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Un battito d’ali (Sveva Casati Modignani)

Partiamo dalla copertina dell’edizione Mondadori: la farfalla è quella che sbatte le ali e che richiama il titolo. Ed è quella che ha dato il là alla scrittrice per raccontarci la sua storia.

Era in giardino, stava pulendo le erbacce e all’improvviso ha sentito il profumo di suo padre, morto da trent’anni. Poi una farfalla si è appoggiata sul suo braccio.

Ecco come è nato il desiderio di raccontare al padre che non c’è più la propria vita lavorativa prima di diventare scrittrice; non si parla della sua vita privata qui: viene nominato un fidanzato, ma non si dice chi è, come lo ha conosciuto, se è quello che ha sposato…

Bice Cairati non ha finito l’università; non c’erano soldi, e suo fratello aveva la precedenza, perché una donna non sa cosa farsene di una laurea, visto che dopo il matrimonio l’attacca al muro. Così, soprattutto per insistenza di sua madre, ha iniziato a lavorare in un ufficio.

Ingenua al limite della stupidità, ci racconta un paio di aneddoti simpatici.

Come quando dice a un cliente al telefono che il suo capo è nel pensatoio (è una stanza dove il capo va a dormire), o quando scrive la sua prima lettera commerciale (“non ci conosciamo, mi chiamo Bice Cairati, sono la nuova segretaria del tal dei tali…”).

O quando, peggio, parla, a una cena col proprietario di un’azienda cliente, dell”argent de poche” (= bustarella) che consegnano regolarmente al suo direttore degli acquisti.

Ma questo lavoro non le piace. L’insoddisfazione cronica la porta a dare le dimissioni e ad andare a lavorare come segretaria in una famosa galleria d’arte di Milano, finché anche questo ambiente le rivela la pochezza di certi personaggi ricchi e famosi e la fa scappare.

Inizia a lavorare per un giornale ma è un ambiente iper-maschilista e la mandano sempre e solo a seguire i personaggi più glamour (attrici, cantanti, soubrettes), così si stanca e va in un altro giornale.

Quando alla fine inizia a scrivere la storia di alcuni componenti della famiglia, ha alle spalle una buona gavetta giornalistica e questo la aiuterà molto.

E’ sempre interessante leggere l’esperienza di persone che si son date da fare. Certo, non aspettatevi da questo libro l’approfondimento psicologico di un Bellow o di un Roth, ma è un’autobiografia che si legge in un pomeriggio, uno sforzetto si può fare.

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L’arte contemporanea, Angela Vettese

Quando si parla di opere d’arte contemporanea

come in tutte le cose, per comprenderle occorre un poco di allenamento e passione.

La curiosità c’è; l’allenamento ancora mi manca.
Ho ancora bisogno che qualcuno mi spieghi il senso di certe installazioni, performances, video… probabilmente dovrei vivere alcune mostre. Immagino che una cosa sia vedere la foto di “Square depression” di Bruce Nauman (2007, Muenster), e un’altra sia camminarci sopra, sentirsi attirare dal centro, convergere insieme a degli sconosciuti.

Ma allo stato attuale, se mi trovassi davanti a un “Concetto spaziale” (Fondana, 1950), ne coglierei qualcosa che vada al di là della tela giallognola e bucherellata? Non lo so.

Sono affascinata da alcune personalità artistiche: Beuys col suo coiote e le sue 7.000 querce, ma anche con l’invenzione della sua genesi artistica; Warhol che ha fatto da bersaglio a una pazza e che ha rischiato di morire; Ai Weiwei, artista e dissidente cinese che ha scelto di restare nel suo paese affrontando anche il carcere…
Però le opere le trovo ancora difficili da decifrare da sola.

La Vettese aiuta a sciogliere qualche pregiudizio; ad esempio, la necessità di riscontri emotivi, di “bellezza”, poesia, elementi che sono svicolati dall’arte odierna.
Mi fa ripensare in termini nuovi al fastidio che provo davanti alle provocazioni (il nudo, il raccapricciante, l’estraniamento…) o davanti alle quotazioni assurde che raggiungono alcuni pezzi (magari delle semplici foto numerate); ma rimetto in dubbio anche la c.d. libertà degli artisti: dallo stato, dalle ideologie, dal mercato, dai soldi: la libertà dell’artista esiste davvero?
Un ultimo appunto: la Vettese nomina tantissime personalità, scrittori, filosofi, curatori, collezionisti, artisti. Solo per caso mi sono accorta che ne manca una: Vittorio Sgarbi.
Non c’è neanche di striscio.

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