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Con entusiasmo – Ludovico Ferro

imageL’argomento sindacati non è tra i miei preferiti ma questo libretto si legge in un’oretta (e mezza, se c’è un settenne che ti rompe le scatole): l’approccio molto personale dell’autore, non scevro da qualche termine da videogame, ti fa andare avanti pagina dopo pagina. E poi, parla del territorio in cui vivo…

Il sottotitolo dice molto: Interviste, colloqui, riflessioni sull’agroalimentare veneto. Si parte dunque da una serie di interviste ai dirigenti sindacali territoriali della Cisl/Fai (agroalimentare e ambiente), e lo scopo è sedimentare la memoria. Viene presentato ogni dirigente e viene presentata una sintetica carrellata dei problemi e dei punti di forza di ogni territorio, come se si trattasse dei piatti di un pasto.

Si parla di crisi, che nel settore non è ancora molto sentita, di rapporti con la politica, che a questo livello sono quasi inesistenti, dei rapporti con le altre confederazioni, di fusioni tra territori…

Insomma, per una come me che non si intende di sindacati (e che non li ha sempre in simpatia), è una buona introduzione. Tanto più che l’approccio sociologico/neutrale dell’autore traspare dalle metafore usate, più dense di significato di quello che potrebbero permettersi in una pubblicazione che dovrebbe, o quasi, essere di parte (e infatti questo a me è piaciuto).

L’ultima riflessione riguarda il sindacalismo nel suo insieme e la difficoltà di entrare nelle piccole imprese. E te credo. Chi si prende la briga di far entrare un sindacato in un’azienda di pochi dipendenti, dove i titolari ti guardano negli occhi ogni volta che passi davanti al loro ufficio? Nell’agroalimentare il numero dei tesserati negli anni analizzati dallo studio è aumentato, ma i numeri non dicono molto (ad esempio grandi entrate di tesserati si hanno in casi di crisi aziendale, quando c’è bisogno di qualcuno che spalleggi i lavoratori contro i… paroni). Le piccole aziende restano un osso duro. E con la crisi o con quella che vogliono far passare per crisi, lo sono ancora di più, anche se la crisi riguarda gli altri.

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Intervista allo scrittore e kickboxer Joe Santangelo

MEGITRE 1-3 (11.5.2013 RM)

In concomitanza con l’uscita del suo saggio “Four Sides”, Caosfera ed., per la seconda volta in questo blog, Joe Santangelo si è gentilmente sottoposto alle mie domande:

“Joe”: quando hai scelto questo pseudonimo e perché?
JOE è tutto ciò che non è istituzionale, ufficiale. Giuseppe Santangelo è il professionista, il laureato, il responsabile, l’intestatario di utenze, crediti e debiti. Joe è – invece – l’artista, l’amico, il papà. Sulla rete sono presente con entrambi i nomi e per motivi decisamente diversi. Oggi è frequente (e anche buona norma) che un potenziale Partner – soprattutto se internazionale – acquisisca notizie sulla controparte attraverso il web. È sorprendente scoprire che NESSUNO dei miei Partner riesca a matchare il mio nick-name (Joe, con cui io mi presento: in inglese è più facile) con il mio cognome: se facessero questo, su internet, gli si aprirebbe un mondo diverso e non riuscirebbero più a qualificarmi. Dunque “Giuseppe” è per il lavoro (Dr. Jeckill), mentre “Joe” resta per la parte creativa (Mr. Hyde). Tutto nasce in un passato così lontano, da essere stato dimenticato. Sono sempre stato Joe: mai stato Giuseppe.

Considerando l’invasività di tutto quanto è istituzionale e lavorativo, è un buon metodo per tenere separati i due ambiti! Dovrò pensarci pure io: di fatto, al lavoro non parlo mai di quanto mi piace (libri! Arti marziali! La mia scrittura!). Ma torniamo a te: è stato facile trovare un editore per questo saggio?
Molto più difficile scrivere la sinossi del proprio volume, piuttosto che trovare un Editore disposto a pubblicartelo. La scrittura, per quanto “attività vera, concreta”, conserva il dono dell’aleatorietà: quand’anche tu abbia già scritto volumi, non sarai mai certo della qualità di ciò che hai prodotto. Sintetizzare in una nota critica gli elementi che caratterizzano il tuo scritto – pertanto – è l’ultimo atto di creatività di cui l’Autore deve farsi carico. Tutto ciò che segue – dunque: cercare/trovare un Editore qualificato, fornito di un’adeguata distribuzione e di una struttura di editing competente – è “lavoro”. E io, nel lavoro, purtroppo sono bravo. Il mestiere dello scrittore è produrre il meglio possibile con quanto a propria disposizione (le parole). Tutto il resto è fatica, zavorra. Tutto il resto è “lavoro”.

Ogni tanto mi chiedo cosa sia il “lavoro”; secondo me (lasciamo da parte Marx e i secoli di riflessioni sull’argomento), è un vendersi il tempo e il corpo (anche per un semplice lavoro d’ufficio) in cambio di denaro che mi è necessario per vivere. In questa definizione che mi sono auto-fornita, però, non mi ci sta la passione della scrittura, perché non scrivo (e forse non scriverò mai) per necessità. Tu inserisci l’attività di diffusione del libro nel “lavoro” e, soprattutto, lo associ alla parola “fatica”…
Lavoro – per me – significa “prostituzione”, seppure intesa nella sua forma “etimologica” (prostitùere: rendere evidente per fini di mercato, per traffico). Vendo una prestazione – manuale/intellettuale – per ottenere qualcos’altro in cambio (danaro). In particolare io vendo le mie giornate – lunghe, faticose, ovunque – e mi compro le mie nottate, quelle in cui gioco, mi diverto, scrivo. Ho risposto che “nel lavoro, purtroppo, sono bravo”, perché l’apprezzamento procura responsabilità, promozioni e le responsabilità richiedono tempi ulteriori, sottraggono energie. Se il mondo del lavoro mi respingesse – può accadere a chiunque, soprattutto in un periodo complicato come quello che stiamo vivendo – allora non mi resterebbe che immergermi dentro il mio sogno: la scrittura. Nel mio linguaggio personale è AMORE tutto ciò che pratico senza dispendio di energia, mentre è LAVORO e fatica tutto ciò che richiede tempo e recita continui, energia e che produce pensieri cattivi. Qualcosa che da un lato ti “migliora” (è il tuo “antagonista”), ma dall’altro ti snatura.

Credo che questo libro abbia un punto di forza che è, allo stesso tempo, anche un punto di debolezza: non è schematizzabile. Non è etichettabile. Saggio di filosofia? Di arti marziali? Autobiografia? Antropologia? Tutto questo e di più. È un punto di forza perché non hai ceduto alla tendenza classificatoria del mercato editoriale (ma non solo di quello), e hai scritto qualcosa che corrisponde alla tua Verità. Ma può essere un punto di debolezza perché, là fuori, la gente ragiona per schemi, acquista i libri in base alla pubblicità, brama etichette e schemi. Che ne pensi?
Ho scritto questo libro per me, lo confesso. Nessuno me lo ha chiesto, nessun editore me lo ha commissionato, nessun amico mi ha confortato. Nessuno meno uno: quel Beppe che mi ha provocato e, a modo suo, mi ha sollecitato. Le prime parole che ho “trascritto” sul mio taccuino, costituiscono la forma abbozzata della prefazione. L’immagine di quel ragazzo fragile e vulnerabile, ma così tenero, quasi poetico. L’immagine del ragazzo che sono stato, ha toccato certe corde e mi era sufficiente “rientrare” in quel mood per attivare le mani: i contenuti si sono scritti da soli e in una forma lessicale molto prossima a quella definitiva. Avrei scritto questo volume nella forma che ha preso luce anche se fossi rimasto da solo, su un’isola. Oppure agli arresti domiciliari: spazio e tempo – come spiego – sono diventati la stessa cosa da tempo, per me. Sono stato una freccia: ho scritto decine di pagine in sessioni uniche nel periodo più complicato della mia esistenza. La stesura è stata una medicina e rientrare in certe pieghe sulle quali si era sedimentata polvere e melma (le parole, gli inganni del tempo che passa) è stata un’esperienza di pulizia molto soddisfacente. Mi sono sforzato di rendere fruibili le esperienze ad altre persone, certo, perché questo è primariamente il mestiere di chi scrive. Ma chi muove da questo genere di motivazioni non ha altre aspettative se non quella di fare chiarezza estrema sulle forze in gioco, per potersene disfare, a opera compiuta. Di conseguenza non ho mai pensato alla “classificazione”. Ho scoperto io stesso – piuttosto – che alcune librerie/portali hanno inserito il volume tra i saggi di psicologia o di educazione emotiva. In quel momento ho scoperto che gli operatori – per ragioni di necessità – hanno dovuto “percepire” il mio lavoro in quel modo, per poterlo catalogare e renderlo fruibile ai lettori. Ma non sono affatto d’accordo. Il volume è – piuttosto – un taccuino, un semplice quaderno di consigli. Deve andare nelle mani dei ragazzi – femmine e maschi – perché raccolgano l’unica verità che voglio permettermi di promuovere: tutto è possibile amico mio. Coraggio: fa il primo passo, perché la strada ti si costruirà sotto i piedi!

In questo “saggio” racconti la tua storia di combattente quando già sei alle soglie della notorietà e del successo. Ma che ci dici di quel bambino di 13 anni che è entrato in una palestra di arti marziali per la prima volta con un’enorme necessità di riscatto addosso?
Quel bambino sono io. Gli ho messo sopra una quantità di libri, corsi, esperienze e altre brutture di ogni genere, ma sotto tutta quella quantità c’è ancora una generosità, un desiderio di osare, un’aspirazione genuina a impegnarsi ripartendo dal nulla, la curiosità e l’ambizione di ascoltare la canzone perfetta. C’è la qualità. Ho scritto un Romanzo che probabilmente non vedrà mai luce (SWITCH, N.d.A.): sviluppo la storia di un uomo che incontra il bambino che è stato e questo – il bambino – si ritrae e si nasconde dietro le mani e comincia a piangere e l’unica cosa che riesce a dire, tra le lacrime, è “Perché? Perché mi hai tradito?”. Io temo che crescere sia “tradire” continuamente il bimbo che siamo stati, ma vorrei trovare una soluzione, perché altrimenti avrò fallito. Con me stesso, con mia figlia, con tutti i bambini del mondo. Sono la nostra ricchezza, dobbiamo prendercene cura per sempre.

Quando viene il momento di scrivere, si scrive; quando viene il momento di combattere, si combatte. Ma c’è tanta gente là fuori che questi momenti se li lascia sfuggire sotto il naso, non ti pare? Parlo di uomini e donne che trascorrono il proprio tempo libero davanti a una partita o una soap spegnendo il cervello; di uomini e donne che si sentono soddisfatti quando entrano in un centro commerciale; di uomini e donne paghi di eseguire ordini, espressi o inespressi. Sono uomini e donne che portano in sé un’energia inutilizzata, e, dunque, attutita. Se il mondo è un grande corpo, l’energia si blocca su di loro. Ognuno deve svegliarsi da sé, oppure quelli che sono un poco più avanti hanno la responsabilità di dare uno scossone?
Io penso che ciascuno faccia ciò che deve e che mentre lo fa, stia spingendo alle sue massime possibilità. Che ciascuno si esprima già al meglio delle proprie possibilità. Non si tratta di una regola teorica o – meglio – di un precetto: “Fai ciò che devi e fallo alle tue migliori possibilità”. Si tratta di una regola matematica, è l’unico modo in cui mi riesce di interpretare il mondo – e il suo faticoso “svolgersi” – in modo credibile. Ciascuno di noi pratica esattamente le attività che desidera e si esercita continuamente, ogni giorno. Nei pensieri, nelle immagini, utilizzando il linguaggio che più corrisponde alle proprie aspettative, scegliendo i propri amici e i propri nemici, scommettendo sui propri obiettivi e destinando proprio “quel” quantitativo di energia, piuttosto che uno diverso. Non ci sono giustificazioni: le motivazioni che portiamo a nostra discolpa sono alibi (non ho tempo, non ho possibilità, non sono stato io), e noi siamo i migliori avvocati difensori di noi stessi, ma troppo spesso difendiamo un colpevole. Chi “abbocca” alla ripetitività e alla superficialità, è un individuo ripetitivo e superficiale e non può essere “meglio” di ciò che è. Quello che chiamiamo “presente” è – nel mio modo di vedere le cose – una forma cinica di “passato”: sta accadendo ciò che non poteva non accadere date le premesse. Ciascun individuo può evolvere (vorrei dire “deve”, ma preferisco farmi i fatti miei). Ciascuno di noi ha la possibilità di “salvarsi” dalla propria pigrizia, dall’indolenza, dall’afasia, ma prima deve cogliere una verità fondamentale: ogni individuo è responsabile del proprio destino, da cui discende che il mondo che ci circonda rappresenta la condizione migliore nella quale ho il dovere di evolvere, il mio miglior “amico”, vorrei dire. Mi trovo in questa situazione “proprio perché” devo uscirne fuori e devo tirarmi fuori da questo inganno con le mie stesse mani, perché io stesso – da solo, senza l’aiuto di nessuno – mi ci sono ficcato. Il mondo è la nostra palestra: se abbiamo la volontà di cambiarlo, allora lui cambierà. Ma dobbiamo cambiare noi stessi: è questo lo scoglio vero. Io non posso aiutare nessuno, ma la forza dell’esempio – silenzioso, dignitoso, modesto – non ha pari. Il mio nemico, in sostanza, è il mio miglior amico.

Hai imparato ad amare ciò che odiavi e ciò ti ha reso un uomo migliore, spieghi nel libro. Ma noi cambiamo ogni momento che passa: qui e ora c’è ancora qualcosa che odi, se puoi raccontarcelo?
Nel “qui e ora” non ce n’è per nessuno. Il “qui e ora” (che gli inglesi stigmatizzano in “herandnowness”, essere nel qui-e-ora) ogni uomo si trova nella migliore condizione di creatività possibile. Tutto ciò che non accade da sé – ovvero: tutto ciò che non “accade”, che cade dall’alto, che si verifica senza il consenso dell’uomo – è governato dal qui-e-ora di ogni individuo, all’interno della sua sfera di insistenza. In altre parole voglio dire che la condizione del “qui-e-ora”, molto complessa da conseguire e altrettanto rara, è quella condizione dello spirito di massima coscienza che concede un grado di consapevolezza massimo della propria forza e del proprio essere, la sede della pura volontà. All’interno di questa “occasione” l’individuo può scegliere, può creare. In ogni altra occasione l’uomo dorme, alimentato dall’inganno del tempo che passa, imbrigliato da catene invisibili che rendono ogni passo pesante e uguale al precedente. La pratica del combattimento – per ogni stile, ma solo su livelli elevati – è finalizzata esclusivamente al perseguimento di questo stato (vincere senza combattere, pace dello spirito, estrema consapevolezza). Nel “qui-e-ora” l’attenzione è talmente elevata da disinnescare ogni minaccia. Questo vale sul ring, questo vale nella vita. In una condizione di questo tipo, non c’è spazio per l’odio, perché l’uomo supera il livello del “guardare”: riesce a “vedere” e a convincersi spontaneamente che il giudizio è un aspetto tipicamente umano, che la realtà rifugge gli schemi, perché prende forma e si sviluppa nel tempo indipendentemente dalle considerazioni umane. È “umano” desiderare qualcosa ed altrettanto umano è detestare qualcos’altro. Ma il presentarsi di un’attività odiosa, rientra nell’intelligenza del superamento: devo applicarmi su questa cosa che mi si è presentata, perché probabilmente non sono ancora riuscito a superarla. L’attrito ci migliora, perché ci sta testimoniando una ritrosia, una capricciosità che saremo in grado di superare, digerendola nel corpo e nel cuore. Penso che esistano alcuni aspetti della mia esistenza che tollero meno di altri, non riuscirei a definirli oggetto di odio, ma certamente ci sono e ne sono contento, perché devo imparare a farci i conti se voglio superarle, in futuro. Non sopporto che venga intaccata la mia sfera privata, per esempio, in tutte le modalità in cui ciò può avvenire. Disapprovo la fretta, perché non mi consente di correggere, rifinire, riflettere. Non sopporto di essere “interrotto” mentre sono impegnato su un progetto, quand’anche e soprattutto venga distratto da chi ha autorità per farlo. Non sopporto l’autorità, per concludere, volendo intendere quella che insiste nulla mia testa, ma estenderei anche al senso assoluto. Un uomo serio è un uomo che ha il centro in sé stesso. Un insieme di uomini seri dovrebbe poter governare l’esistenza sociale autonomamente, senza affidarsi a un capo-condomino che gli impone regole e comportamenti.

Nell’intervista tenuta su questo blog un anno fa, dicevi che incominciavi dal titolo. Hai fatto lo stesso anche con questo libro? O tutto è nato dal commento del tuo amico, come spieghi nella prefazione?
Tertium datum, questa volta: né l’una né l’altra. Il titolo originario ha tenuto fino alla conclusione della prima stesura (Quadrophenia), ma sentivo che lo avrebbero compreso in pochi e poi mi sembrava oltraggioso rispetto al film/colonna-sonora meravigliosi di quel gruppo straordinario che sono i “The Who”. Cominciai a rifletterci seriamente quando fui costretto a farlo, perché l’Editore richiedeva un’idea grafica per la copertina che rappresentasse i contenuti e fosse allineata al titolo. Un’equazione di terzo grado: dati i contenuti, avrei dovuto tirare fuori titolo, copertina e una corrispondenza tra tutti gli elementi. Inizialmente pensai a una piramide, ma sul piano (foglio, due dimensioni) sarebbe stato impossibile rappresentare quattro dimensioni. Allora cominciai a pensare a due dimensioni. Mi trovavo in un Pub, a Cortina, dentro un freddo gelido, ma sotto un cielo del colore del cobalto. Chiesi un foglio e lo divisi in quattro parti e presi a disegnare. Cominciai a rifinire e provai più volte un titolo. “Four Sides” mi sembrava molto musicale. Chiamai la mia amica Sissy e spiegai la mia idea. Pochi giorni dopo mi inviò la prima bozza. Le chiesi di utilizzare colori “fluo” e di rendermi irriconoscibile: quel ragazzo dev’essere “chiunque”, le dissi. Buona la prima, disse l’Editore, ma i meriti vanno a Sissy.

Lo Shihan Cognard (aikido) mi diceva che l’attacco è una richiesta di aiuto, e che la violenza deriva dalla mancata consapevolezza dei propri confini, fisici e mentali. Commenti?
Se non fossi d’accordo significherebbe che starei ancora alla prima elementare, mentre penso di aver superato le scuole medie, almeno. La condizione di armonia (assenza di scontro) dev’essere letta in modo duplice. Può preludere allo scontro, e pertanto va definita propriamente “ristagno, stallo”, oppure può essere una condizione di pace definitiva, e pertanto dev’essere considerata un traguardo. Volendo escludere la seconda definizione – inapplicabile, perché stiamo parlando di attacco – significa che ci troviamo in una situazione dinamica. Chi scaglia il primo attacco, si è assunto la responsabilità di rompere una condizione originaria di pace, dunque sta generando una condizione di scontro, meglio definita “confronto”. Ma l’uomo – ogni uomo – proietta fuori di sé ciò che porta dentro, dunque chi attacca sta testimoniando la presenza di uno squarcio interiore, di una ferita dell’anima. Chi attacca sta dicendo “non mi trovo in una condizione di serenità”, non sono un uomo compiuto e dunque sta chiedendo aiuto all’avversario. Nella filosofia dell’arte marziale non esiste un vincitore e un vinto. Ciascuno torna sempre in possesso di ciò che ha, ciascuno “diventa sé stesso”, perché si vince “prima” dello scontro. Ogni uomo porta sul campo da combattimento le proprie ferite (prima) e ogni uomo torna a casa con le proprie risposte (dopo). L’esito dello scontro è un altro modo di “conoscere” i propri limiti.

Hai una figlia di 9 anni: è già stata contagiata da qualcuna delle tue passioni?
Mia figlia Eva ha già sviluppato un amore per la lettura e addirittura per la scrittura. Le ho promesso che mi impegnerò a pubblicarle il suo primo Romanzo, non appena avrà la forza e la responsabilità per cominciarlo e portarlo a termine. Ha già le sue idee. Sul TAB che le ho regalato, di tanto in tanto continua a scrivere una fiaba che ha cominciato circa un anno fa. È una ragazza molto dinamica: ama il calcio, ma frequenta una scuola di danza contemporanea. Il suo sogno è quello di aprire una “Scuola di Sport”, come la definisce lei: le ho promesso che l’aiuterò e che io mi occuperò degli sport da combattimento, ma lei dovrà essere alla guida di quest’avventura. Ama la musica e conosce già molti gruppi, testi in inglese compresi. Direi che sì: è stata contagiata da alcune delle mie passioni. Le serve tempo. Un giorno sarò io stesso a dover imparare da lei.

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Intervista alla scrittrice Sherry Jones

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L’intervista completa in inglese la trovate qui.

Morgen: Ciao Sherry, raccontaci qualcosa di te, dove abiti, come sei diventata scrittrice.

Sherry: Abito a Spokane, Washington (…). Il mio amore per la scrittura sgorga direttamente dal mio amore per la lettura (…). Ricordo un periodo in cui non leggevo, ma solo vagamente. Mia madre dice che ho imparato a 4 anni. (…)

Morgen: (…) che genere scrivi di solito e hai mai considerato altri generi?

Sherry: Al momento scrivo romanzi storici. A volte scrivo qualcosa di ambientato nella contemporaneità ma probabilmente sarà sempre incentrato sulle donne. Non ho mai sentito l’oppressione del femminismo, considerandomi più b rava di molti uomini che ho conosciuto e probabilmente esplorerò per sempre nei miei libri il potere e la mancanza di potere delle donne.

Morgen: cosa hai pubblicato fino ad ora?

Sherry: Il mio primo romanzo è stato “A’isha, l’amata di Maometto,” un libro molto controverso perché tratta del profeta Maometto e della sua sposa bambina preferita A’isha e “A’isha, la sposa guerriera,” che tratta della vita di A’isha da adulta e del suo ruolo nella prima guerra civile islamica. Entrambi sono stati dei best-sellers internazionali. All’inizio era previsto che uscissero nel 2008 con la Ballantine, una divisione della Random House, ma un professore di studi mediorientali legge “Jewel” (titolo originale: “The jewel of Medina”, n.d.t.) e mise in guardia contro l’alta probabilità che il mio libro causasse attacchi terroristici. La Ballantine si ritirò e all’improvviso tutti erano terrorizzati. Anch’io lo ero. Ma credevo nei miei libri. Alla fine ho trovato una piccolo casa editrice, la Beaufort Books che si è assunta il rischio di pubblicarli. (…)

Morgen: (…) hai mai ricevuto dei rifiuti? Come hai reagito?

Sherry: Certo che ne ho ricevuto. Possono essere molto scoraggianti. Avendo lavorato per trent’anni come reporter per un giornale, tuttavia, sono sempre stata capace di considerare le critiche nello spirito con cui vanno giudicate. (…)
Morgen: I tuoi libri sono disponibili come eBooks? (…)

Sherry: tutti i miei libri sono disponibili in ebooks. Amo gli ebooks. (…)

Morgen: Cosa mi dici del marketing, ne fai per I tuoi libri o sfrutti te stessa come ‘brand’?

Sherry: Sono una vergognosa autopromotrice di me stessa. Ma di cosa devo vergognarmi? Voglio che i miei libri siano letti. Trascorro ore in internet raccontando dei miei libri alla gente. E trascorro ancora più ore al giorno pensando a come pubblicizzarli. (…)

Morgen: stai lavorando a qualcosa ora?

Sherry: sto scrivendo un romanzo su Eloisa e Abelardo, i famosi amanti del XII secolo – lui, il più famoso filosofo e poeta del mondo, e lei la sua studentessa più brillante ed erudita essa stessa. (…) La mia prima incursione nel romanzo (gustosamente) erotico! Sicuramente sarà un libro femminista, come tutti gli altri miei libri.

Morgen: (…) riesci a scrivere ogni giorno? Soffri mai del blocco dello scrittore?

Sherry: no, non scrivo ogni giorno tranne quando sono nello stato d’animo “scritturale” – in quel caso sono ossessionata, non posso smettere! Mi serve molto tempo per le ricerche e anche per leggere la miglior narrativa contemporanea (…) nella speranza che la mia scrittura ne venga influenzata. (…)

Morgen: Hai parlato di editing, prima, fai molto editing o ritieni che col tempo la tua scrittura sia sempre meglio definita?

Sherry: più scrivo, meglio è. Il mio primo libro ha avuto bisogno di sette bozze prima della fine. Il secondo ne ha subite tre, e nessuna di esse fu una riscrittura completa, come successe con l’”A’sha”.

Morgen: scrivendo romanzi storici, devi far molte ricerche?

Sherry: sì. Posso dire di trascorrere più tempo a far ricerche che a scrivere. Per “A’isha l’amata di maometto” ho letto 29 libri e un’infinità di articoli. Spesso leggo un libro più di una volta. Ci vuol tempo perché un personaggio e una situazione entrino davvero nell’atmosfera. Mentre scrivo inoltre mi fermo spesso a controllare qui e là. fa impazzire perché interrompe il flusso di scrittura. Con questo nuovo libro sto cercando di fare qualcosa di diverso: prendere appunti di ricerca mentre scrivo, e poi controllare tutto un paio di ore alla fine della giornata. (…)

Morgen: Hai mai scritto qualcosa che pensi non pubblicherai mai?

Sherry: Ho scritto un romanzo sulla dipendenza dal sesso intitolato “Baby Doll”, semplicemente terribile, al di là di ogni possibile revisione. Avevo provato a utilizzare la pornografia come tecnica letteraria. Doveva esser serio ma ne è venuto fuori così ridicolo che alla fine faceva ridere tutti.

Morgen: qual è l’aspetto della scrittura che ti piace di più e quello che ti piace di meno?

Sherry: la cosa che preferisco è incontrare gli amanti dei libri, soprattutto i lettori dei miei, e parlare di libri con loro. Mi piace la lingua inglese e immergermi ogni giorno nella scrittura e nella lettura. (…) la parte che mi piace di meno è che non so mai quante entrare mi arriveranno, né quando (…).

Morgen: Che consiglio daresti a uno scrittore esordiente?

Sherry: leggi buoni libri! E non ascoltare quella voce disgraziata che ti dice che la tua scrittura fa schifo. Hemingway diceva che la prima stesura è merda, e aveva ragione. Continua a scrivere e a credere in te stesso, e non mettere in circolazione la tua opera finché non è il meglio del meglio.

Morgen: ci sono siti legati alla scrittura e/o libri che trovi utili?

Sherry: Il libro di John Gardner “Il mestiere dello scrittore” è un grande libro, e “Scrivere zen” di Natalie Goldberg e “Wild Mind.” (…)

Morgen: ti troviamo in qualche forum o social netword online? Se sì, li trovi utili?

Sherry: sono una grande utilizzatrice di Facebook, (…). Sono su Twitter come @sherryjones, e su Goodreads, il mio posto preferito per incontrare I lettori e parlare di libri (…).
Morgen: dove possiamo trovarti coi tuoi libri?

Sherry: nel mio bellissimo sito: http://www.authorsherryjones.com.

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Intervista alla scrittrice di romanzi erotici Tess Harding

imageMorgen Bailey: Ciao Tess. Raccontaci come e quando sei diventata una scrittrice.

Tess Harding: Ho vissuto nel Regno Unito fin da bambina finché mio padre si è dovuto trasferire in Galles per lavoro. Fin da quando posso ricordarmi ho sempre voluto fare la scrittrice. In uno dei miei primi ricordi sono seduta nel nostro giardino – avrò avuto otto o nove anni – e scrivevo una storia su un tavolo di scuola che mio padre aveva scovato non so dove. Scrivevo in continuazione sia durante la scuola che al college, a quel tempo era per lo più narrativa e fantasy. Ho mandato racconti brevi a varie riviste di fantascienza finché alcune sono state accettate. Poi sono passata alle riviste – tutte le solite riviste finché è andata bene anche con queste. (…) Intanto scrivevo romanzi e li inviamo agli agenti. (…) Il mio primo romanzo è stato pubblicato nel 1975. Negli anni successivi ne sono stati pubblicati diversi altri, ma le entrate erano miserrime e nel 1980, nel mezzo di una lunga relazione, pensavo ai bambini e avevo bisogno di guadagnare così mi sono trovata un lavoro serio e la scrittura è stata messa da parte. Negli ultimi due anni mi sono decisa perché se non tornavo subito a scrivere, non l’avrei più fatto, così mi sono ritagliata del tempo, ho iniziato a scrivere e ho scoperto (spero) di esserne ancora capace.

MB: Che genere scrivi e hai mai considerato altri generi?

TH: Attualmente scrivo romanzi erotici (e sottolineo erotici). Ma in passato ho scritto fantascienza e fantasy e sto lavorando a un thriller psicologico. Mi viene spesso l’idea di lavorare ad altri generi ma sto cercando di essere coerente e di crearmi un nome come autrice senza far confusione ai lettori, che magari possono indispettirsi.

MB: (…) Cosa hai pubblicato fino ad ora? Ti occupi di una parte del marketing?

TH: (…) Lavoro sempre al marketing. Al momento mi dedico al mio sito, a FB e Twitter. Sono su LinedIn e cerco di commentare regolarmente, ma anche di postare nei gruppi Amazon. Mi piacerebbe che alcuni miei lavori fossero recensiti ma sto lottando per trovare un posto adatto per loro.

MB: Forse qualcuno che sta leggendo te lo proporrà. Hai un agente? Pensi che siano vitali per il successo di un autore?

TH: Avevo un agente molto tempo fa. Era un rapporto a distanza, ci siamo incontrati una volta ed è stata un’esperienza piuttosto surreale. Voleva che mi trasferissi a Londra perché secondo lui i “veri scrittori” vivevano a Londra. Non l’ho fatto. (…) Non voglio essere una vera scrittrice. Quando ho ricominciato a scrivere ho volutamente deciso l’auto pubblicazione. Lo so che posso farmi pubblicare, l’ho già fatto. Ora voglio lavorare da sola e tenermi la maggior parte delle entrate, senza aspettare un anno perché il libro arrivi nelle librerie e senza alcun controllo sulla copertina o l’aspetto.

MB: (…) I tuoi libri sono disponibili come eBooks? Se sì, come è stata la tua esperienza in merito? E tu leggi eBooks?
TH: Tutti e tre i miei libri sono anche degli eBook, e sì, leggo spesso eBooks. Ho comprato un lettore un anno fa e da allora ho letto solo un paio di libri stampati. Leggo quasi solo sul kindle ora e non mi manca per niente l’odore o il tocco della carta (anche se credo di essere un caso raro in qeusto). (…)

MB: (…) Come è stata la prima volta che ti hanno pubblicato qualcosa, ed è sempre un’emozione?

TH: Come ho detto all’inizio, avevo 24 anni (sì – sono davvero così vecchia!). Se è stata un’emozione? Certo che lo è stata. Una delle cose più eccitanti che mi sia mai capitata. Non come diventare madre, ma molto simile. Non so se sarebbe un’emozione uguale ora, sono diventata molto più cinica a riguardo del mercato editoriale.

MB: I tuoi lavori sono mai stati rifiutati? Se sì, come hai reagito?
TH: Non li ricevono tutti? I rifiuti sono duri. Quando sei giovane la prendi sul personale… ma quando sei adulto la prendi ancora più sul personale. Ho ricevuto centinaia di rifiuti, alcuni carini, alcuni antipatici. Eppure i rifiuti ti dicono che devi scrivere meglio, così è quello che ho fatto. Se prendi i rifiuti sul serio invece di preoccuparti per loro, ti possono aiutare a migliorarti come scrittore.

MB: Cosa stai scrivendo in questo momento?

TH: Diverse cose. Non sono mai stata capace di lavorare a una cosa alla volta. Sto finendo un nuovo libro intitolato Cherri Red che spero di pubblicare a settembre. (…) Inoltre sto buttando giù I canovacci di alter tre o quattro cosette (…). Prossimamente conto di lavorare a una versione non erotica di una mia storia intitolata Samhain Cide che ha vinto un concorso lo scorso anno (…), sarà un genere fantasy/paranormale.

MB: Riesci a scrivere ogni giorno? Qual è il massimo che hai scritto in una giornata?

TH: Cerco di scrivere ogni giorno ma non sempre ci riesco. Uso un programma che si chiama Scrivener che mi fissa target giornalieri – al momento 2.000 parole – così posso misurare quello che faccio. Lavoro solo 4 giorni alla settimana al mio lavoro pagato così il venerdì è il giorno dedicato alla scrittura. Scrivo abbastanza veloce (circa 50 parole al minuto) e posso farlo per un lungo periodo. Quand’ero giovane scrissi un intero romanzo in soli tre giorni, l’ho inviato ad una casa editrice e me lo hanno pubblicato nel giro di sei mesi.

MB: (…) cosa ne pensi del blocco dello scrittore? Ne hai mai sofferto? Se sì, come lo curi?

TH: (…) Per alcuni anni ho scritto a tempo pieno, mi sedevo alle 9 di mattina, interrompevo per il pranzo e continuavo fino alle cinque. Se la mia musa non c’era, stavo seduta davanti alla carta finchè non tornava. Credo che la scrittura sia manifattura, non un’arte, e più scrivi, più facile ti viene (…). Smettila di lamentarti, siediti e scrivi.

MB: Qual è l’aspetto della scrittura che ti piace di più?

TH: sedermi e scrivere, perdermi nel mondo immaginario, vivere e osservare i miei personaggi. Stranamente mi piacciono molto anche gli altri aspetti, le prove, l’editing, il design e la formattazione. Quello che mi piace di meno? Probabilmente il marketing – ma in questo periodo è un male necessario.

MB: Che suggerimento daresti agli aspiranti scrittori?

TH: 1. Scrivi e poi scrivi di più. (…)
2. Non prendertela per i rifiuti ma impara da loro.
3. Non aspettare l’ispirazione – cercala, e se non la trovi, scrivi lo stesso.
4. Leggi molto di altri scrittori, scopri quello che ti piacerebbe scrivere (non copiare). (…)

MB: Dove possiamo trovare te e i tuoi libri?

TH: Se avete abbastanza coraggio mi trovate sul mio sito http://www.jt-harding.com – sebbene io scriva narrativa per adulti, cerco di mantenere il sito adatto a tutti per non far scappare nessuno..
(…)
Trovate qui l’ORIGINALE integrale.

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Intervista alla scrittrice ed editor Meredith Efken

Trovate il link originale qui. La traduzione è mia.

Per iniziare, puoi dirci cosa scrivi e qual è la tua storia editoriale?
Certo! Mi trovo in un periodo di transizione per quanto riguarda la mia scrittura. I miei primi tre romanzi parlavano di madri. Il mio quarto romanzo, LUCKY BABY, sarà una storia magico-realistica di donne e tratta di una coppia che adotta un bambino cinese. Per il futuro credo che continuerò con il realismo magico, proverò con il fantasy e addirittura un po’ di steampunk!
Che altro lavoro hai collegato al mondo della scrittura per guadagnarti da vivere, oltre a scrivere libri, racconti ecc?Sono un editore freelance, sia per scrittori autonomic he per case editrici.
Che cosa ti ha spinto a intraprendere un altro lavoro legato al mondo editoriale oltre alla scrittura dei tuoi romanzi?
Gli anticipi per i libri e i diritti vengono accreditati solo una o due volte all’anno (quando succede!). Avevo bisogno di qualcosa che garantisse delle entrate più regolari. Inoltre, come autore semi-sconosciuto, le mie entrate erano piuttosto limitate. Il lavoro di editing aiuta, specialmente quando non scrivo, come ora.
Come sei entrata in questo campo?
Ho iniziato come critica per alcuni amici che avevano pubblicato delle opere, prima di pubblicare io stessa. Si sono accorti di un talento per l’editing che io non avevo riconosciuto e mi hanno incoraggiato spingendomi a intraprenderlo in modo professionale. Attraverso molte critiche e un bel po’ di studio sulla scrittura, ho migliorato le mie abilità e sono ufficialmente entrata nel mercato nel 2006.
Hai qualche consiglio per altri scrittori che vogliono rimanere nel mondo della scrittura ma che al momento non guadagnano abbastanza per pagare le bollette con la sola letteratura?
Penso che la maggioranza degli scrittori si trovi in una situazione del genere, davvero. Pochi di noi guadagnano abbastanza per fare della scrittura un lavoro a tempo pieno, anche se ci piacerebbe. Ma la pressione di scrivere in velocità o di pubblicare abbastanza libri per arrivare alla fine del mese può essere un danno per la creatività e le energie di uno scrittore – almeno questo vale per me. Il mio consiglio sarebbe di scrivere solo quello che riuscite a scrivere BENE – guardando alla qualità della storia e conservando la salute mentale. Se questo non rende abbastanza, allora trovate una seconda fonte di reddito. È meglio far così che rovinarsi la salute e la creatività con troppa tensione dovuta alle necessità finanziarie.
Cosa ti piace del tuo secondo lavoro?
L’editing mi aiuta con la mia scrittura perché devo pensare a cosa fa funzionare un pezzo o perché non funziona. Questo tipo di analisi continua rafforza le mie capacità di analisi come scrittore e mi piace. Mi piace inoltre la soddisfazione di vedere uno scrittore migliorare. Ho un cuore da insegnante e il momento dell’illuminazione è sempre una gioia. Mi piace inoltre vedere un libro che ho editato che viene pubblicato e che incontra l’apprezzamento del pubblico.
Pensi che l’avere una seconda entrata da un lavoro legato alla scrittura ma che non è propriamente scrittura aiuti la tua carriera letteraria oppure è un ostacolo?
A dire la verità, un po’ di entrambe le cose! Come ho detto prima, sono una scrittrice migliore perché faccio editing (anche se non posso fare l’editing del mio proprio lavoro nel migliore dei m odi). Ma cerco in continuazione di bilanciare tempo ed energie per l’editing e il tempo e le energie per la mia scrittura. È frustrante perché sembra che nessuno dei due lavori ottenga l’attenzione che dovrebbe avere. Ma ho imparato molto sulla gestione del mio tempo e su come trovare modi creativi per conservare entrambe le attività.
Se tu potessi guadagnarti da vivere con uno solo dei due lavori, quale sceglieresti?
Sicuramente la scrittura. L’editing è una cosa e lo faccio bene, ma sento di essere una scrittrice.
Con il nuovo mondo editoriale e la scelta di molti autori di ricorrere all’autopubblicazione, pensi che si apriranno nuove opportunità di entrate letterarie? Dove ti pare che ce ne sia bisogno in particolare, escludendo quello che stai già facendo?
Sono molto speranzosa nei riguardi del nuovo paradigma di pubblicazione. Si stanno sicuramente aprendo nuove opportunità per gli scrittori e per le attività di supporto. Nel mio lavoro di editing sono sempre stata restia a lavorare con gli scrittori che si autopubblicano perché sapevo che la distribuzione e il mercato non erano buoni per la fiction. Ma con la pubblicazione digitale cambia tutto e sto programmando un bel aggiornamento del mio sito per accogliere come clienti gli scrittori che si auto pubblicano. Sono molto entusiasta di questo cambiamento perché apre il mercato editoriale a nuovi scrittori e fornisce nuove storie ai lettori. Naturalmente penso che un ottimo editing sia importante per gli scrittori. Inoltre penso che ci sarà bisogno di molto personale con le capacità tecniche e grafiche per la formattazione e il design di belle copertine. Credo che ci sarà inoltre spazio per gente capace di trovare modi creativi ed efficace per promuovere i libri, perché molti scrittori non se la cavano in questo settore. (…)
Vorresti aggiungere qualcos’altro?
Credo che questo sia un periodo eccitante per essere scrittore. Credo inoltre che, considerando tutte le nuove opportunità che si stanno aprendo, sia più importante che mai scrivere nel modo più professionale possibile. Ho sempre ritenuto fortemente che gli scrittori dovrebbero programmare gli investimenti nel loro business – sia che si tratti di partecipare a conferenze, trovare un editore, lavorare con un pubblicista o un’assistente amministrativa ecc.– e penso che questo sarà ancora più

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Intervista allo scrittore Colin F. Barnes (Morgen Bailey)

Traduco dal sito della scrittrice Morgen Bailey:

MB: Raccontaci qualcosa di te e di come sei diventato scrittore.
CB: Sono un misantropo ma mi interessa la psicologia delle persone. La scrittura per me è un modo di esplorare come funzionano gli esseri umani senza dover interagire socialmente con loro. Ho iniziato a scrivere quando avevo 8 anni, trovavo più semplice esprimere il mio punto di vista sulla carta che con la parola. È così ancora oggi.
MB: Che genere scrivi di solito e hai mai considerato altri generi?
CB: Tutto il mio lavoro tende ad essere di genere dark (horror, thriller, fantascienza), ho provato a scrivere roba più leggera, ma non mi viene naturale e c’è qualcosa di davvero intrigante nell’esplorazione degli aspetti oscuri della vita.
MB: Sebbene le mie opere più lunghe siano leggere (romanzi chick- / lad-lit) spesso scrivo, e probabilmente è quello che mi piace di più, con la mia parte oscura. Che cosa hai pubblicato fino ad oggi? Quanta parte del marketing gestisci?
CB: Tre miei racconti brevi stanno per comparire in un’antologia che ho scritto in collaborazione con un autore americano (potrò dare maggiori dettagli quest’estate quanto sarà pubblicata).
MB: Sarebbe bello – I racconti brevi sono il mio primo amore, ripreso grazi al progetto http://storyaday.org che ho iniziato nel maggio 2011. Hai un agente? Pensi che siano necessari per il successo di un autore?
CB: Non ce l’ho ma punto a trovarne uno nel lungo periodo. Personalmente penso che siano molto utili, perché fanno da necessario tramite tra autore ed editore e (si spera) forniscono consigli per una carriera a lungo termine.
MB: Si dice che è più difficile fidalizzare un agente che un editore, ma che sicuramente ne vale la pena. I tuoi libri sono disponibili come eBooks? Se sì, qual è stata la tua esperienza con la procedura? Tu leggi eBooks?
CB: La mia antologia sarà un ebook. Leggo molti ebooks. Li leggo col mio iPhone, e il lettore eBook. Mi piace avere una vasta scelta di libri in un così piccolo spazio. Mi piacciono anche i veri libri però, e penso che ci sarà un futuro per entrambi i due media.
(…)
MB: Io e la scrittrice Jane Davis (http://www.jane-davis.co.uk) ne abbiamo parlato nell’episodio 25 dei miei consigli di scrittura (…). Hai mai ricevuto dei rifiuti? Se sì, come hai reagito?
CB: A bizzeffe. Non resto mai senza. È un rito di passaggio per ogni scrittore, si tratta solo di collezionarne tante finché non ricevi un sì.
MB: Si dice che “uno scrittore di successo è uno che non ha mai perso le speranze”. Stai lavorando a qualcosa in questo momento?
CB: Sto lavorando su diversi progetti. Ho appena terminato la prima bozza di un romanzo. Sto abbozzando la storia di un altro che diventerà parte del Clarion Writeathon, e intanto sto scrivendo una novella che autopubblicherò come eBook, e infine sto scrivendo un serial sul mio sito. Sono molto occupato.
MB: (…) Riesci a scrivere ogni giorno? Quant’è il tuo record di scrittura in una giornata?
CB: Butto sempre giù qualcosa di scritto ogni giorno. Di solito mi pongo l’obiettivo di 3000 ma a volte riesco a scriverne solo 500, dipende dal carico di lavoro (sto anche studiando per un diploma di inglese, e anche questo prende tempo). Ho dei picchi di scrittura nei miei giorni di riposo quando stilo la maggior parte dei miei lavori. Il mio record giornaliero è di 12.500 parole.
MB: 500 parole è comunque un buon risultato. 500 parole al giorno sono 3500 parole alla settimana, cioè 175.000 all’anno, un romanzo epico o due romanzi corposi da 90.000 parole l’uno. Ha battuto il mio record che è stato di 9.337 parole, che ho raggiunto con il http://nanowrimo.org a novembre del 2010 (l’ultimo giorno!). qual è la tua opinione sul blocco dello scrittore? Ne hai mai sofferto? Se sì, come lo curi?
CB: Non credo che esista. È solo una scusa per non scrivere. Se uno è bloccato è perché non ha chiaro in testa il sentiero da seguire oppure ha un problema che deve risolvere prima. Se mi succede, torno semplicemente indietro, penso a cosa ho sbagliato e ricomincio. O se proprio non ci riesco, cambio progetto. Penso davvero che non esista quella cosa chiamata blocco dello scrittore (o della musa), si tratta solo di sedersi e di lavorare, non importa su cosa.
MB: Sono d’accordo. Direi, se uno scrittore ha un blocco, tornaci dopo (sullo stesso lavoro o su qualcosa di diverso) e nel frattempo dimenticherai perché ti eri bloccato. Butti giù lo schema del tuo lavoro o semplicemente ti viene un’idea e inizi a lavoraci sopra?
CB: Per i progetti lunghi preparo uno schema. Per i racconti di solito costruisco la storia nella mia testa come una serie di scene e scrivo qualche nota prima di scriverla tutta. Per i romanzi e le novelle sono un ossessivo redattore di schemi. Mi piace sapere dove sto andando così posso regolare l’intensità.
MB: Hai dei lavori che secondo te non vedranno mai la luce?
CB: Centinaia. Alcuni non sono altro che degli abbozzi. Altri sono progetti che non saranno mai considerati come accettabili, e altri sono così personali che non li pubblicherò mai per paura che ne vada in mezzo la mia sicurezza personale.
MB: Mi piace, e mi ci ritrovo. Qual è l’alspetto della tua vita di scrittore che ti piace di più/di meno?
CB: Quello che mi piace di più riguarda la creazione di qualcosa dal nulla e vedere che il mio lavoro piace ad altri. Quello che mi piace di meno? Riguarda le difficoltà spesso insormontabili che bisogna superare per mandare in stampa il proprio lavoro.
MB: Portare a spasso il cane, i lavori di casa, il giardino, le e-mail… che consiglio daresti agli aspiranti scrittori?
CB: Stai zitto, siediti e scrivi.
MB: Cosa ti piace leggere?
CB: Molte cose. Mi piacciono le antologie di racconti, mi piacciono il vecchio HP Lovecraft e Clark Ashton Smith. Mi piace tutto quello che hanno scritto Ray Bradbury e Albert Camus. Ovviamente ci sono poi i soliti King e Melville – mi piacciono tutti I generi.
MB: Mi piace molto Lo Straniero di Albert Camus. Ci sono siti dedicati alla scrittura e/o libri che hai trovato utili e che vorresti consigliare?
CB: Non necessariamente, penso che ci siano troppi siti e libri che danno consigli (spesso sbagliati). L’unico che consiglierei è di Stephen King, ‘On Writing’.
MB: (…) In che paese vivi e pensi che questo sia un aiuto o un ostacolo per far conoscere il tuo lavoro alla gente?
CB: Vivo nel Regno Uniti. Non saprei dire se è un aiuto o un ostacolo. Penso che un mercato più piccolo potrebbe rendermi le cose più difficili, ma al giorno d’oggi siamo in un mercato globale – non saprei dire se ci sono particolari ostacoli.
MB: Sei presente in qualche social network? (…)
CB: Litopia (http://litopia.com/radio) e Twitter (http://twitter.com) – sono entrambi molto importanti per me. Molto importanti per il cameratismo ma anche per la critica che si scambia e la circolazione delle idée. Inoltre è stato tramite il social network che ho incontrato il mio editore per l’antologia di questa estate. È eccezionale far parte di una comunità senza essere oppressi dalle responsabilità sociali della vita reale (eccezionale per un misantropo).
MB: Dove possiamo leggere di te e del tuo lavoro?
CB: I posti migliore probabilmente sono il mio sito: http://www.colinfbarnes.com e il mio profilo twitter: http://twitter.com/colin_barnes.
MB: Vorresti aggiungere qualcos’altro?
CB: Grazie per l’opportunità, è stato divertente, mi piace leggere il tuo sito (…)
(…) Puoi trovarmi anche su Twitter (http://twitter.com/morgenwriteruk).

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Tre domande alla scrittrice americana Phyllis Zimbler Miller

Phyllis Zimbler Miller è un’ex sottotenente di vascello e autrice del romanzo MRS. LIEUTENANT. E’ inoltre co-autrice del romanzo in eBook LT. COMMANDER MOLLIE SANDERS, del libro sulle festività ebraiche SEASONS FOR CELEBRATION, e di FOUR COMEDY SCREENPLAYS.

Phyllis è co-fondatrice dell’azienda http://www.MillerMosaicLLC.com che si occupa di marketing per i social media, e vive a Los Angeles.

Grazie Phyllis per averci concesso un po’ del tuo tempo, ed ecco qui le tre domande!

– Sei una donna. La tua vita di scrittrice sarebbe stata diversa se fossi nata uomo?

Non credo che la mia vita di scrittrice sarebbe stata diversa se fossi nata uomo. Ma diventare scrittrice oggi nell’era degli ebook è un meraviglioso vantaggio per gli scrittori esordienti — o per gli scrittori più anziani che abbracciano queste nuove tecnologie. Inoltre, l’essere in grado di promuovere i propri libri tramite website, social media ecc. è un’opportunità incredibile che non esisteva quando iniziai a scrivere. (I siti dei miei libri sono: http://www.MrsLieutenant.com e http://www.MollieSanders.com )

– Dal punto di vista della scrittura, è più difficile descrivere la felicità o l’infelicità?

Quando decisi di passare dalla professiona di giornalista a quella di scrittrice di fiction, fui costretta a imparare a scrivere in maniera completamente diversa. Partecipai a molti corsi, lessi molti libri e presi parte a gruppi di scrittura. Col tempo ho imparare che la base di una buona storia è il conflitto, cosa che non nasce se qualcuno è felice. So è meglio descrivere l’infelicità per far procedere una storia. Non so se sia più facile, so che è necessario.

– Leggi scrittori italiani, e se sì, quali?

L’unico scrittore italiano che ho letto è Umberto Eco. Ho letto ogni parola de “Il nome della Rosa”, sebbene a quel tempo non ne abbia capito una gran parte. Se dovessi leggere la storia oggi, ne capirei di più. Ma senza dubbio ho apprezzato l’incredibile lavoro che quel libro è stato. (E poi ho visto il film.)

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Intervista alla scrittrice Sonia Cardini

-Titolo e casa editrice del tuo romanzo:

Il coma di Lesley, edito da “Delbucchia editore”.

Hai la Moleskine e/o un quadernetto di appunti che ti porti sempre
dietro per scriverti idee e pensieri nei momenti più impensati?

1) Certo che sì! Mi porto dietro un’agendina dove mi appunto qualsiasi pensiero e titolo che mi possono servire da ispirazione. Molto spesso è proprio il titolo che mi esalta per una probabile storia.
– Hai mai partecipato a concorsi letterari? e se sì, ne hai mai vinti?

2) Ho partecipato ad un concorso di poesie della mia città, ma non ho vinto. Credo di non esserte portata per la poesia.
Cosa ne pensi di simili concorsi?

3) Che sono molto utili, e aprono le principali porte nel mondo dell’editoria. Ed è qui che si scoprono molti talenti.
– Sei abbonata e/o scrivi in riviste letterarie?

4) No nessuna, ma ho diversi blog su Style, GQ, ecc..
– Quale consiglio daresti a un aspirante scrittore con riguardo
specifico all’attività dello scrivere?

5) Non è una via facile quella dello scrittore; innanzitutto non possiamo definirci scrittori solo perché scriviamo tanto. Dobbiamo osare, avere fiducia in noi stessi e cercare di raccontare cose un po’ fuori dal comune. Mi spiego meglio, io personalmente adoro narrare storie che sono al limite della razionalità, perché ricordate sempre che quello che la gente non vuole nella realtà, lo cerca nei libri!
– E che consigli per farsi pubblicare? Come si riesce a trovare un
editore? hai dovuto faticare molto?

6) Eh! Pubblicare non è difficile… ci sono parecchie case editrici che facendoti sborsare un po’ di soldi ti pubblicano un libro! Personalmente ritengo che sia una strada poco credibile, perché vendersi il proprio romanzo a quattro amici e le restanti copie rimangono in un cassetto chiuso, non è una delle idee migliori. Bisogna scegliere bene a quale editore inviare il proprio manoscritto. Ad esempio; è inutile inviare un romanzo rosa ad una casa editrice che pubblica solo gialli! Ci rendiamo ridicoli e controproducenti. Io ho faticato, non tanto nel trovare un’editore, ma più col romanzo in se stesso. Ci sono stata dietro ben 4 anni, e ancora non lo ritengo perfetto (la perfezione non esiste), poi l’ho inviato all’editore che trattava il genere che ho scritto; gli è piaciuto e mi fatto la proposta del contratto.
– A quante riletture e revisioni hai sottoposto il tuo romanzo?

7) Eh! Parecchie! All’inizio l’ho fatto leggere a diversi amici, poi a mente fresca l’ho riletto pure io, poi il mio agente ed infine l’editore.
– Come è stato il tuo rapporto con la casa editrice e con l’editor?

8) Ottimo. Credo che questa sia una cosa molto importante, cercare di avere un rapporto di collaborazione e creatività. Cerchiamo di venirci incontro per ottenere sempre i migliori risultati.
– Lettura e scrittura: quanto sono correlati?

9) Direi parecchio. Io leggo da venti a trenta libri l’anno, non sono molti ma mi hanno certamente aiutato a scrivere meglio e soprattutto a farmi un’idea del genere che avrei voluto narrare. Insomma, adoro di gran lunga i noir e i thriller, e ovviamente scrivo quei generi.
– Quanto scrivi durante il giorno? tutti i giorni? Hai un altro lavoro?
Se sì, come fai a conciliare le due attività?

10) Normalmente quando sono in preparazione di un romanzo scrivo dalle 4 alle 6 ore al giorno, prevalentemente di pomeriggio fino alla sera tardi, a volte la notte. Lavorando di mattina, fortunatamente, riesco ad organizzarmi abbastanza bene.

La tua famiglia: come hanno reagito alla notizia che volevi scrivere?

11) Scrivo dall’età di 13 anni, mi hanno sempre visto davanti alla macchina da scrivere e in seguito al computer. Ne sono felici, mio padre era il mio più grande fan.
– Conosci altri scrittori? frequenti ambienti di “artisti”?

Conosco alcuni noti giornalisti e qualche scrittore, ma non frequento molti ambienti, uno perché sono un tipo un po’ riservato, secondo, soprattutto in questo periodo, per mancanza di tempo.

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Intervista allo scrittore Joe Santangelo (seconda parte)

In una delle tue interviste, dici che il riscatto avviene tramite la consapevolezza. L’arte – e dunque la letteratura – può essere una forma di consapevolezza. Ne conosci altre?

Attualmente sono in fase di formulazione di un plot molto complesso, ma la storia che ho intenzione di raccontare è semplice, diretta: quello che abbiamo di fronte non è un “mondo reale”, ma immaginario. Il personaggio principale di “The UNREAL” farà un percorso molto particolare per conseguire uno stato di consapevolezza (autocoscienza) che lo porterà alla liberazione dall’irrealtà. È un uomo che deve riscattarsi dalla propria condizione, e l’unico modo per farlo è quello di assurgere a uno stato superiore di consapevolezza. Egli impara a conoscere, a conoscersi: è l’unico strumento per liberarsi dall’inganno. È quello che penso: l’unico modo per diventare consapevoli è l’attenzione, l’osservazione di sé, uno stato di tensione continua. Il riscatto – quando privo di questa sostanza – è destinato a essere sconfitto dal tempo, è un fuoco fatuo. Non c’è riscatto senza consapevolezza, come non c’è trasformazione senza l’assunzione della responsabilità. Ogni attività, se praticata con attenzione, con coscienza e coerenza, è un’arte e può condurci a un salto di livello. Non è un caso che anche nelle tradizioni orientali – Buddismo Zen, Induismo, Shintoismo, Confucianesimo – nelle quali il momento del conseguimento dell’illuminazione è preponderante rispetto all’approccio fideistico ALTO/BASSO, il saggio è spesso rappresentato sotto le spoglie di un artigiano, di un pescatore, di un mercante. È – propriamente – l’uomo della strada. Non ci trovi lo scienziato o il filosofo, perché sono troppo distanti dal sentire comune. La consapevolezza va cercata nel vivere comune.

Qual è il tuo sistema di scrittura? Prima bozza, revisioni, tempi, fisime…

Ho una mente analitica, matematica, e questo aiuta parecchio quando devi tramare storie noir, perché l’architettura narrativa è necessariamente chiusa e la soluzione deve scaturire come l’incognita di un algoritmo, senza sorprese: non sarebbe serio, non sarebbe onesto. Dunque penso molto, rifletto, notte e giorno: rifletto su un’idea. Questa idea deve rispondere esaurientemente a una domanda precisa: COSA VOGLIO RAPPRESENTARE in questo Romanzo? Mi sforzo di cercare una risposta, mi sforzo per giorni, settimane. A un certo punto cominciano ad arrivarmi immagini, personaggi, ma soprattutto un titolo. Il titolo è il primo elemento del mio lavoro. Arriva per primo. Ci ragiono un po’, mi dedico esclusivamente al titolo, diventa una fissazione. Lo devo amare, lo devo sentire internamente, fino a quando non comincia ad assumere una fisionomia propria: è come se – mentalmente – il libro esistesse già e fosse posizionato sulla mia libreria. C’è già, esiste fisicamente: è lì, ne sono certo. Con il titolo nella testa comincio a costruire una trama. Il tema che voglio affrontare diventa l’elemento principale: tutto ciò che costruirò attorno gli sarà funzionale: questa chiarezza mi aiuta a non perdere la strada e a non diventare vittima degli eventi, dei personaggi. Cominciano i viaggi di lavoro, gli allenamenti, le notti insonni. È la fase più creativa: scrivo materialmente il romanzo nella mia testa. Decido trama e scaletta, definisco i personaggi, fin nei dettagli più spinti, il tono di voce, la cifra narrativa, le relazioni tra i personaggi principali. Successivamente comincio la fase di attacco/difesa: essenzialmente mi domando se non sia possibile affrontare una determinata parte (scena, capitolo, evento) in un modo diverso, con personaggi differenti, più o meno numerosi, più o meno invadenti. Raggiungo un primo compromesso e lo rimetto alla prova. Molto spesso – durante questa fase – mi capita di raccontare alcune scene del Romanzo a mia figlia, prima di addormentarsi, sottoforma di storia/favola. Capisco se può funzionare, se è pesante, se è di troppo. Arrivo – finalmente – a una versione ultimativa del romanzo. Il romanzo è stato già scritto: nomi, cognomi, caratteristiche, azioni, intere frasi sono state scritte nella mia mente, ripetute mentalmente prima di addormentarmi. C’è una piccolo particolare: non ho ancora messo mano al computer e non lo farò fino a quando potrò farne a meno. Mi avvicino al PC con le idee fin troppo chiare: il libro è già stato scritto, quasi interamente: devo solo ricordarmelo. Evidentemente tantissimo verrà trasformato della traccia originaria, ma l’idea di possedere la storia mi permette di vincere – in ogni sessione di scrittura – la sensazione di essere schiacciato dalle centinaia di pagine ancora da scrivere. La fase della prima stesura è rigorosamente contingentata e dura non più di 14/17 settimane. Mi impegno a restare sul pezzo giorno e notte, perché dalla quantità nascerà la qualità, e quando sarà stata superata una determinata soglia (di attenzione, di concentrazione, di “conoscenza” della mia storia) la qualità (la testa, la mano, la penna) potrà generare la quantità (le pagine). Quando termina la prima bozza è il momento di prendersi un mesetto di pausa. Festeggio bevendo un calice di vino rosso e consegno i fogli impilati al mio primo e miglior consulente di sempre: mia moglie Francesca. Tra l’idea e la stampa trascorrono mediamente 16/18 mesi. Per SHOOT ME! Mi ci sono voluti tre anni, ma quello è un caso limite. Non deve succedere che un Romanzo arrivi in libreria e che non sia già impegnato sull’idea successiva: sarebbe terribile!

Hai ricevuto dei rifiuti dalle case editrici, e se sì, come hai reagito?

Non credo nella fortuna, dunque non credo nella sfortuna. Credo nella legge della corrispondenza. Ho deciso di scrivere il mio primo Romanzo per gioco, e ho deciso di scartarlo perché poco convincente e troppo autobiografico. Dunque mi sono autocensurato. L’esperienza è stata meravigliosa, talmente forte da costringermi a riflettere sul mio futuro. Ho sacrificato tutti i miei fine settimana, per un anno intero. Spesso ho dedicato intere nottate alla scrittura, così ho portato a termine il mio primo Romanzo edito: ROCKILLER, la cui prima stesura diceva “600 pagine”. Ho studiato criminologia, per rendere credibili certe parti tecniche e investigative; ho frequentato un paio di carceri grazie all’aiuto di alcuni amici avvocati, perché volevo respirare la stessa aria che avrebbero respirato i miei protagonisti; ho ascoltato le musiche di cui si parla nel Romanzo, per un anno: testi, arrangiamenti, biografie di dettaglio; ho interrogato un amico medico, perché volevo saperne di più sulla medicina legale, il riconoscimento dei corpi. Il mio primo e unico Editore mi ha proposto la pubblicazione quasi immediatamente, ma mi ha opzionato per i successivi quattro Romanzi. Eccomi qui: adesso sono di nuovo libero! The UNREAL, al quale sto lavorando, uscirà ragionevolmente nel 2012, ma non so ancora per quale editore. Ci sto lavorando come se dovessi girare un film. Sto studiando molto: fisica quantistica, matematica, cosmologia, etologia. Ti assicuro: è un’esperienza meravigliosa, la fase di studio è un periodo in cui tutto può accadere. Ho scritto molto a penna. Plot, schemi logici, flashback, flashforward, profili dei personaggi. Mia figlia Eva sbircia le pagine e mi fa domande. Io le rispondo “Vedremo!” e le mi dice “Certo: me lo racconti stasera?”. È dura sacrificare un momento con tua figlia per scrivere tre pagine del tuo prossimo Romanzo!

Ti intendi di arti marziali, letteratura e filosofia, dunque non posso non ricordare uno scrittore che anche tu spesso nomini: Mishima. Emblema dell’onore spinto fino al sacrificio supremo, forse (sottolineo: forse) l’ultimo samurai moderno che si suicida (un vero e proprio seppuku) in diretta TV dopo aver incitato i giovani giapponesi a riprendere in mano il destino della loro patria. Ma anche cultore della bellezza, misticamente legata alla morte (sto pensando al suo libro “Il padiglione d’oro” e a molte altre sue opere) e della tradizione. Insomma, nessuna scissione tra vita e arte. E per te, l’arte cos’è?

L’arte è “il metodo”. Qualunque tipo di disciplina può assurgere al rango di arte, e dunque accogliere in sé l’uomo appassionato che – nella ripetizione – affina i propri strumenti e costruisce un mondo, una dimensione, interpretando la propria visione. Le dottrine marziali sono “arti” quando vengono rappresentate da un praticante che sia riuscito a liberarsi dall’equivoco della violenza, del conflitto, quando l’uomo comprende che può esistere una “vittoria in assenza di conflitto” (il ‘vincere senza combattere’ di cui parlo ne “Il Calligrafo”). Diversamente le dottrine marziali devono essere ricondotte al rango di mere discipline del corpo, rispettabili quanto lo sono il fitness o la cultura fisica, ma altrettanto banali. La letteratura diventa Arte quando l’autore – creatore, ma strumento stesso attraverso cui si rivela la creazione – riproduce una novità, nelle forme, nei contenuti, nei toni. Diversamente la letteratura resta esercizio lessicale, arido, autoreferenziale. La vita diventa arte quando è vissuta con consapevolezza, ma questo richiede un immane lavoro su sé stessi, continuo, feroce, radicale. Bisogna convincersi di essere pienamente responsabili della propria esistenza, senza eccezioni, senza attenuanti: è il primo passo verso la costruzione di una realtà “desiderata”, verso il perseguimento di un sogno reale. Ricordarmi questa verità: è questa la mia forma di arte. Nei momenti di tale consapevolezza – ancora troppo rari – può accadere qualunque cosa. Non fidatevi di quello che dico: sperimentatelo sulla vostra pelle!

Nelle arti marziali le regole, all’inizio, vengono vissute dai neofiti come legacci di cui non si capisce bene il fine. Solo chi raggiunge i livelli più alti dell’arte marziale capisce che, attraverso le regole, si raggiunge la vera libertà di espressione fisica e, di conseguenza, mentale. Tu sei un campione di kickboxing a livello nazionale ed europeo, dunque avrai già provato questa forma di libertà “marziale”. Ma… nella scrittura?

Ho abbandonato l’agonismo dopo aver vinto il titolo europeo PRO nel 1997. Ci ero andato vicino per due volte (1992/1995), ma ho perso in finale. Ho continuato a praticare, con umiltà. Dovevo risolvermi. Quando sei vicino alla meta, quando ci sei andato vicino più volte, quando appari sui giornali e hai anche il tuo piccolo seguito di tifosi, tendi a dimenticare. Da dove sei partito, cosa ti ha spinto a praticare, ma soprattutto “cosa devi fare”. La “regola” – nelle dottrine marziali – può essere sintetizzata come segue: il movimento tecnico richiesto dalla specifica situazione contingente. Ce ne sono molti, tanti quante sono le circostante situazionali di un confronto tra due atleti. Quando dimentichi questi elementi essenziali – o quando non li hai ancora compresi del tutto – la vanità si impossessa di te, prevale sul raziocinio, sulla strategia, diventa il tuo padrone, pensi di poter “decidere” cosa fare, ma la decisione è pur sempre una caduta (LAT: cadere: cado, cadis, cecidi casum CADERE) e la vittoria è sempre in bilico. Un uomo serio non decide. Un uomo serio obbedisce al proprio sogno. Il campione – diversamente – è quell’atleta che sa “piegarsi” alla propria arte, scevro da desideri, dalla necessità di apparire. Stravincere significa perdere, spesso è controproducente. Vincere significa “perdere”, significa perdere un po’ di sé stessi, della propria individualità. Vincere significa “vincere sé stessi”, in definitiva. La scrittura – quando riesce a trasformarsi in arte – richiede lo stesso sacrificio di sé. È falso affermare che uno scrittore è un libero creatore. Una volta definito il tema, i contenuti, il tono di voce, la trama, i personaggi, lo scrittore si ritrova di fronte a una pagina bianca: in quel momento ha ancora un universo di fronte, ma quando avrà scritto la prima parola… Quando avrà scritto “quella” parola, allora l’universo è già diventato un mondo. Dopo la prima pagina il mondo si né trasformato in continente, poi in paese, in regione, in città. Quanto più si procede – nella scrittura – tanto più si assottigliano le possibilità: la storia – in definitiva – si scrive da sola e può essere scritta SOLO in quel modo, date le premesse. Il Romanzo non esiste, esiste una storia che si racconta. La realtà non esiste: è solo il condensato dell’idea di chi la sta vivendo. L’abilità dello scrittore non è quella di escogitare trame complesse e tenere alta l’attenzione fino in fondo, ma quella di scegliere – tra le infinite possibilità – la combinazione più elegante, lo sviluppo più gradevole, il tono più confacente alla propria idea. Le regole sono quelle del vivere, sottratte della vanità, dell’orgasmo di apparire, dell’urgenza dell’eiaculazione linguistica: “Questa riflessione ha un senso? Questo personaggio mi rassomiglia troppo? Questa reazione è proporzionata/credibile? È tutto chiaro? Posso trasformare qualcosa e rendere tutto più vero?”.

Nel corso di queste interviste mi accorgo sempre più di come gli scrittori italiani, anche i più affermati, siano poco conosciuti all’estero. Cosa consigli (o cosa hai intenzione di fare tu con i tuoi libri) per contrastare questa tendenza?

Potrei risponderti in modo molto convincente, esaustivo, competente. Ho una laurea in economia e mi occupo di Marketing e Direzione Commerciale. Coltivo il sogno di fare lo scrittore, dunque i miei problemi sono connessi al miglioramento del mio prodotto, a vincere la mia naturale ritrosia alle revisioni, a cogliere le idee e le intuizioni che mi svolazzano attorno, perché se non le fermo ORA, fuggiranno via e non riuscirò a ricordarmele.

È qualcosa di meravigliosamente appagante.

Io sono uno scrittore, e non un Manager.

Il Manager è “le scorie” di cui abbiamo parlato, e le scorie non hanno voce.

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Intervista allo scrittore Joe Santangelo (prima parte)

Per scrivere “Shoot Me!” sei entrato sia nella testa di Chapman, l’assassino, che in quella di Lennon, la vittima. Entrambi hanno avuto infanzie difficili. Il primo cercò di diventare qualcuno perché non sapeva chi era; il secondo, pur avendo una forte personalità, cercò sempre di mettersi alla prova, e di tentare nuove strade. Due tipi differenti di ricerca, oppure la stessa ricerca solo con risultati opposti?

Uno degli aspetti che più amo della scrittura é certamente quello dell’immedesimazione. Richiede tempo, impegno e passione, intesa nel senso stretto del termine. Per essere credibile un personaggio non deve poter scegliere i propri comportamenti, il linguaggio, le reazioni, le percezioni. Una volta costruito il character, l’autore – la cui voce fioca si riesce ancora a percepire attraverso il narratore – dovrebbe farsi da parte, scomparire per sempre. Il valore della sua presenza é nell’assenza. Il personaggio – a esclusione dei gregari, funzionali allo sviluppo della trama e degli eventi – non deve poter scegliere, nel senso che poste certe condizioni di partenza – sesso, vissuto emotivo, etá, nazionalitá, sfondo culturale, attitudine alla socialitá, categoria professionale di appartenenza, relazioni e fisionomia – e posto di fronte a un conflitto, a una scelta, si comporterà esattamente nel modo in cui ci si aspetta che faccia, perché è questo che accade alle persone comuni. Egli ridiventa – fatalmente – uno di noi, ed é questo aspetto che trattiene il lettore in quella ‘sospensione dell’incredulità’che lo costringe a voltare la pagina. Con questo non voglio intendere che l’uomo NON PUÓ SCEGLIERE in senso stretto, perché questa affermazione confuterebbe il senso di ciascuno dei miei Romanzi e della mia stessa filosofia di vita. L’uomo sceglie sempre, quotidianamente, ma le decisioni importanti – quelle che hanno il potere costruttivo di trasformare la propria esistenza – passano attraverso un percorso, una consapevolezza: l’assunzione di una responsabilità, e questo avviene poche volte nella vita, una volta sola all’interno di un romanzo. Immedesimarsi in Chapman e in Lennon – pertanto – ha richiesto un lavoro emotivo estenuante. Quando scrivo in prima persona – inoltre – io SONO quel personaggio, lo sono in una recita personale, psicologica, lo porto nella mente anche quando vado a dormire: i miei ultimi pensieri sono SEMPRE per il personaggio che ho lasciato nel PC, qualche ora prima. É lì che mi aspetta, spesso in una posizione scomoda e non voglio fargli perdere troppo tempo. Essere Chapman è stato complicato. Lo confesso: mi ha portato spesso al trasalimento. Nel Romanzo é entrata la metà di quello che avevo scritto su Chapman – motivi editoriali – e ti assicuro che ho dovuto sacrificare parti velenose, quasi sataniche, a beneficio di una scorrevolezza che comunque stenta, nella prima parte, perché lo stridore tra i due personaggi principali è chiaro al lettore, immediatamente. Caino ha ucciso Abele: è fatto noto. É il motivo per cui ho scelto di partire con Chapman: ho costretto il lettore a conoscere il carnefice: chissà che non avrebbe scelto di fermarsi a metà libro, in una situazione diversa. Essere Lennon è stato altrettanto difficile, per certi versi quasi penoso. Mi ha commosso, troppe volte, mi ha portato al pianto, per tre volte complessivamente. Uno dei motivi che mi hanno paralizzato – spesso – è stata l’inaccettabilità della morte di un uomo che aveva una chiarezza di pensiero che ancora mi sforzo di rintracciare in altri grandi personaggi, quel senso di responsabilità totale, individuale che lo ha portato a controbattere sempre, colpo su colpo, ogni qualvolta fosse attaccato in modo superficiale. Invito il lettore ad analizzare alcune delle trascrizioni delle ultime interviste rilasciate da Lennon: troverà ogni spaccatura, ogni ferita non cicatrizzata, ogni presagio di ciò che accadrà.

Nella premessa al tuo terzo thriller “Il calligrafo”, uscito nel 2007, ti chiedi quanto saremmo migliori se riuscissimo a vivere dopo aver ucciso la propria esistenza fisica, i desideri, i capricci, le velleità. Domanda provocatoria: scrivere libri non è un desiderio, un capriccio, una velleità?

L’uomo non desidera, l’uomo non sceglie. L’uomo OBBBEDISCE a una propria visione del mondo e consegna un nome ai propri comportamenti in modo tale che quel mondo – quello che gli appare davanti, ogni giorno – sia intellegibile, comprensibile. L’uomo pensa di trasformare la realtà con le parole. Il nostro modo di vivere, la somma dei pensieri e delle azioni è la nostra religione. Nessuno può fare qualcosa di diverso da quella che già fa: c’è un equilibrio matematico, in questo. Ciascuno alimenta il proprio sogno. Quello che ci appare davanti – quello che noi chiamiamo realtà – non è nulla se non la condensazione di un pensiero, forte, fortissimo, che costruisce il mondo esterno. Questo pensiero è il nostro sogno, il nostro obiettivo. Scrivere – per me – è essere. Io uso la scrittura per fare chiarezza. La neurolinguistica e la filosofia e la logica dell’antica Grecia insegnano che l’utilizzo appropriato della scrittura sottende una logica, ne è l’equivalente ANTE OPERAM. Scrivo per conoscere meglio me stesso, ciò che considero IL MONDO, per fare chiarezza, appunto. La chiarezza porterà a un bivio, sempre. Lì l’uomo sceglie consapevolmente e pone le basi per una “variante” all’impalcatura iniziale. Ogni volta che termino un romanzo sono una persona diversa. Dunque scrivo per crescere.

Nei tuoi primi tre libri, “Rockiller” (2005), “Verba manent” (2006) e “Il calligrafo” (2007) i serial killer sono personaggi a tutto tondo, lontani da logiche manichee, che tolgono la vita ma allo stesso tempo incarnano dei valori che, nella società post-industriale, stanno cadendo nel dimenticatoio; i loro bersagli diventano scopi di vita (spettacolarizzazione, mode, ignavia, irresponsabilità, mass media…). Ti ritieni uno scrittore “impegnato”?

Cosa significa ‘impegnato’? Ogni uomo, su questa terra, é un uomo impegnato. C’é chi si impegna in una professione, chi puramente nel sopravvivere. La materializzazione di questo impegno – intesa nel senso più ampio – é ciò che comunemente chiamiamo VITA. Chiunque è impegnato in qualcosa: è l’oggetto dell’impegno che distingue i livelli dell’essere di un uomo. Personalmente ritengo che ogni uomo dovrebbe parlare soltanto di ciò che conosce profondamente, che – ove possibile e appropriato – un uomo è legittimato a esprimere giudizi soltanto su argomenti e questioni di cui ha avuto esperienza diretta. La rabbia che porta un uomo qualunque a commettere un omicidio (killer/serial-killer) è una prerogativa dell’uomo comune. Chiunque di noi ha avuto voglia di essere profondamente violento, di arrecare dolore, ma pochi di noi hanno scelto di compiere un delitto, perché fortunatamente torna il senno, la ragionevolezza o la preoccupazione per le conseguenze. È notorio che il folle è colui che “trascura” di pensare alle conseguenze dei suoi atti, semplicemente il suo sistema emotivo prevale su quello razionale. Bene: è qui che accade la magia! Un autore che voglia essere credibile, godibile, un autore “onesto” dev’essere in grado di ripescare quella emozione nel magma dei propri ricordi, di esasperarne le conseguenze potenziali, di “sperimentare” la commissione di un omicidio senza averlo compiuto nel mondo dell’esperienza. La rappresentazione di altre emozioni è più alla portata: amore, odio, paura, dubbio. Il resto è molto semplice; la filosofia, la musica, la comunicazione, il percorso interiore: nei miei Romanzi parlo di questo perché è questo che conosco, che amo. Il valore più alto – anche nella scrittura – è l’onestà, onestà dei confronti di se stessi, e di conseguenza nei confronti degli altri. No, non mi ritengo uno “scrittore impegnato”, mi ritengo – piuttosto – un uomo che si sforza di affrontare ogni cosa con il giusto impegno, dunque anche l’esperienza della scrittura.

Tu parli di scrittura come mezzo per pulire le scorie che si sono depositate sul modo di pensare e di vivere il quotidiano: questa definizione mi ricorda Bergson, secondo il quale l’arte deve sollevare il velo che si è interposto tra noi e la natura, velo offuscante ma necessario per la nostra vita in società; ma anche Lennon cercava di svelare qualcosa del mondo in cui viveva. Parlaci delle tue “scorie”.

Per un buon settanta per cento delle mie giornate io recito la mia funzione professionale, invidiata, privilegiata, ma poco amata, lo confesso. Sono un Manager, ecco. Eppure io non ho mai sopportato la compostezza dei grandi uomini d’affari. Sono troppo identificati con la loro cravatta grigio-metallizzato e con la solennità dei gesti più banali, e quando chiudono un affare – lo so – raggiungono segretamente l’orgasmo. Lo ammetto: sono insofferente all’abito impettito, al viso sbarbato, alle settimane stracolme d’impegni, ai capelli sempre in ordine, alle posizioni perentorie, ai discorsi seriosi. Si diventa noiosi, soli, cade la vista, cresce la gobba. Per questo motivo non mi sopporto, perché io – per metà – sono uno di loro. L’altra metà – la parte residua – scalpita e reclama diritti. Farnetica, vuole dire tutto. Spesso, quando non si mette propriamente nei guai, è comunque imbarazzante. È viva e vivace. Torna a casa, ogni sera, spegne l’auto e assume il comando. Abbandona il linguaggio diurno e ogni suo astruso paradigma e si scopre com’è e solo allora comincia il divertimento. Quando proprio non riesco a contenerla devo inventarmi qualcosa di rapido. Allora prendo una penna e della carta e le poggio su un tavolo e indico con il pollice. La vedo. Lei si avvicina, si rannicchia e comincia a scrivere. E un’ora dopo è ancora lì dove l’ho lasciata. Potrebbe andare a ballare, a bere una birra con un amico, a passeggiare per il centro storico della città. Ma è ancora lì che scrive e ci resterà ancora per un bel po’.

È così che nascono i romanzi. Non sono io a scriverli, ma l’uomo dall’altra parte dello specchio. Io lo so, sta già accadendo. Sto diventando meno rigoroso. Più accomodante, luminoso. È la mia seconda metà che cerca di prendere il sopravvento, ma io non sono spaventato. Qui non c’è sete di vendetta. Qui c’è sete di vita.

Alle mie scorie si arriva per sottrazione.

Pensieri pesanti, ma illusori.

Allucinazioni.

Ne parlo in SWITCH, attualmente in fase di editing.

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