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Beauvoir in Love, Irène Frain @Librimondadori

Biografia romanzata (o romanzo biografico) della storia tra Simone de Beauvoir e lo scrittore Nelson Algren.

Non ho messo alcun aggettivo al sostantivo “storia”. Non la considererei una vera e propria storia d’amore. Piuttosto, una storia di passione, una forte attrazione sessuale.

La Frain si è basata su un’enorme massa di documenti per scrivere questo romanzo; tuttavia, la storia che ho letto (volentieri e fino alla fine) mi è sembrata un altro pianeta rispetto a quello che sapevo della De Beauvoir. Facendo il confronto con alcuni passaggi di “La forza delle cose”, che è la sua autobiografia di quel periodo, ne vengono fuori due donne diverse. Nell’autobiografia, vediamo un’intellettuale famosa tutta infervorata nelle discussioni politiche e filosofiche che si innamora di un uomo pur restando legata a Sartre. Nel romanzo vediamo una donna che ha perso la testa per un uomo ma che resta legata a Sartre: manca tutta, e dico tutta, la sua parte intellettuale.

Nel romanzo non si fa cenno alla filosofia e alla politica: la De Beauvoir viene rappresentata a volte come una seduttrice, a volte come una bimbetta, a volte come un’isterica, a volte come una donna completamente perduta per l’amante, ma non c’è traccia della sua personalità pubblica; è come se non esistesse; e non si fa il minimo accenno neanche all’altra passione dell’intellettuale: i viaggi. Esistono solo i due amanti.

Sicuramente questo è l’effetto voluto dalla Frain: rendere l’intensità del rapporto a due, finchè è durato. E ha ben reso anche lo sdoppiamento della De Beauvoir quando spiegava che in lei c’erano due donne che di raro si trovavano d’accordo: Simone, la donna innamorata di Algren, e Il Castoro, dal soprannome che indicava il suo ruolo all’interno dell’originario gruppo di amici ed intellettuali di Parigi.

Leggendo in parallelo il romanzo e l’autobiografia, è interessante vedere come il rapporto venga fuori sotto due lenti completamente differenti. Ovviamente, su queste vicende è più interessante il romanzo, soprattutto perché ben evidenzia l’andamento della relazione, dall’apice al lento declino, fino all’odio finale.

Ma sono arrivati davvero ad odiarsi? Certo, in vecchiaia, quando venivano intervistati e le domande cadevano sulla loro relazione, entrambi si scaldavano parecchio. Ma la De Beauvoir ha portato per tutta la vita l’anellino d’argento che Algren le aveva regalato (anzi, ha voluto essere seppellita con quello), e ha conservato accanto al letto tutte le lettere che lui le ha scritto (a differenza di tutto il resto del suo archivio, di cui lei non ha mai avuto molta cura). Mentre Algren si teneva in casa un collage fatto con tutti i ricordi che aveva raccolto nei loro incontri.

Perché la loro storia è finita? Dal romanzo, sembrerebbe che la De Beauvoir non abbia mai voluto abbandonare Sartre. A lui era legata dal loro patto: loro due formavano l’amore necessario, altre persone potevano intrufolarsi nel rapporto solo come amori “contingenti“. Ma Algren non ci stava (neanche gli altri amanti, se è per questo, né da parte della De Beauvoir, né da parte di Sartre).

Ecco cosa dice la De Beauvoir in “La forza delle cose”:

(…) è vero che la mia intesa con Sartre resiste da più di trent’anni, ma non sempre questo è avvenuto senza perdite e complicazioni di cui gli “altri” hanno pagato le spese.


Devo dire la mia? Questo patto tra Sartre e la De Beauvoir mi sembra tanto un accordo di comodo. Cioè: scopiamo con chi ci pare, ma restiamoci intellettualmente fedeli raccontandoci tutto. Già nel romanzo si capisce che i due non si dicevano davvero tutto: sembra che la De Beauvoir non abbia mai confessato a Sartre quando fosse gelosa di Dolores, la donna che lui “amava” mentre lei era innamorata di Algren. Ma anche Sartre si teneva certe cose per sé.

Prima di leggere questo romanzo pensavo che l’essere umano fosse un animale con tendenze poligame. Ora propendo per una via meno estrema: la poligamia crea casini. E poi, diciamolo: senza fatica, senza commitment, come dicono gli americani, non si crea nulla, né a livello personale, né a livello di coppia.

 

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Kafka sulla spiaggia – Murakami Haruki

L’ho iniziato per due volte, e per due volte l’ho sospeso. Ma non ero convinta: se lo leggono milioni di persone in tutto il mondo, ci deve essere qualcosa da imparare in Murakami, mi dicevo.

Così, dopo aver letto il suo “Il mestiere dello scrittore” e essermi convinta che Murakami è uno serio, sono tornata con tutta la mia buona volontà a Kafka sulla spiaggia. E devo ammettere che stavolta sono riuscita ad arrivare alla fine.

Ma ci ho messo un po’ a capire il senso del romanzo.

Sì, lo so che bisogna smettere di cercare il senso. Un romanzo può essere come la vita, e, come scrive Murakami a p. 449,

quando mai il significato di una vita appariva chiaro e facile da decifrare?

Ciò non significa che io dovessi smettere di cercarlo, il significato del romanzo. E sono giunta a delle conclusioni.

A disturbarmi, era l’assurdità della trama, l’atmosfera onirica che tanti apprezzano. Poi ho capito che era proprio questo che Murakami voleva: il romanzo è assurdo perché la vita è assurda. E allora, come si può vivere una vita assurda? Con la fantasia. E dove sta la fantasia? Dentro noi stessi. L’unico modo per affrontare il labirinto che è fuori di noi, è entrare nel nostro labirinto interno, i nostri visceri.

Ma ci sono altre due cosette che mi son piaciute: sembra che la storia di Tamura Kafka inizi a causa dell’abbandono della madre. Dunque, dalla mancanza di amore.

E l’uomo col cilindro? Beh, quello credo rappresenti il Caos. È dal Caos che nasciamo, così come Tamura Kafka ha il DNA di suo padre nel sangue. Ma è il caos che bisogna combattere per dare un senso all’assurdità, per capire come si vive.

Ok. Alla fine, questo Murakami non è proprio così vuoto come pensavo.

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Mercanti d’aura – Alessandro Dal Lago, Serena Giordano

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Mi sono spesso chiesta, leggendo qualche riga di presentazione di opere d’arte nei giornali o sfogliando dei cataloghi di mostre, a che cavolo servono i critici. Le loro recensioni sono a dir poco illeggibili, astruse, incomprensibili, insensate, ridondanti, assurde, inutili, ridicole. Pattume. Immondizia. Puzzose.

Per lo meno tale era l’idea che ne avevo prima di leggere questo saggio, scritto da un sociologo e da un’artista. Sono giunta alla conclusione che le recensioni e i discorsi sull’arte contemporanea, per quanto incomprensibili, sono necessari. Per cosa? Non per spiegarti cosa vuol dire l’artista con quel pezzo, ma per decidere cosa è e cosa non è arte. Non è una questione da poco, considerato il giro d’affari che ruota attorno ad essa.

Mi direte: come si fa a utilizzare quelle accozzaglie di frasi per decidere se un orinatoio è un’opera d’arte, o se una che si tagliuzza le braccia in pubblico è un’artista? Semplice: quelle turpitudini verbali non le usi tu, le usa l’esperto. E’ lui che decide (lui insieme a quelli del suo Mondo) se quel pezzo o quell’happening è Arte arte.

Non esiste più il committente che ti dice per filo e per segno come vuole gli arazzi o il ritratto della moglie. Gli artisti di oggi creano per un mercato di anonimi senza sapere se la sua opera piacerà.

In realtà, non è necessario che essa piaccia al pubblico degli anonimi: basta che gli esperti la giudichino Arte. Il pubblico degli anonimi, poi, si adatterà e comprerà quello che gli esperti gli suggeriranno perché il valore (l’aura) viene creato dai discorsi sull’arte, non dagli oggetti stessi. Questo può piacere o no, e di sicuro crea scompensi per attività collaterali che sono escluse da certi giri d’affari (es. design, cucina, folk art, raw art ecc…), ma è così.

L’esperto d’arte oggi legittima gli artisti, aiuta gli acquirenti ad acquisire valore attraverso l’opera (valore monetario ma anche sociale in generale) e diventa lui stesso co-autore (si pensi all’Action Painting, a Fluxus o all’Arte Povera). Quest’ultimo punto ha effetti stranianti perché il valore artistico è sempre più slegato dall’oggetto in sé e l’aura viaggia per conto suo. Anche nel caso in cui l’oggetto venga, per assurdo, distrutto e non esista più. Ma anche nel caso dei falsi.

Quando ci sono falsari che creano opere copiando lo stile di certi artisti famosi, non sono i falsari ad attribuire l’aura alla propria opera: sono gli esperti che prendono un granchio. E che spesso dopo, quando viene scoperto l’inganno, per non tornare sui propri passi, continuano ad arzigogolare sul valore artistico di quell’oggetto. Ti credo, poi che un giudice si trovi in difficoltà a mettere in galera un falsario, quando questo gli dice: “Io non ho creato un falso. Ho dipinto un quadro nello stile del mio pittore preferito. E’ stato Tizio che lo ha scambiato per un’opera originale!”.

Sto banalizzando l’argomentazione degli autori, ovviamente, ma credo che le parti del saggio in cui si parla dei falsi, dell’arte dei “malati mentali” e delle beffe d’artista siano quelle in cui si dimostra meglio come l’aura e l’opera d’arte non necessariamente coincidono. Non c’entra nulla la consapevolezza artistica, l’unicità, la sublimazione dei bisogni elementari, il Dono…  L’arte contemporanea è un’attività sociale come altre, e presenta gli stessi aspetti, bui o luminosi, della nostra società.

Ecco, ho capito perché i discorsi degli esperti sono così criptici: per una questione di pudore.

Proprio perché l’arte ufficiale esprime oggi il senso profondo di una società mercantile, arida e gerarchizzata, sarà meglio agire su questa, se vogliamo che anche l’arte sia un’altra cosa.

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