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“You can do it with everything” Contemporary art Language – Angela Vettese

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The aim of the author is to show that contemporary art works on a collage base. But the collage can be made with everything: paper, metals, plastic, words, movies, ready-made, other art works, and so on.

The collage has its own meanings: it is often light (compared to heaviness of Sixties’ art) and one of its main feature is the transitoriness. It gives you the idea of a fragmented reality and it often requires interactivity, as if the public is a little piece of the whole collage.

Contemporary art is often a developing process, not an object, and here you see the frequent use of -ing form (happening, dripping…).

I found particularly interesting the part that explains how some artists put their works in very hard-to-reach places (for instance in the desert, far away from autoroutes or airports); with a two-faces purpose: to show a critic to institutional art places and to educate the public, that must be ready to make some efforts to go there to “admire” the art work.
The result? Very little public. Anyway… I appreciate the attempt.

At the end, Angela Vettese try to sum up the direction of contemporary art. It seems that this art doesn’t want to show the author anymore. The point is not the subject anymore, it must be something else; the society, maybe, with its trends and fears. Maybe this is only modesty. Or, more probable, loneliness.

The problem of this essay is that Vettese wants to put too many examples to explain what she is telling. They are so many, that I doubt that the average reader knows all artists and art works that she mentions. And the book cannot show a picture for each art work, otherwise it would have been 20 times longer.
As a result, I think that this book is an essay for contemporary art lovers, not for someone who wants to get an idea of this odd world.

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La sostanza delle cose, AAVV, Giulio Perrone editore

Ecco il mio racconto pubblicato nell’antologia edita da Perrone.

IL PRANZO
All’inizio del pranzo avevo trentadue anni, e Gloria trenta. Al caffè io ne avevo settantadue e lei settanta. Nessun rumore di accartocciamento delle rughe, né scricchiolii di ossa, eravamo semplicemente invecchiati nell’arco di un pasto.
Misi giù la tazzina: “Il caffè mi provoca bruciore allo stomaco”.
Gloria mi imitò: “A me dà la tachicardia,” disse.
Mi guardai le mani. Le macchie, del colore del fango secco, troneggiavano sui dorsi prosciugati; le unghie si erano ispessite e quella dell’indice si era leggermente curvata, come il becco di un pappagallo. Alzai gli occhi su Gloria: aveva dei punti neri sul mento e mi sembrava che il suo naso si fosse allungato e ristretto in punta.
“Mettiamola così,” mi disse, “Almeno siamo invecchiati insieme”.
Ridemmo, ma durò pochi secondi perché mi venne un accesso di tosse. Quando si calmò, guardai i resti del pollo sul piatto e le due foglie di insalata nella terrina: l’aceto sembrava averle corrose, come per una resa dei conti personale.
“Che ci sarà successo?” chiese lei toccandosi i capelli. Erano quasi tutti bianchi, e guardandola mi resi conto di quanto quel colore incarnasse un’assenza. Alzai le spalle: non sapevo cosa rispondere, così, per non restare in silenzio, le dissi: “Speriamo di non essere gli unici”.
“Di sicuro no, tutti invecchiano”.
“Ma non così in fretta!” obiettai. Tuttavia, nessuno dei due faceva il gesto di alzarsi per verificare di persona se quel fenomeno era stato riservato a noi o se si trattava di una nuova specie di malattia contagiosa.
“Mi sarebbe piaciuto avere dei figli,” disse Gloria.
“Ma come!” la interruppi. “Mi hai sempre detto che ti sentivi realizzata così, che ti bastavo io”.
“Sì, perché sapevo che i bambini non ti piacciono!”
“Quelli degli altri! Ma forse, se tu mi avessi detto la verità su come la pensavi…”
“Non c’era mai tempo di parlarne con calma,” si lamentò. La voce, da rauca che era diventata, ora scivolava pian piano in certi acuti che mi rendevano nervoso al di là degli argomenti che esprimevano. “Eri sempre così preso dal tuo lavoro,” continuò, “per certi discorsi ci vuole tranquillità”.
“Ora non ha più importanza,” le dissi per tagliar corto, “ormai devo essere in pensione!”
Restammo in silenzio per un po’. Si stava bene seduti: la stanza era calda e i rumori dell’autostrada sembravano essersi allontanati. Forse mi era solo peggiorato l’udito, ma quell’assenza mi sorprese come un piccolo dono.
“Cosa facciamo adesso?” mi chiese lei.
“Non lo so… parliamo”.
“Va bene. Comincia tu”.
A pranzo di solito ci raccontavamo le nostre mattina al lavoro: io ero imprenditore edile, lei impiegata in una ditta di trasporti. Ma in quelle due ore di pausa ci eravamo già detti tutto, così il silenzio si riprese il suo spazio.
“Non abbiamo più nulla da dirci,” ammisi.
“E’ perché siamo invecchiati troppo in fretta,” disse lei. “Ci è mancata l’esperienza di una lunga vita in comune”.
“Direi che ci è mancata proprio l’esperienza di una lunga vita e basta,” borbottai scontroso.
Ritorno spesso col pensiero a quei momenti. Gloria è morta un mese dopo, di infarto. Io sono ancora vivo, ma il mio corpo se ne è andato: quello che è rimasto, le braccia, le gambe, il tronco e la testa, lo hanno disteso su un letto, senza chiedersi se dentro c’è ancora qualcuno. Muscoli e nervi mi hanno abbandonato, e non mi parlano più, come in quelle famiglia in cui il marito esce a comprare le sigarette e sparisce nel fumo del mondo. Forse il mio corpo astrale ha seguito Gloria, forse è partito per qualche altra destinazione, non lo so. So solo che sono diventato un uomo-memoria. Non ho pensieri da aggrappare al presente, mi scivolano tutti giù nel passato, e sono troppo pesanti da riportare in superficie; così restano là, e io con loro. È un piccolo passato, il mio: un magma indistinto di giorni tutti uguali, lavoro, cibo, sonno, qualche viso. L’unico che risalta nel grigiore è quello di Gloria, ma resta sempre friabile: appena mi ci avvicino col ricordo, si sgretola, come se in realtà non l’avessi mai incontrata.

Serena Gobbo

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