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Di bestia in bestia, Michele Mari @Einaudieditore

Chi mi ha regalato questo libro, mi ha detto: “Mari non è uno scrittore facile, ma è il più bravo che abbiamo in Italia in questo momento. Anche Belpoliti concorda.”

Sui comparativi assoluti non mi pronuncio: la bravura va misurata con righelli diversi: il righello dei contenuti, dello stile, dell’intrattenimento, della fruibilità, dell’empatia, dell’attualità…

Concordo però sulla complessità della scrittura di Michele Mari. In questa ci sono

tali eccessi da rasentare l’autoparodia e rivelare la componente nevrotico-feticistica di quello stesso stile.

Ma passiamo alla storia.

Due scienziati, accompagnati dalla segretaria, devono andare ad un convegno, ma si perdono in un luogo imprecisato: freddo, inospitale, arretrato, abitato da bruti dalla lingua incomprensibile.

Per fortuna (e scopriremo che di fortuna qui ce n’è poca), riescono a raggiungere il castello di un dotto professore che parla la loro lingua e che è disposto ad ospitarli in attesa che il tempo migliori. Il professor Osmoc vive di libri: ne è circondato, li cita ad ogni frase, anzi, parla come un libro, assumendone lo stile e i contenuti.

Il soggiorno dei tre si tinge di nero in seguito ad alcuni eventi incomprensibili, lasciando intravedere una presenza misteriosa all’interno del castello pieno di passaggi segreti.

Quando riescono a far raccontare tutta la storia a Osmoc, si ritrovano asserragliati nella gigantesca biblioteca, mentre, fuori, un essere fortissimo e bellicoso cerca di entrare a tutti i costi.

Questo essere non è altri che il fratello gemello di Osmoc.

La fine della storia, come un po’ tutta la costruzione barocca, mi ha ricordato moltissimo i classici (Poe, Shelley, Stoker). Tuttavia, l’epilogo si distacca totalmente da tali maestri e ci lascia a bocca aperta. La storia scivola nel messaggio autobiografico e, qui, crea empatia.

Beh, ecco, magari l’empatia non la crea con tutti. Diciamo che la crea con chi si ritrova in questa frase:

I libri possono fare alla vita una concorrenza sleale, molto sleale…

Siamo davanti a un personaggio, Osmoc, che, anche nell’imminenza della morte, parla per citazioni e latinismi. Un uomo che non ha vissuto nel senso comune del termine, che ha amato a modo suo (affermazione opinabile), e il cui unico cruccio davanti alla morte è di trovare qualcuno che si occupi dei suoi libri.

“(…) i miei libri, l’importante è che restino tutti uniti, ricordatevelo sempre, una biblioteca è un’unità organica viva, la sua fisionomia è la fisionomia del suo proprietario (…)

Fin dalle prime pagine vi accorgerete che Mari non è uno scribacchino qualunque. E’ uno che con i libri ci ha davvero vissuto, mangiato, dormito (mi sarebbe piaciuto vedere la sua biblioteca, me la immagino come quella di Eco, o di Canetti). Eppure riconosce i pericoli di una tale passione (V. l'”Autodafé” di – ancora – Canetti).

Ecco il tema del “gemello”, del “doppio“, che tanto ha impegnato le penne degli scrittori di tutti i tempi.

L’ambiguità, la contraddizione: che è poi il sempiterno problema di quanto ci sia di culturale e di naturale nell’essere umano. Un problema a cui non c’è soluzione, come non ci dà soluzioni Mari, che nella figura del raffinato letterato Osmoc ci mostra (anche) un uomo che sa trasformarsi in un aguzzino bravissimo a giustificarsi a suon di citazioni e latinorum.

Ma non passiamo forse noi tutti la maggior parte del nostro tempo a giustificarci per qualcosa? Già. Anche qui: empatia. Anche qui: raccontare una storia rubando le storie di ognuno di noi.

Tra l’altro, Mari ha scritto questo libro a 25 anni. Per casualità, sto leggendo in questi giorni la biografia di Thomas Mann, e indovinate a che età ha pubblicato i Buddenbrok?

I miei omaggi, Mari.

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