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Sindbad torna a casa, Sandor Marai @Adelphiedizioni

Sindbad era lo pseudonimo dello scrittore ungherese Gyula Krudy, che Sandro Marai amava moltissimo. In questo romanzo Marai lo ritrae una giornata facendogli ripercorre le strade della vecchia parte di Budapest in cerca del mondo perduto.

Va in bagni termali, caffè, alberghi e ristoranti in cerca delle sensazioni della vecchia Ungheria, degli uomini che scrivevano per scrivere, delle donne vere, del cibo e del vino che gli ricordino cos’era una volta la sua patria.

Non succede nulla, è tutta una narrazione basata sui ricordi e sulle sensazioni: ma quanta nostalgia!

Dove sono gli scrittori e i poeti ungheresi, quelli veri? si chiede Sindbad.

(…) gli unici che si potessero vedere, in città, erano solo i giornalisti di mezza tacca e gli pseudoscrittori. Quelli veri, giovani e vecchi, quei pochi che custodivano ancora nella loro grotta segreta la lingua, lo spirito, le regole del gioco, il fervore, ovvero in generale tutto ciò che dava il diritto alla nazione, tra popoli invidiosi, di vivere sulla terra degli antenati, gli scrittori non andavano più da nessuna parte.

Sindbad (ma anche Marai) scrive per ritrovare la sua vecchia Ungheria, per riprodurre odori e pietanze, e ogni piatto o luogo che nomina si allarga per inglobare tutta una cultura perduta.

Scriveva perché sentiva quella voce nella sua vita, che era fragile e infelice come quella di ogni vero scrittore e di ogni autentico ungherese (…). Quella voce l’avevano sentita tutti i suoi antenati, ma non erano stati capaci di esprimerla in parole, per cui avevano soffocato nel vino, nelle avventure e nella musica le domande sollevate da quella voce.

Libro breve, densissimo di nomi di autore ungheresi, tanto che uno si chiede: ma quanti scrittori e poeti ha l’Ungheria?

Su tutto, aleggia la tristezza e il desiderio di morte.

E Marai, per quanti anni se l’è portato dietro questo desiderio di morte?

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Questa libertà – Pierluigi Cappello @BUR_Rizzoli

Pierluigi Cappello, uno dei poeti contemporanei più bravi, è morto l’anno scorso. Nato nel 1967, viveva, fin da quando aveva 16 anni, in carrozzina a causa di un incidente in moto (nel quale un suo amico è rimasto ucciso).

Mettere un poeta al banco di prova di una scrittura narrativa, in prima battuta mi era parsa una sfida un poco folle

dice nei ringraziamenti. Ma vi avviso, che qui di narrativo c’è poco: Cappello scrive poesia anche quando narra la propria vita. La scelta delle parole e delle figure retoriche è curatissima.

Il libro è breve, si snoda sul filo dei ricordi di scuola e del terremoto, ed è una continua dichiarazione d’amore nei confronti della letteratura, della poesia e delle parole.

Trovo però difficile fare la recensione di una poesia, anche se vien fatta passare per “narrativa”. La poesia va letta così com’è, non attraverso i commenti altrui.

Posso solo dire che ho inghiottito parecchi nodi in gola per leggere l’ultimo capitolo, quello che riguarda l’incidente, il risveglio in ospedale e la riabilitazione.

Sono abituata a guardare film dell’orrore, squartamenti, stupri, genocidi: ma leggere di una storia così tragica, capitata a un ragazzo così giovane, mi ha reso le cose difficili.

Cappello ha ritrovato la sua libertà, nonostante fosse bloccato su un letto o su una carrozzina, grazie alla letteratura; e ce l’ha restituita, questa libertà, attraverso le sue poesie. La sua vita è stata un continuo scambio di dai e prendi in un mare di sensibilità acuta e laboriosa.

I miei omaggi.

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Come un fucile carico, Lyndall Gordon @FaziEditore

Questa non è una biografia come ce ne sono tante: il suo scopo non è quello di proporci una lista dei fatti della vita di una poetessa, quanto di farci riflettere sulla difficoltà di capire CHI c’è dietro un nome famoso e, a volte, riverito. In questo caso, parliamo di Emily Dickinson.

Si parte, certo, dai fatti. Almeno da quelli che si possono appurare, coi dovuti limiti posti dal tempo.

Emily Dickinson ha avuto una vita ritiratissima, forse ciò ha contribuito in parte a creare la sua leggenda. Per motivi che la Gordon cerca di appurare, la poetessa non usciva mai dalla sua stanza: comunicava con pochi amici e parenti selezionati tramite pizzini, cartine, brevi messaggi annotati su qualunque tipo di supporto cartaceo le capitasse in mano. Ma era una poetessa: in questi stralci di carta non ci troviamo liste della spesa o elenchi di cose da fare: tutto è transunstanziato in immagini, a volte oscure.

Poi c’erano le lettere, e le poesie a tutto tondo: ad un certo punto, la poetessa ha iniziato a raccoglierle in libricini fatti a mano da lei stessa.

Ma quando è morta, sono cominciate le difficoltà.

Chi era Emily Dickinson? Chi ne ha tramandato la figura?

Dopo la sua morte, è iniziata una faida all’interno della sua famiglia per accaparrarsi il diritto di trasmettere ai posteri la verità sulla poetessa. Da un lato, sua cognata Sue, moglie dell’amato (ma anche criticabile) fratello Austin: Sue aveva costruito con Emily un rapporto molto forte, ma tale rapporto non è sempre giunto fino a noi, perché messo in ombra tramite omissioni e bugie, dall’amante di Austin, Mabel.

Attenzione: Mabel non era quella cacciatrice di dote che si potrebbe pensare. Voleva sì elevarsi socialmente, ma nonostante fosse una fedifraga, è a lei che si deve l’enorme lavoro di raccolta e sistemazione delle carte di Emily Dickinson (e solo se costretta ammetteva di non averla mai vista in viso).

Poi c’era la vera sorella di Emily, Lavinia, che nonostante volesse davvero bene alla poetessa, si è lasciata trascinare un po’ dalle due parti in lizza.

Nonostante tutto quello che le parti in causa hanno scritto su Emily Dickinson, molti sono stati i silenzi. Secondo la teoria di Lyndall Gordon, il primo importantissimo silenzio riguardava il motivo per cui la Dickinson non usciva mai di casa: soffriva di epilessia. Nella seconda metà dell’Ottocento, questa era una malattia vergognosa, soprattutto per le donne, che si doveva nascondere a tutti i costi. Si è spesso certato di travisare la verità scrivendo che la poetessa rimaneva segregata per via di un amore deluso…

Si è anche trasmessa un’idea della poetessa come donna eterea, senza bisogni fisici, quasi. Cosa che non era vera, e la Gordon ce lo spiega.

Altro grande silenzio, era la relazione tra Mabel e Austin Dickinson: chi ne ha fatto le spese, però, è stata solo Mabel, perché Austin era un avvocato importante di una famiglia importante (insomma: era un uomo); è interessante seguire pagina per pagina come si evolve un processo tra la famiglia Dickinson e Mabel senza che l’adulterio (doppio) venga mai pronunciato.

La faida è continuata anche nella seconda generazione. Le persone, gli esseri umani, si lasciano accecare dalle emozioni. Per decenni le debolezze umane hanno dato un’immagine della Dickinson poco veritiera.

Io non leggo poesia. Le poche che ho letto in questa biografia non le avrei capite se non ci fosse stata una spiegazione della Gordon.

Mai come in questa biografia mi sono trovata davanti alle prove dell’inconoscibilità dell’essere umano.

Non mi lamenterò se finalmente

quelli che ho amato qui

avranno il beneficio di capire

il motivo per cui li evitai tanto –

Svelarlo allevierebbe questo cuore

ma strazierebbe il loro –

 

 

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