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La capanna dello zio Tom – Harriet Beecher Stowe

Ho perso il gusto di leggere romanzi dell’Ottocento…

Di questo libro della Stowe posso apprezzare l’intento umanitario, ma non sopporto più un narratore onnisciente che, in mezzo alla storia, se ne viene fuori con i suoi giudizi: anche se i suoi giudizi coincidono con i miei.

E poi non mi piacciono le parti umoristiche: bambinetti che vanno in giro a combinare guai, schiavi che fanno scherzi ai mercanti senza cuore, e tutti che ridono…

Non mi viene da ridere se leggo che una persona cade. Sono spezzoni umoristici che mi tolgono drammaticità al vero oggetto del libro: la schiavitù.

Dirò di più: l’atteggiamento della Stowe, per quanto in anticipo rispetto alla media delle persone del suo tempo, mi sembra comunque paternalistico, di una che sa di potersi permettere di vedere le buone qualità in un uomo di colore, e che si crede dunque superiore ai suoi connazionali che non le vedono.

E poi: in questo libro non ci sono sfumature psicologiche. O sono tutti buoni, o tutti cattivi. Tom è buono, Shelby è buono, Harley è cattivo, i bambini (perlomeno fino alla pagina dove sono arrivata io) sono tutti buoni e carucci e riccioluti.

O si piange, o si ride.

Una via di mezzo? Non erano i tempi della letteratura psicologica, quelli. Lo so.

Eppure, tra i dieci e i vent’anni, questi erano i romanzi che mi emozionavano di più…

Vi lascio solo alcune frasi tratte dalla prefazione:

“Poesia, eloquenza, letteratura: tutte le (alla schiavitù) sono contrarie, perché non c’è facoltà divina nell’uomo che non sia fedele alla libertà”

“Non potrà conservarsi libera nessuna nazione in cui la libertà sia un privilegio e non un principio.

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