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Camminando nell’ombra, Doris Lessing

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My job in this world is to write.

Questa presa di coscienza mi ricorda tanto una frase dell’autobiografia della De Beauvoir, anche lei donna, scrittrice, impegnata in politica, presa da viaggi e uomini. Entrambe hanno sentito il bisogno di dirlo, qual è il loro lavoro, non tanto forse al mondo esterno, quanto per non perdersi tra tazzine da lavare, orari dei treni e spasimanti.

I parallelismi tra l’autobiografia della Lessing e quelle di altri scrittori non si fermano qui. Guardiamo ad esempio alla struttura del libro, suddiviso in capitoli che seguono i vari indirizzi in cui l’autrice ha abitato: come Paul Auster nel suo Diario d’inverno. E’ come se i traslochi, pur con tutti gli inconvenienti che provocano, tenessero in esercizio l’angolino del cervello adibito alla riesumazione dei ricordi e delle sensazioni: angolino essenziale nella quotidiana scrittura che ruota attorno a personaggi fatti di carne e sangue.

E poi, altro parallelismo: l’alcolismo. La Lessing non ne è diventata schiava come altri scrittori (cito solo Hemingway e John Cheever: gli americani sembrano non sentirsi abbastanza scrittori se non si ubriacano con una certe frequenza), ma la tendenza c’era, come sul fianco ripido di una collina, dove devi puntare i piedi per non andare giù di corsa.

Nel memoir Joseph Anton, Rushdie ci racconta un incontro con Doris Lessing e di come lei gli avesse esternato dei dubbi su quello che poi è diventato Walking in the shade: gli uomini, sempre gli uomini. Maschi, intendo. Lei era una bella donna, da giovane, le facevano la corte, ci provavano. Ma quanto di queste avventure o aspiranti tali era lecito riportare nell’autobiografia? Questo il dubbio della Lessing davanti a un perplesso Rushdie già alle prese con i casini della fatwa. Credo questa signora che ne abbia taciute parecchie, di storie, per rispetto ai vivi e ai discendenti; perché alla fine, tra le pagine, il non detto si intuisce.

Il libro trabocca di attivismo politico, di comunismo, di dubbi, di delusioni e speranze dopo la scoperta delle atrocità staliniane. Erano giovani che parlavano di mondi ideali. Belli questi giovani (ma anche se fossero stati più vecchi)… Non importa che non abbiano ottenuto ciò in cui speravano. L’idealismo è una componente della speranza: ci vuole!

Però, alla fine, la Lessing parla poco, in questo volume come nel primo, dell’atto della scrittura in sé.

Impossible to describe a writer’s life, for the real part of it cannot be written down.

Lo dice chiaro e tondo: come puoi scrivere della scrittura?

Ci ha provato: ha raccontato del suo bisogno di camminare, dormire e fumare mentre sta buttando giù una trama o sta revisionando un racconto, ma questi sono gesti al di là della scrittura vera e propria. Ha raccontato della sua idiosincrasia per le lunghe file di lettori in attesa di autografo, della passione che gli editori di allora nutrivano per la cultura in sè, della necessità di accudire il figlio e di togliere le briciole dalla tavola prima di mettersi a lavorare; ma neanche qui parla dell’atto dello scrivere vero e proprio.

E ciononostante, quando racconta la sua vita, respiriamo la sua arte, non fosse altro per la moltitudine di gente che incontra: gente che legge, scrive, riflette. Idee che si incontrano e scontrano. Non è vero che si impara a scrivere solo dai libri: per gli scrittori, l’entourage conta, conta molto.

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Becoming a writer…

Becoming a writer is not a “career decision” like becoming a doctor or a policeman. You don’t choose it so much as get chosen, and once you accept the fact that you’re not fit for anything else, you have to be prepared to walk a long, hard road for the rest of your days. Unless you turn out to be a favorite of the gods (and woe to the man who banks on that), your work will never bring in enough to support you, and if you mean to have a roof over your ead and not starve to Death, you must resign yourself to doing other work to pay the bills.

(Paul Auster, Hand to mouth)

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Winter Journal – Paul Auster

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I loved The New York Trilogy. I cannot say the same thing for Hand to Mouth. But maybe I am not the right person for Auster’s autobiographies. Actually, this is – I think – his third authobiography. He writes of himself as “you”, in second person, maybe to add some distance between him and himself.

My interest went up and down. I must admit that I did not like the lists: lists of things he did, of actions, of people… in my opinion you cannot write a page full of list. You can do it in your journal, if you keep it in your drawer… same reasoning for the lack of internal order: he writes subjects as they get his memory: from early years, to the 64th birthday, from writing, to house moving, from panic attaks to marriage, from sexual impulses to dance.

I appreciated the parts in wich he tells about his mother’s Youth and Death, and how she was despised by the “dour matrons of father’s family” because she acted as if she was the most beautiful woman on the earth. But I also liked the way in wich he remembers her, as a woman who was, at the same time, very practical, active and sensitive. And I love the doutful life she had, because the author will never know if she had a lover during her marriage or not.

At the end: no, I did not like this book very much, but if you have the change, please do read it. It is anyway a collection of memories of a man who has lived, loved, written, read, suffered and travelled a lot (Gosh, I do not know how many times he moved from a house to another: I would become mad doing that!). A little sad, maybe, because he reminds us that we will wither too, despite all our current ebullience, but anyway useful.

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Al limite della notte, Michael Cunningham

Peter è un quarantenne mercante d’arte sposato con una bella donna, Rebecca, e ha una figlia con la quale non riesce più a instaurare un vero e proprio rapporto (non si capisce bene perché).
Il suo lavoro dovrebbe vertere attorno alla bellezza ma, sebbene gli permetta di vivere agiatamente, Peter sa di non aver ancora trovato l’Artista in senso assoluto: vende quadri e sculture, ma è solo roba “abbastanza” carina, come lui ammette; non è l’Arte come la intende lui.

Finché un giorno arriva Erry – che in realtà si chiama Ethan: Erry= errore – il fratellino sconclusionato della moglie: bello, giovane e inafferrabile, Peter se ne innamora.

E’ la storia di un amore gay?
No, è una storia di aspirazioni deluse, di vite senza batticuori, di mancanze. Insomma, è una storia che gira attorno… all’arte.
L’arte dovrebbe aiutarci a gettare uno sguardo dentro le intimità altrui… invece Peter apprende della propria incapacità in tal senso proprio grazie ad Erry. Perché Erry si prende il gioco di lui. Perché Rebecca non è la donna che lui dava per scontata e che era pronto a lasciare per andarsene con Erry.

Ogni scrittore ha i suoi fantasmi: John Irving ha il padre mai conosciuto; Paul Auster ha il caso; Michael Cunningham ha l’amore omosessuale. Eppure i libri – anche se dello stesso autore – sono sempre così diversi!
Penso allo stile di “Le ore”, molto lontano dal monologo in terza persona di questo romanzo.

Mi è piaciuto? Non particolarmente, ma il tema dell’insondabilità delle persone, anche per chi maneggia arte dalla mattina alla sera… è già sulle mie carte da un anno.

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Paul Auster è un drittone!

“Ho passato tutta la mia vita da adultore storie, a mettere persone immaginarie in situazione inaspettate e spesso inverosimili (…)”
Questa frase la pronuncia Peter Aaron, la voce narrante del libro che sto leggendo (“Leviatano”), ma in bocca a Paul Auster penso ci starebbero altrettanto bene.
Il primo passo che compio quando entro in un libro di Auster è conoscere persone nuove. Perché per mettere i personaggi dentro a delle storie, prima bisogna che Auster li crei: saranno poi loro, con le loro fisime e i loro entusiasmi e le loro capacità a lasciarsi coinvolgere dagli avvenimenti. Man mano che leggo ho l’impressione che Auster non si prepari degli schemi di trama quando si accinge a scrivere un libro: lui intanto crea i personaggi, e poi sta a guardare quel che succede quando mette loro davanti un avvenimento qualunque.
Il Caso, poi, è l’altro grande personaggio: “La realtà supera sempre ciò che riusciamo a immaginare. Per quanto sfrenati pensiamo che possano essere, i frutti della nostra fantasia non potranno mai tener testa all’imprevedibilità delle cose che il mondo reale erutta in continuazione. (…) Tutto può succedere”.
Il Caso è il purè in cui si muovono Sachs, Peter, Fanny e tutti gli altri: a volte sbattono su un grumo, a volte scivolano in una bolla meno densa, a volte salgono a galla, alternando gli stati d’animo in base alle loro personalità, ma comunque RISPONDENDO alle sollecitazioni del Caso.
Anche Auster ha le sue ossessioni. Oltre al Caso, che torna in molti suoi libri, anche qui ritroviamo l’elemento dello spionaggio, nel senso di una persona seguita da un’altra, quasi fosse necessario qualcuno che ti guardi di nascosto per essere sicuro di esistere. Anche qui ci sono personaggi scrittori. Anche qui la storia si svolge quasi tutta a New York. Anche qui c’è un punto in cui ci si pone la questione dell’età a cui muore uno scrittore (in questo caso è Thoreau, ma in “Follie di Brooklyn” la lista era lunga).
Non ci sono molti dialoghi, ma il punto forte di Auster, secondo me, è la sua capacità di scendere nel profondo dei personaggi: li descrive nelle azioni e nei sentimenti, sembra di conoscerli come degli amici di lunga data e, anche se ogni tanto lo scrittore dice che Tizio o Caio sono un mistero, io non gli credo, perché lui mi ha rivelato tante di quelle sfumature che se fossi un’anatomopatologa non potrei avere una conoscenza più approfondita di Tizio o Caio.
Ma forse, scendere così in profondità a volte può rendersi utile per uno scrittore: perché alla fin fine è inevitabile mettere sulla carta delle incongruenze comportamentali o caratteriali. E non sono forse queste incongruenze gli aspetti più reali di una persona in carne ed ossa???

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Trilogia di New York, di Paul Auster

imageAutore coraggioso, che ha fatto la fame (“Hand to mouth”) ma che ora è uno dei più importanti scrittori americani viventi. Dico coraggioso perché questi tre romanzi brevi escono fuori dalle solite classificazioni. Le vicende si svolgono a NY e sono sempre incentrate su delle indagini, dei pedinamenti, delle ricerche; c’è una persona che sfugge dall’inizio alla fine, e anche dopo la fine, tanto che il senso della storia resta sempre al di là della portata del protagonista che si rovina la vita per svelare il MISTERO.
Inafferrabili non sono solo Stillmann, Black o Fanshawe: è il significato della vita che sfugge, come Auster ribadirà in ognuno dei tre romanzi. E allora, invece di rovinarsi i giorni a cercare un sesno ovunque, godiamoci le storie che stiamo leggendo: “(…” fino a che punto la gente vrebbe tollerato lo sproposito se lo sproposito la divertiva? La risposta è ovvia, no? All’infinito. (…) E alla fine è proprio questo che tutti chiediamo a un libro… che ci diverta…”
Ok, magari se si può anche imparare o intuire qualcosa, aggiungo io… “LA QUESTIONE E’ LA STORIA IN SE’: CHE ABBIA SIGNIFICATO O MENO, NON SPETTA ALLA STORIA SPIEGARLO”.
Questa trilogia comunque mi ha fatto divertire: mi ha fatto entrare in una New York insensata piena di derelitti, sosia e scrittori; mi ha spinto a leggere fino all’ultima pagina, mi ha detto che le parole sono insufficienti e che le persone non si afferrano mai, non mi ha svelato il mistero che mi ha fatto solo intravedere eppure… eppure apre tante di quelle possibilità che alla fine ho chiuso il libro e già ne voglio un altro dello stesso autore. Consigli sul titolo?
Dubbio dell’ultimo minuto: ma uno scrittore che dice così sfacciatamente che la vita non ha senso, non finirà mica come Hemingway o la Woolf?

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Noi mezze calzette

Quando Paul Auster non era ancora lo scrittore conosciuto in mezzo mondo quale è adesso, arrancava per mettere insieme il pranzo con la cena. Tra le sue varie avventure lavorative, imbottito di teoria da self-made man come erano (sono?) tutti i giovani americani, una volta cercò di sfondare lanciando un gioco di carte. Dovendo presentare al mondo la sua creatura, si intrufolò alla New York Toy Fair, la più famosa fiera del giocattolo a livello mondiale e, grazie a contatti e parentele, riuscì a fissare un appuntamento con un caporione di una grande multinazionale del giocattolo al quale avrebbe spiegato il gioco. Ebbene, l’incontro con questo business man ben rappresenta la sensazione di piccolezza che prende noi mezze calzette impiegatizie quando siamo faccia a faccia con i miliardari alla fiera del mio settore. Sentite cosa dice (non vi serve la traduzione vero?): “My talk with the company president turnet out to be one of the shortest meetings in the annals of American business. It didn’t bother me that the man rejected my game (I was prepared for that, was fully expecting bad news), but he did it in such a chilling way, with so little regard for humand decency, that it still causes me pain to think about it. He wasn’t much older than I was, this corporate executive, and with his sleek, superbly tailored suit, his blue eyes and blond hair and hard, expressionaless face, he looked and acted like the leader of a Nazi spy ring. He barely shook my hand, barely said hello, barely acknowledged that I was in the room. No smal talk, no pleasantries, no questions. ‘Let’s see what you have,’ he said curtly, and so I reached into my briefcase and pulled out the cigar box. Contempt flickered in his eyes. It was as if I had just handed him a dog turnd and asked him to smell it.”
Paul Auster non fa neanche in tempo a spiegare la prima regola del gioco che il tizio gli dice che può andare. E glielo ripete, anche. E lo scrittore inizia mogio mogio e vergognoso a raccogliere le sue cartine: “Without another word, he turned and left me with my cards, which were still spread out on the table. It took me a minute or two to put everything back in the cigar box, and it was precisely then, during those sixty or ninety seconds, that I hit bottom, that I reached what I still consider to be the low point of my life”.
Capito? Il punto più basso della sua vita non è stato il momento in cui puliva cessi o cambuse di navi, ma è stato il momento in cui un altro uomo, al pari di lui, solo più ricco, lo ha umiliato davanti agli altri, snobbando la sua persona, i suoi sogni, le sue paure.
Ci resto ancora male io, per lui! Perché tipi del genere, che ti giudicano da come sei vestito o dall’auto che guidi, esistono. Sembrano strappati da un film della Paramount, e invece ci passano accanto in autostrada e ci rifilano il loro biglietto da visita quando noi, povere mezze calzette impiegatizie, gongoliamo in uno stand che ti strappa gli occhi, da quanto è illuminato, e ci sgoliamo a spiegargli il rotational moulding di un articolo e la cataforesi di un altro.

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