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Crampton Hodnet – Barbara Pym

Questo è il primo libro della Pym che leggo: scrittrice pulita ed educata.

Inglesissima, imbevuta di tè e pasticcini, circondata da tendine ricamate e salotti vittoriani. E’ così che me la immagino dopo aver letto il romanzo, che è ambientato a Oxford, dove lei stessa ha vissuto.

Non cercate la località di Crampton Hodnet sull’atlante o in Google Maps: non esiste. E’ il nome inventato che il reverendo Latimer ha sputato fuori all’improvviso per allontanare da sé i sospetti di una presunta relazione con la signorina Morrow, dama di compagnia della signorina Doggett.

Nel ristretto e immutabile ambiente di Oxford, le cose non cambiano mai: zitelle, studenti, coppie rassegnate fanno sempre le stesse cose, anno dopo anno. Inevitabile che quando ci sia possibilità di un pettegolezzo, tutti ci si buttino a capofitto.

Ecco perché il reverendo Latimer ha dovuto inventare una parrocchia immaginaria: per non far sapere alle pettegole che aveva fatto una passeggiata con la signorina Morrow.

Non si scherza, con le passeggiate, a Oxford.

C’è poi una seconda occasione di pettegolezzo che riguarda il nipote della signorina Doggett: Francis Cleveland professore cinquantenne, sposato da lunga data, che si invaghisce di una sua studentessa.

Sapete una cosa? alla fine, la situazione è uguale all’inizio. Stessi personaggi, stessi luoghi, stessa routine. Tutto gira intorno a presunte relazioni, o relazioni reali ma… poco convinte.

Guardiamo il reverendo Latimer e la signorina Morrow: lui ha superato i trent’anni, e anche lei. Lui è bello, e si accorge che gli piacerebbe essere sposato. Non è innamorato di nessuno, ma sente un certo non so che:

L’orologio in marmo sulla mensola del caminetto rintoccò, a ricordargli che la vita di un uomo dura settant’anni, che si trovava nel salotto di una ben precisa zona di Oxford a leggere Tennyson a una vecchia signora. Sentì il desiderio di fare del baccano, di urlare (…).

Se solo avesse avuto qualcuno a dargli un aiuto, a fargli fare le cose, forse anche a farle per lui.

Così fa una proposta di matrimonio alla Morrow, donna non proprio piacente, ma consapevole della propria trasparenza (è il suo lavoro, dice) senza tante storie né drammi:

Sono pagata per fare la dama di compagnia e come tale devo aspettarmi una misura di grigiore, è la mia sorte.

La Pym ci dà una scossa ogni tanto con delle parti spassose; come quando, ad esempio, nel bel mezzo della proposta di matrimonio, il reverendo Latimer sbaglia il nome della signorina Morrow:

“Io non mi chiamo Janie”.

“Pure, incomincia sempre con la J”, disse lui con impazienza. Era seccante venire interrotti per una tale futilità. Che importanza aveva un nome in un momento come quello?

Sulle prime lei ne è adulata, ma la sua sensazione non dura molto:

(…) dopotutto un’occasione l’aveva avuta. Un uomo le aveva chiesto di sposarlo, e lei aveva rifiutato. Ma un curato preso in trappola poteva considerarsi un uomo? Era stata una proposta così poco convinta…

La signorina Morrow, tra tutti i personaggi, è quello più consapevole. Equilibrata e disincantata, paziente (deve esserlo con la sua antipatica datrice di lavoro!) ma anche rassegnata a una vita tranquilla, senza passioni:

Perché lei voleva l’amore (…). E naturalmente sapeva che non sarebbe mai riuscita ad avere niente del genere. Solo a volte capita, quando una giornata primaverile spunta nel mezzo dell’inverno, di avere l’improvvisa sensazione che in realtà niente è impossibile. E allora non era forse più ragionevole soddisfare questi impulsi di primavera comprandosi un vestito nuovo dal colore insolito e assolutamente fuori delle convenzioni, piuttosto che imbarcarsi in un matrimonio senza amore?

Ma è anche quella che riesce a prevedere certi risvolti:

Simon non avrebbe mai sposato Anthea. Voleva fare cose di cui la gente si potesse ricordare, grandi cose, e far felice una donna non si poteva certo definire una grande cosa.

Certo, le coppie sposate non ne escono bene. Quelle che ci sono, sono il risultato di matrimonio dettati da motivi di rispettabilità, ma la convivenza si rivela spesso vuota e abitudinaria. Pensiamo alla signora Freemantle: quando pensa che il marito ha avuto delle relazioni extraconiugali, la sua conclusione è: Almeno era ancora suo marito.

Ma non ne escono bene neanche certe zitelle o… zitelli: “Abbiamo così poco di cui poter parlare!” è una lamentela che riassume tutto lo spirito degli abitanti di Oxford (la Pym è impietosa!).

Ho riportato solo alcuni aspetti del romanzo: un libro che dà proprio una sensazione di pulizia, che però non ci risparmia le frecciate sulla natura umana, maschile e femminile, e sulla psicologia del pettegolezzo, che non ci facciamo mancare neanche ai giorni nostri alle nostre latitudini.

Però, che bello leggere di un tempo in cui i giornali riportavano che il tal lord e signora partivano per la villeggiatura in Costa Azzurra o a Parigi… (non fate confronti con i giornali nostri, che parlano dei nostri politici, perché mi rovinate la fantasia).

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Libri in fuga, André Schiffrin @volandedizioni

Che bella vita, quella di Schiffrin.

Figlio di un intellettuale russo, ha continuato il mestiere del padre, quello di editore. Ma non un editore come quelli che abbiamo oggi in giro: padre e figlio credevano nella capacità dei libri di cambiare le idee della gente. O, almeno, di far sì che la gente si ponesse delle domande, o che mettesse in dubbio le versioni ufficiali fatte girare dal governo e dalla stampa di regime.

Allo scoppio della seconda guerra Mondiale, la famiglia Schiffrin riesce, dopo molti tentativi andati a vuoto, a scappare negli Stati Uniti. E’ qui che Andrè cresce, come uno studente americano, anche se sui generis: quando, a partire dai 13 anni, scopre quanto è interessante la politica di quel periodo, non smetterà più di occuparsene.

Vicino alle idee riformiste di sinistra, finirà spesso nel mirino dell’FBI e della CIA, soprattutto durante il maccartismo: è interessante l’analisi che fa della società in quel periodo e delle conseguenze che tale paura strisciante farà ricadere fino ai giorni nostri.

In questa autobiografia parla anche dell’antisemitismo e delle università americane ed inglesi (studierà due anni a Cambridge); ma parla soprattutto della sua attività di editore, prima presso la Pantheon e poi, quando la Pantheon viene fatta fuori dalle strategie del profitto, presso la New Press.

Nelle ultime pagine si sente tutta la sua nostalgia per i bei tempi andati in cui gli editori facevano il loro mestiere, quando le case editrici non erano parte di enormi e fagocitanti gruppi orientati al solo profitto (solo un dato: all’inizio degli anni Cinquanta a New York c’erano 350 libreria, dieci volte più di oggi).

E poi, cita una miriade di intellettuali che ha conosciuto di persona: non solo Gide, gran amico di suo padre, ma anche Chomsky, Sartre, De Beauvoir, Leonard Woolf, Hobsbawm, Amartya Sen e molti altri.

Non mancano le stoccate al “nostro” Berlusconi e a Bush:

L’indipendenza dell’editoria è stata duramente limitata quando è diventata proprietà di grandi gruppi. Ci sono voluti due anni prima che grandi case editrici iniziassero a pubblicare libri che denunciavano le menzogne dell’amministrazione Bush, e molti di questi titoli sono diventati dei best seller. Sono convinto che se la stampa e le case editrici lo avessero fatto da subito, Bush non avrebbe portato il paese alla disastrosa guerra irachena.

La libertà della stampa è importante. Non ce rendiamo conto, ma influenza le nostre vite: pensiamo al caso sopra riportato della guerra irachena…. ragazzi: una guerra! Si poteva evitare. Così come si potrebbero evitarne altre se l’opinione pubblica si informasse e leggesse vere informazioni e veri approfondimenti.

Invece siamo inondanti da riviste di gossip e cacche varie, da TG che parlano in tono pietoso di cani abbandonati e, subito dopo, di veline e calciatori; e, poi, da libri ad alta diffusione e basso prezzo che trattano di storielle a lieto fine e improbabili serial killer. Stiamo copiando il peggio dell’America.

 

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