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Kafka sulla spiaggia – Murakami Haruki

L’ho iniziato per due volte, e per due volte l’ho sospeso. Ma non ero convinta: se lo leggono milioni di persone in tutto il mondo, ci deve essere qualcosa da imparare in Murakami, mi dicevo.

Così, dopo aver letto il suo “Il mestiere dello scrittore” e essermi convinta che Murakami è uno serio, sono tornata con tutta la mia buona volontà a Kafka sulla spiaggia. E devo ammettere che stavolta sono riuscita ad arrivare alla fine.

Ma ci ho messo un po’ a capire il senso del romanzo.

Sì, lo so che bisogna smettere di cercare il senso. Un romanzo può essere come la vita, e, come scrive Murakami a p. 449,

quando mai il significato di una vita appariva chiaro e facile da decifrare?

Ciò non significa che io dovessi smettere di cercarlo, il significato del romanzo. E sono giunta a delle conclusioni.

A disturbarmi, era l’assurdità della trama, l’atmosfera onirica che tanti apprezzano. Poi ho capito che era proprio questo che Murakami voleva: il romanzo è assurdo perché la vita è assurda. E allora, come si può vivere una vita assurda? Con la fantasia. E dove sta la fantasia? Dentro noi stessi. L’unico modo per affrontare il labirinto che è fuori di noi, è entrare nel nostro labirinto interno, i nostri visceri.

Ma ci sono altre due cosette che mi son piaciute: sembra che la storia di Tamura Kafka inizi a causa dell’abbandono della madre. Dunque, dalla mancanza di amore.

E l’uomo col cilindro? Beh, quello credo rappresenti il Caos. È dal Caos che nasciamo, così come Tamura Kafka ha il DNA di suo padre nel sangue. Ma è il caos che bisogna combattere per dare un senso all’assurdità, per capire come si vive.

Ok. Alla fine, questo Murakami non è proprio così vuoto come pensavo.

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Il mestiere dello scrittore – Murakami Haruki

Non è un manuale: Murakami non dà suggerimenti per gli aspiranti scrittori, anche se sottolinea che la lettura, tantissima e diversificata, è il pilastro fondamentale della vita di un autore.

L’essenziale è leggere in continuazione.

Murakami si limita a raccontare come è diventato scrittore e ad esprimere alcune sue convinzioni su certi aspetti (la scuola, la forma fisica, i premi letterari, la lunghezza dei romanzi, l’originalità, il pubblico…) ma lo fa sempre sottolineando che si tratta del suo personalissimo parere e spesso si scusa (si scusa tantissimo, quasi non c’è una pagina in cui non ci sia un qualche tipo di scusa) perché la sua opinione non coincide con quella della maggioranza.

Eppure lo ammette: ha un carattere molto individualista e non sopporta di seguire la corrente. A scuola non era il primo della classe, ma faceva il suo dovere, perché nel Dopoguerra in Giappone non ci si pensava nemmeno a fare qualcosa di diverso.

E’ una persona dalle passioni esclusive e totalizzanti che ha cementificato in una routine al limite della mania: ma lui è così, dice, non riuscirebbe a comportarsi in modo diverso. Per esempio, non fa mai presentazioni di libri in Giappone (quelle con l’autografo ai libri, per intenderci) e non va in TV, perché deve scrivere, non ha tempo per altro.

Spesso ripete che lui non è una persona speciale, ha solo un talento medio per la scrittura, e che è stato fortunato a vivere di quest’arte per più di trent’anni.

Insomma, un testo che non contiene tecniche e suggerimenti pratici. E’ solo una specie di monologo. Ma l’ho trovato prezioso. In primo luogo perché ci sono pochissime interviste di Murakami in giro. In secondo luogo, perché adoro leggere frasi come questa:

Se non ci fossero stati i libri, se non ne avessi letti tanti, probabilmente avrei condotto un’esistenza più arida e indifferente alle cose.

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