, soggetto a furie che non gli davano tregua, ma anche una persona che cercava di pulire attorno e dentro di sé:

“Se l’anatomia umana glielo avesse consentito, si sarebbe spesso e volentieri lucidato le ossa e i nervi con uno spazzolino di ferro.”

Ecco, già a pagina 12 Trevi ha reso l’Incongruenza Umana di cui Carbone è solo un esemplare, forse un po’ più infelice degli altri. Sono queste incongruenze che ci rendono difficile una vera comprensione delle persone.

“Più ti avvicini a un individuo, più assomiglia a un quadro impressionista (…): diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri”.

Insomma, per capire una persona bisogna trovare la distanza giusta.

A proposito di distanza giusta, permettetemi una digressione: il prossimo libro di cui parlerò, e che ho appena finito di leggere, è “Yoga”, di Carrére, e ho notato alcune coincidenze librarie con “Due vite”.

Intanto, entrambi gli autori, Carrére e Trevi, di nome fanno Emanuele. Entrambi hanno a che fare con il bipolarismo (Trevi parla di Carbone, Carrére lo prova sulla sua pelle). Entrambi parlano di giusta distanza (Carrére fa l’esempio di una montagna, che è una montagna solo quando la guardi da lontano ma non lo è più quando ti avvicini).

Fine della digressione.

Ho detto che Trevi non parla molto dell’attività letteraria dei suoi due protagonisti, ma un po’ sì. Di Carbone, per esempio, dice che non sempre si son capiti, loro due, soprattutto quando Carbone usava il suo linguaggio astratto e classificatorio da esegeta della letteratura, cosa che certo non facilitava le vendite; ma poi Trevi cerca di andare oltre e ventila l’ipotesi che questa mania ordinatoria forse era una strategia per tenere a bada le furie.

Pia invece era tutta un’altra persona, solare, curiosa, pronta ad aprirsi agli altri, a costo di rimetterci.

Ma di questi due ritratti, quando possiamo fidarci, sapendo che Trevi è un maestro dell’autofiction?

Beh, che importanza ha, alla fine?

“Scrivere di una persona reale e scrivere di un personaggio immaginato alla fine dei conti è la stessa cosa: bisogna ottenere il massimo nell’immaginazione di chi legge utilizzando il poco che il linguaggio ci offre.”

Questo libro mi è piaciuto molto. Forse è un po’ troppo incentrato su Carbone a scapito di Pia Pera, e forse è troppo corto (avrei voluto leggere ancora e ancora), ma è un testo da godersi sotto il sole e sotto la pioggia.

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Il colibrì (Sandro Veronesi) @lanavediteseoed

Per me è raro leggere il vincitore dello Strega nello stesso anno in cui è stato nominato: di solito compro i libri ai mercatini dell’usato, ma questo mi è arrivato in regalo (finalmente qualcuno che mi regala libri).

A dispetto di quello che si può dire dei premi letterari, per quanto accusati di brogli e favoritismi, il vincitore dello Strega è comunque sempre un bel libro, curato, con una prosa ricercata. Non come i titoli che sono usciti durante il lockdown e che parlavano del lockdown mentre era in corso (ma si può scrivere un buon romanzo in un mese??).

Marco Carrera, oculista, fin dall’adolescenza è conosciuto come il Colibrì, perché è piccolo ma aggraziato. Il nomignolo gliel’ha dato la madre, ma anche quando il suo problema di statura sarà superato grazie ad una terapia a base di ormoni, il soprannome gli resterà attaccato e acquisterà un nuovo significato.

Un colibrì è un uccellino che sbatte le ali settanta volte al secondo in modo da riuscire a restare fermo in volo e non cedere alla forza di gravità. Questo è quello che fa Marco Carrera: subisce una serie di lutti pesanti, non riesce a unirsi alla donna che ama dall’adolescenza, la moglie ha perso la ragione, il fratello non gli parla da anni, eppure trova sempre la forza di andare avanti, non collassa, non cade.

Un romanzo sulla resilienza?

In realtà è un romanzo che parla a tutti noi: a chi non capitano lutti e disgrazie? Eppure ognuno a modo proprio trova in sé le ragioni per continuare a vivere, e, a volte, anche per godersela.

Il messaggio che più mi piace, però, è quello che Marco Carrera e quelli come lui hanno la propria dignità: anche se non correno a destra e sinistra, anche se non si pongono obiettivi grandiosi, anche se non sono costantemente in affanno per raggiungere un obiettivo prestigioso, anche se “stanno fermi”, loro sono dignitosi, loro… valgono.

E’ un messaggio in sordina, eppure potente, che mi richiama alla memoria lo Stoner di Williams.

E’ grazie a questi piccoli esseri coraggiosi se la generazione futura avrà la forza di opporsi a chi negherà la dignità a chi non può rivendicarla con la forza (i deboli, gli immigrati, le minoranze, i disabili…).

O per lo meno così ho interpretato io il libro.

Un breve commento sullo stile: i capitoli non sono in ordine cronologico, la narrazione va avanti e indietro negli anni, fino ad arrivare a un ipotetico 2030.

Non sono d’accordo con molti booktuber che sostengono che la prosa sia semplice e adatta a tutti, anche ai lettori non abituali: sebbene ogni capitolo sia a sé (messaggi telefonici, dialoghi, lettere, prosa “classica”, flusso di coscienza ecc…), il registro medio è piuttosto alto, soprattutto in quelle parti prive di punti per pagine e pagine.

Ma a me non ha disturbato.

L’unica pecca è che devi metterti a leggerlo quando sai che non hai altri impegni: non puoi mollare una frase infinita per andare a mescolare il risotto.

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Il desiderio di essere come tutti (Francesco Piccolo)

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Oggi è il 25 aprile, e, come ogni anno, (quasi) tutti si sentono in dovere di postare una bandiera italiana, una foto di ambientazione partigiana o le parole di una canzone patriottica. E’ il desiderio di essere come tutti. E, come tutti, da domani torneremo ad essere i soliti criticoni, qualunquisti, aspiranti emigranti (eccomi qua).

Perché in Italia la partecipazione politica dei cittadini (salvo eccezioni) si riduce a questa lamentela sullo stato del Paese e a un arroccamento elitario sulle proprie posizioni. Azioni concrete per favorire il cambiamento? Eh, beh, ecco, io…

Francesco Piccolo si è comportato in modo diverso, nel corso della sua vita?

In questa biografia, ce ne parla. Ci racconta del suo primo risveglio alla “cosa pubblica”, a nove anni, e poi, del compromesso storico, del rapimento Moro, del suo attaccamento a Berlinguer e del suo odio per Berlusconi.

Ma ci parla anche come è cambiato negli anni il suo atteggiamento politico: partito da un ideale di purezza, è approdato a una visione più pratica (il passaggio da una politica dei principi a una politica della responsabilità, direbbe Weber).

Chi fa politica secondo l’etica dei princìpi, segue le sue idee e tiene conto soltanto di quelle – in pratica si sottrae a un vero e proprio atto politico; chi fa politica secondo l’etica della responsabilità, si pone ogni volta il problema di ciò che accadrà in seguito a una sua decisione – in pratica mette in atto un’azione politica.

E’ quello che auspica, tra le righe, per la sinistra italiana: Berlusconi è salito al potere perché allora, Bertinotti, decise di seguire la via etica, rifiutando di appoggiare il governo con Prodi. E’ stata una scelta dettata dalla convinzione di stare dalla parte dei giusti, ma che effetto ha avuto? Il governo Prodi è caduto ed è arrivato Berlusconi.

E quando Berlusconi era al governo, la sinistra ha cominciato a denigrarlo dal punto di vista morale, invece di attaccarlo nella sua veste istituzionale, perché la sinistra sapeva di essere moralmente superiore. Peccato che questo l’abbia isolata e l’abbia privata di efficacia.

Si è ridotto tutto a un esercizio retorico dell’opposizione, dell’estraneità: con ogni probabilità, questo fenomeno ha avuto luogo per combattere la paura della diversità, la paura verso il potere di quest’uomo, con una denigrazione sul piano personale che ne abbassasse il pericolo. Ma l’operazione di dissacrazione del mito ha soprattutto distratto dalla lotta politica, dal centro delle questioni. Dalla costruzione di un’alternativa più efficace che potesse piacere al Paese.

Ma la biografia non parla solo di purezza e impurità, di impegno e superficialità. Parla anche del rapporto tra pubblico e privato, di come le due sfere debbano in qualche modo parlarsi per far sì che i cittadini siano buoni cittadini.

Ho finito di leggere questo libro proprio oggi, 25 aprile, quando tutti si sentono in dovere di scrivere da qualche parte parole come “libertà”, “fascismo”, “Italia”.

E’ il libro di uno che, a partire dai 9 anni, si è sempre interessato di politica: ne ha letto, scritto, discusso. Di uno che ammette i propri errori e gli errori del proprio partito, e che è arrivato alla conclusione che questi errori possano esistere, e non li esclude a priori solo per il fatto di appartenere ad un certo schieramento.

L’abitudine è quella di sentirsi estranei agli errori, estranei alle brutture del Paese. L’estraneità rende impermeabile la conoscenza, e senza conoscere le ragioni degli altri, non si può combatterle.

E invece, nel grande come nel piccolo, vedo sempre questa convinzione di essere nel giusto (quando va bene… quando va male, vedo totale disinteresse per la politica).

Non sono ottimista per il futuro dell’Italia.

Mi dispiace, Piccolo, ma se potessi emigrare, oggi, con famiglia e burattini, lo farei.

 

 

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Altri virus…

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Abbiamo la memoria corta, forse perché la nostra memoria è sempre più governata dai giornali e dalla TV, che cambiano notizie troppo in fretta. Ecco perché riporto un brano di Francesco Piccolo, tratto da “Il desiderio di essere come tutti”; siamo nel 1973:

Vibrione. Questa era la parola. Finora non esisteva, avrei potuto attraversare tutta la vita senza sentirla pronunciare. Il vibrione del colera. Un germe patogeno. Violentissimo. Si impianta nell’intestino tenue e distrugge tutto l’epitelio.

(…) a un certo punto ti veniva un dolore lancinante alla pancia, proprio fortissimo, e poi andavi in bagno e veniva fuori della roba bianca. Proprio così: bianca. E questa diarrea bianca cominciavi ad espellerla e non smettevi più (…). E poi, alla fine, morivi perché non avevi più acqua dentro il corpo. Disidratato, dicevano.

Alla televisione ne parlavano di continuo, i casi sospetti aumentavano, lo spavento dentro e fuori casa era sempre più incontrollato. Non ci occupavamo d’altro; tutto il resto dell’esistenza era sospesa, non contava più nulla, lavorare o non lavorare, comprare il late, uscire a fare una passeggiata. (…)

Certo, il colera in quegli anni non si è certo diffuso come il Covid19 oggi, ma sentite cosa dice dell’ospedale Cotugno, dove erano ricoverati i malati in quelle settimane:

Si vedeva qualche medico in camice bianco che usciva e parlava al megafono, per calmare i parenti dei ricoverati. Nessuno poteva entrare, e i medici erano consegnati: non potevano uscire. Il Cotugno era un luogo inaccessibile, misterioso. Restavamo tutti fuori, dai parenti a noi che guardavamo la TV. E quindi l’immaginazione su cosa ci fosse lì dentro cresceva, e diventava ogni giorno più mostruosa.

Notate le somiglianze?

Solo che allora non c’erano i social, e i complotti circolavano solo via voce, non via web.

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N – Ernesto Ferrero

Premio Strega 2000

1814-1815: Martino Acquabona, sconosciuto e defilato erudito dell’Isola d’Elba, è ossessionato da Napoleone. Ha raccolto su di lui tutto quello che è riuscito a raccogliere: pamphlet, libri, articoli, busti, pitture, soprammobili, effigi… tutto quanto è entrato nel suo personale patrimonio di odio verso l’Orco, il macellatore di uomini.

Acquabona sogna spesso di ucciderlo: immagina i gesti che compirà e la faccia del tiranno quando gli punterà la pistola addosso.

Eppure, quando Napoleone si presenta sull’Isola, succede qualcosa. Acquabona, un po’ alla volta, cambia. Si ritrova a studiare le reazioni dei suoi compaesani, ma anche le proprie, che dopo un po’, non sono più dettate dall’odio che le ha infiammate in tutti quegli anni.

Napoleone è un uomo pieno di sfumature, alcune contraddittorie tra loro: si sente in carcere, dopo i passati splendori, ma si attiva come se dovesse rimanere sull’isola fino alla fine dei suoi giorni e dovesse dunque amministrarla al meglio.

E’ instancabile dal punto di vista amministrativo, politico, galante e societario; si interessa di tutto, e adora leggere. Non a caso si fa portare dal continente la sua biblioteca personale e addirittura chiama Martino Acquabona a fargli da bibliotecario.

Lui accetta: per curiosità e per tenere sott’occhio il suo bersaglio; ma quando, pungolato anche da un’incontrollabile gelosia amorosa, arriverà il momento di agire, sorprenderà se stesso con la propria inazione.

Come posso odiarlo? Quanti diversi uomini stanno in un solo uomo? Gli orchi possono essere degli eccellenti lettori? E se sì, i libri possono modificarli? E se no, a cosa servono i libri?

Martino Acquabona è un osservatore: si fa tante domande e si appunta possibili approfondimenti, ma è tutto inutile, perché Napoleone resterà un mistero, per lui, né gli riuscirà di capire i meccanismi attraverso cui opera la Storia, né i rapporti tra tiranni e sudditi.

Dirò la verità: questo libro non mi ha appassionato subito, ho faticato a superare le prime cento pagine, perché alla fine, in questi dieci mesi succede davvero poco. Poi ho imparato a farmi piacere le riflessioni di Acquabona, la sua curiosità e i suoi dubbi; soprattutto, ho capito che la lentezza della narrazione rifletteva l’inazione a cui ti sottopone l’attesa.

Ho continuato a leggere per vedere se si riusciva davvero a scoprire qualcosa del mistero Napoleone, di questo personaggio tanto nominato e perciò tanto sconosciuto. Di lui si conoscono le gesta, non l’uomo, non i pensieri, anche perché stava attento ad esternare frasi e gesti, consapevole che ogni suo atto sarebbe stato tramandato ai posteri.

Mi piace il personaggio Napoleone?

Mi piace la sua insonnia, il suo basso attaccamento al vino, la sua memoria prodigiosa, il suo amore per ogni scibile umano (sebbene sempre con un atteggiamento utilitaristico). Ma il generale, il tiranno (per quanto “tiranno” sia un’etichetta data dai sudditi insofferenti) no: il volere di più, il volere troppo, il non sapere dove ci si può fermare, l’indifferenza per le sofferenze causate, no, non mi piacciono.

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Eventi letterari e letteratura @illibraio @magilibri @amantilibri @lalibridinosa

Due giorni fa mi trovavo all’ospedale di Padova, in attesa. Attesa che è durata più di due ore, per inciso, ma l’attesa perde la sua essenza quando la riempi di contenuti interessanti.

Di solito, io leggo.

Libro in borsa (borsa che è sempre troppo piccola per tenere al proprio interno tutta quella carta), e via, aspettiamo, non importa quanto! Credete di farmi innervosire non chiamandomi? E io vi frego: io, signori miei, leggo il mio interessantissimo libro, ah ah!

Due giorni fa, però, oltre che alla lettura, mi son dedicata all’ascolto dei due che parlavano davanti a me.

Un uomo e una donna. Non erano in coda per nessuna visita. Forse lui era un dirigente ospedaliero di qualche tipo, perché non portava camice, ed era la signora che era venuta appositamente là per incontrarlo.

Due persone distinte, che parlano un ottimo italiano, educate, di quelle che piacciono a me.

La mia attenzione, però, si è incentrata su due cose: la borsa di tela della donna, che aveva il logo del Campiello, e il mattone di fogli che aveva portato con sé.

Quando hanno iniziato a parlare, ho capito che stavano organizzando la lista degli invitati per la serata finale del Campiello.

Wow! Mi son detta. “Ora li interrompo e gli chiedo cosa devo fare per diventare una giurata del Premio”.

Ragazzi: ti mandano tutti i libri a casa e ti chiedono di compilare una scheda di valutazione (unico vincolo: la segretezza). Insomma, il paradiso. Ho fatto domanda più di una volta, ma niente da fare.

Poi però non li ho interrotti e non ho rivolto loro nessuna domanda.

Perché non parlavano di libri. Era come se stessero organizzando il brunch di una importante azienda.

Parlavano solo di invitati di… “prestigio”: direttori di banche, CEO, generali, rappresentanti della regione, politici, giornalisti. Avevano mandato l’invito anche a Di Maio e Salvini, ovvio.

Certo, mi si dirà: erano là per quello. Per la lista degli invitati.

Ma…

Ma insomma – e qua mantengo un linguaggio educato solo perché sono una signora! – Porco suino… farsi una domanda, o porsi il dubbio del perché vengono creati questi eventi letterari, è passato di moda?

Quanti di questi personaggi di “prestigio”… leggono?

Scusate lo stile abborracciato, ma queste cose mi mandano fuori di testa.

Lo scopo degli eventi letterari deve essere quello di

  1. incentivare la lettura e di
  2. permettere l’incontro tra anime innamorate dei libri.

Macchè.

E’ come agli eventi culturali nei nostri paesetti di provincia, in teatro, ad esempio, quando si tengono riservati i posti alle autorità. Posti che spesso rimangono vuoti (educazione vorrebbe che tali autorità avvertissero, se impegnate, in modo da togliere il cartello “riservato” e far sedere chi è davvero interessato all’evento). Stesso principio: si privilegia il personaggio al posto della persona davvero interessata.

Beh.

Insomma.

Dai, ripensandoci: meglio così.

Meglio che una come me non vada mai alla premiazione di un Campiello o di uno Strega. E dico: MAI!

Sarei là, in prima fila, davanti ai miei scrittori preferiti con gli occhi da pesce, la bocca aperta e la bava che gocciola…

No, dai, diciamolo: ci farei una pessima figura.

Pessima.

Pessima, davvero.

Mamma mia! Che figuraccia farei.

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Il santo assassino, Ferdinando Camon @MarsilioEditori

Questo Camon non me l’aspettavo.

Ironico, scherzoso, a volte tagliente, ma sempre controllato, grazie allo stratagemma di far parlare personaggi conosciuti su argomenti altrettanto conosciuti (ma non sempre approfonditi, oppure passati nel dimenticatoio, oggi), facendo loro pronunciare discorsi o scrivere lettere che non hanno mai pronunciato né scritto.

Ad esempio: Kubrick che, parlando del suo film Full Metal Jacket, spiega come si fa a trasformare un giovane borghese in assassino; oppure, un drammatico Paolo VI che scrive una lettera al cardinale di Santiago riferendosi alla comunione che quest’ultimo ha elargito a Pinochet. Oppure, ancora, Francesco Alberoni che parla di anziani, Sciascia che parla della Monaca di Monza, Claudio Martelli di Craxi…

Ogni personaggio viene riproposto con la sua gestualità e i suoi personalissimi tic verbali; solo le parole sono di Camon, che ne approfitta per parlare di giovani, paura del futuro, vecchiaia, terrorismo, donne, scrittori…

Sfida la blasfemia, a volte: è questa la parola che mi è venuta in mente leggendo il capitolo in cui un presunto editore scrive a Calvino:

(…) la mia impressione è che da lei riceviamo, per via artificiale, un cibo artificiale: ne siamo rinfrancati, ma non abbiamo mangiato; dà alimento, ma lascia digiuni.

(…) Il signor Palomar non è mai stato in mezzo a noi, ciò che ci dice è delizioso ma purtroppo non ci riguarda.

Commenti, questi, che esprimono anche il mio giudizio, che io taccio perché sono solo una lettrice a cui Calvino non piace molto (ecco, l’ho detto, anzi, peggio, l’ho scritto).

E’ un libro che nella collana dei Grilli della Marsilio si sente a suo agio, perché è lui stesso un grillo: un insettino molesto che ti sta sulla spalla e ti sussurra cosa non va, ti fa riflettere. E solo noi, novelli Pinocchi, possiamo sapere quanto abbiamo bisogno di testi così.

 

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Una ragione per scrivere

Da “Dove troverete un altro padre come il mio” di  Rossana Campo

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Sessanta Racconti, Dino Buzzati

Racconto: I sette messaggeri.

Scritto in prima persona, il protagonista è in viaggio alla ricerca dei confini del suo impero e, per mantenere i rapporti con i suoi familiari e amici, ha nominato sette messaggeri che manda, uno alla volta, a portare e a prendere lettere nella città natale. Ebbene, man mano che si allontana, questi messaggeri ci mettono sempre più tempo ad andare a tornare finchè, secondo i suoi calcoli, l’ultimo ritornerà quando lui sarà già morto.

E’ una grande metafora della vita: man mano che ci si allontana dalla fanciullezza e dalla gioventù, tutto è diverso, perfino il cielo e la terra. Le lettere, che gli arrivano dopo anni rovinate e sorpassate, sono (per lo meno così io le interpreto) la memoria, che si fa sempre più debole andando in là con gli anni.

I confini non li trova e forse non li troverà mai: forse neanche ci sono (ma questi confini: che siano Dio?), ma lui li cerca lo stesso e continua ad andare avanti. E andiamo avanti pure noi…

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