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Coral Glynn (Peter Cameron) @Adelphi

Coral Glynn è un’infermiera privata che va ad assistere una anziana malata terminale in una villa. Là c’è il figlio, reduce di guerra col corpo sfigurato.

Quando la donna muore, lui le chiede di sposarlo.

Lei è una timida cronica, lui non è più abituato a trattare con la gente e fa gaffes a non finire (come quella di offrirle, come talamo nuziale, il letto in cui è morta la madre).

La coppia parte male fin dall’inizio, sembrano caduti in una cosa più grande di loro al solo scopo di non vivere nella solitudine tutta la vita.

A ciò si aggiunge un barbaro omicidio nel bosco vicino: Coral viene coinvolta perché sapeva qualcosa ma non ha parlato subito.

Il maggiore ha un amico di lunga data, con cui ha avuto una storia.

Ecco gli elementi base di questo romanzo, e tutti ruotano attorno a una spaventosa incomunicabilità.

Eppure, alla fine, si arriverà ad una specie di chiusura felice…

Una lettura piacevole per l’isolamento fiduciario, anzi, forse proprio adatta: si vive l’uno accanto all’altro e non ci si conosce.

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Dopo la fuga (Ilija Trojanow)

Glottologia per progrediti: il contrario di intronarsi è estraniarsi; il contrario di molteplicità è pochezza.

Radicato nell’utopia. Finalmente a casa.

I più vivono nel multilinguismo anche quando agiscono da monolingue. Gli universali sognati in passato appartengono al vocabolario globale. Promessa per l’uno, minaccia per l’altro.

Come potete dedurre dai tre passaggi qui sopra riportati, ho avuto le mie difficoltà a cogliere il succo della raccolta di pensieri e aforismi di Trojanow.

Nonostante l’attualità del tema (la fuga dal proprio paese di origine) e le notevoli capacità letterarie dell’autore, non sono riuscita ad entrare in sintonia col testo, sebbene molti stralci fossero poetici e densi di significato. Come questi, ad esempio:

Il ritorno in patria costituisce il più forte shock culturale possibile.

Quando il matrimonio fra persone del posto e stranieri fallisce, se ne dà la colpa alla differenza: differenza fra due culture, due tradizioni, due essenze che non sarebbero fra loro conciliabili. Se invece naufraga il matrimonio fra due del posto, allora dipende dalla differenza fra due individui.

Prima della fuga sapeva perché era infelice.

In un sistema di disumanità, la violazione delle leggi è un principio umano.

Durante la fuga un collettivo, dopo la fuga un individuo.

Forse non è il mio periodo di lettura di testi impegnati poetici/filosofici, ma se cercate un volumetto breve e denso per riflettere sulla situazione del profugo al di là delle banalità televisive e da bar, questo è il libro giusto.

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La storia di un matrimonio -Andrew Sean Greer @agreer @AdelphiEdizioni

Come faccio a parlarvi di questo libro senza spoilerare?

Eppure, non devo farlo assolutamente, altrimenti vi rovino il gran piacere della lettura.

Ambientazione: Stati Uniti, 1953.

La guerra è ancora calda nei ricordi della gente. Attraverso il romanzo scopriamo un sacco di piccole chicche storiche. Il dollaro del soldato ne è un esempio: prima di essere mandati in Alaska e poi a Pearl Harbor, i soldati di un’intera divisione firmavano i biglietti da un dollaro per andare infine a spenderli al bar. Un modo per essere ricordati.

E poi, i camion carichi di uomini che giravano per le strade con lo scopo di verniciare di marrone i lampioni… ma solo da un lato, la metà ad ovest, affinché gli aerei giapponesi, arrivando dal loro paese, non ne vedessero le luci.

La vernice, invece, è gialla per segnalare le case dei renitenti alla leva. Come è gialla la fascia che devono portare gli obiettori di coscienza, così disprezzati da essere mandati in “campi di lavoro”, ma anche da essere sottoposti ad esperimenti scientifici “volontari” (come essere ridotti alla fame, per esempio…).

Nel 1953 la caccia alle streghe è al massimo fulgore: il sospetto impera ovunque. Contro i neri, contro gli ebrei, contro i giapponesi, contro gli omosessuali.

In questo clima di paura compressa, Greer ci racconta la storia di Pearlie, di suo marito, del suo malato figlio, e dell’uomo che viene dal passato per reclamare un amore di cui lei era all’oscuro.

Il matrimonio di Pearlie viene investito da tutti i mali degli anni cinquanta Statunitensi.

Ragazzi, non posso dirvi di più, tranne che, oltre all’affascinante storia, in questo libro trovate decine di piccole verità che superano ogni spazio e ogni tempo.

Leggetelo!

Cinque stelline su cinque!

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Conoscere una donna – Amos Oz

Dunque, dunque, dunque…

Se dovessi limitarmi alla trama, sarebbe questa: Yoel, che lavora nei servizi segreti, perde la moglie per un incidente, e fatica a riprendersi.

253 pagine così.

In realtà il mestiere di Amoz Oz va sempre al di là degli accadimenti esteriori. Il suo è un continuo scandaglio interiore, in questo caso, sui dubbi (lievi) di Yoel circa il rapporto tra la moglie e il vicino di casa che è morto nello stesso incidente, e sui suoi tentennamenti per avvicinarsi alla figlia Neta, che soffre di epilessia (forse).

Tutto è sfumato: i sentimenti, i dialoghi, il lavoro, il rapporto coi vicini.

I dialoghi non hanno né capo né coda: non seguono un filo logico di domande e risposte, si interrompono, svicolano, sbandano con argomenti che non c’entrano nulla con la questione iniziale. E alla fine, il nodo centrale resta intatto: sono dialoghi che non “risolvono” né consolano.

Il lavoro di Yoel – che lui abbandona per seguire meglio la figlia, dice (ma è vero? La segue, la figlia, in queste 253 pagine?) – ci resta oscuro: non ha nulla a che fare con l’idea cinematografica della spia israeliana. Ci scappa un morto, è vero, ma le circostanze non vengono mai chiarite.

Il rapporto coi vicini americani è quello più frustrante: sono fratello e sorella. Il fratello mette praticamente Yoel nel letto della sorella, e a volte, forse, assiste. La cosa non viene commentata, e se ci si chiede se c’è qualche amore o qualche tipo di sentimento tra lui e la donna, la questione viene buttata là, quasi fosse senza importanza, quasi come se la donna fosse una figura di carta, senza spessore. Yoel non si pone alcuna remora morale.

In tutta questa nebbia, Yoel si accorge che manca qualcosa. La cerca, a volte gli sembra di avvicinarsi, ma gli fanno “male gli occhi” per lo sforzo. Eppure lui è un agente dei servizi israeliani, dovrebbe intendersene di segreti e dei modi per farli venire a galla.

Niente, non ci riesce.

Verso la fine del libro, sembra abbandonare la sua inattività (per tutto il romanzo non fa altro che dedicarsi al giardinaggio e ai lavoretti casalinghi) per darsi al volontariato in un ospedale; ma anche qui, non si capisce se lo fa per rientrare nel mondo, per provarci con le colleghe o per reale interesse nei valori del volontariato.

Insomma: non solo non si può conoscere una donna ma neanche se stessi, e neanche il resto del mondo.

Non si può conoscere niente.

A meno che, il messaggio non sia: accettiamo quello che ci arriva.

In tal caso, l’epopea passiva di Yoel potrebbe avere un senso.

Certo è che un messaggio del genere si poteva far passare con un romanzo più appassionante.

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Il principio dell’amore – Maeve Brennan

Ancora un’autrice irlandese, ma trapiantata negli Stati Uniti. Maeve Brennan, scrittrice di racconti, si mantenne come giornalista lavorando al New Yorker.

Ad un certo punto della sua vita

Aveva cominciato a soffrire di manifestazioni psicotiche e si sistemò nella toilette delle signore del New Yorker come se fosse la sua unica casa. Nessuno glielo impedì e le segretarie tolleravano, se pur nervosamente, il suo comportamento, a volte allucinato, che poteva anche diventare violento.

Nel libro che ho letto io, ci sono due serie di racconti: ogni serie ruota attorno ad una coppia. Entrambe le coppie hanno in comune dei problemi coniugali: problemi che non trapelano all’esterno, perché marito e moglie fingono che vada tutto bene e, sebbene infastiditi dal compagno, cercano di evitare lo scontro in tutti i modi.

Un’altra cosa che accomuna le due coppie, è che le due mogli sono molto sottomesse, sempre pronte a dire sì e completamente dedicate alla famiglia, senza alcun altro interesse. Ne risulta che nessuno dei due mariti può dire di aver davvero conosciuto la propria moglie.

In ogni racconto, la chiave di volta è l’incomunicabilità tra i due coniugi, ma anche l’incapacità dei mariti di capire quello che sentono davvero nei confronti della moglie. Nelle loro teste c’è una vera e propria confusione emotiva.

Più accattivante l’ultimo racconto, quello in cui il punto di vista è preso da Min, la gemella ottantatreenne di Martin, che è morto dopo otto anni di vedovanza. Min non ha mai sopportato la cognata e, insieme alla madre e alle sorelle, ha fatto di tutto perché il fratello non se ne andasse da casa per sposarsi.

Min è il personaggio meglio delineato: una vecchia zitella rancorosa e acida, ma vista dal suo punto di vista, dove le giustificazioni non sono mere scuse, anzi, sembrano quasi motivi fondati, buone ragioni per cui è bene essere tirchi e parlare male della cognata morta.

Ritmi molto lenti: libro poco adatto all’estate.

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L’ultimo settembre – Elizabeth Bowen @NeriPozza

1920, Irlanda.

Siamo nella proprietà dei Naylor, appartenenti all’aristocrazia anglo-irlandese. Vivono di ricevimenti, tè pomeridiani e partite di tennis estive. Sembrerebbe una vita ideale, peccato che tutto attorno imperversa la guerra.

Gli inglesi hanno stanziato il proprio esercito in Irlanda per contrastare gli attacchi dell’Ira. Ogni tanto si vede qualcuno incappucciato che attraversa un giardino di fretta, o si incontra un tipo mascherato e armato in un mulino abbandonato.

Nelle chiacchiere di salotto a volte i odono degli accenni a scaramucce e a ragazze che si sono trovate coi capelli rasati, ree di esser uscite con militari inglesi, me nessuno si sconvolge più di tanto.

Ma dai Naylor non si parla di queste… volgarità. Se qualcuno finisce sul discorso, lady Naylor è bravissima a svicolare.

Lois è nipote di Sir Naylor: è orfana. In famiglia la considerano poco, quasi non la ascoltano quando parla, e lei stessa, in un riflesso della poca attenzione che riceve, è una giovane dalle idee confuse, che non sa cosa fare nella vita.

Quando Gerald, tenente inglese, le dichiara il suo amore, lei reagisce in modo quasi indifferente, tranne poi sforzarsi di sembrare più coinvolta: ma è un atteggiamento mentale, razionale, perché il suo scopo è andarsene dalla casa dei Naylor e dalle loro eleganti maniere vuote.

Epilogo tragico, che non vi dico per non fare spoiler, ma che era abbastanza scontato, visto che lady Naylor non voleva saperne di un matrimonio della nipote con un poveraccio inglese (credo le desse più fastidio il “poveraccio” che l'”inglese”).

Nonostante la Bowen abbia dichiarato che Lois è un personaggio inventato, il romanzo è sfacciatamente autobiografico: basti pensare che anche l’autrice apparteneva alla stessa classe sociale e che è stata allontanata dal suo paese dalle zie proprio per evitare che si rovinasse con un militare inglese.

Oltre alla storia dei protagonisti, c’è lo sfondo delle incomprensioni tra inglesi e irlandesi, uno sfondo pieno di stereotipi e senso di superiorità.

La Bowen ha un’alta capacità narrativa: forse troppo alta per me.

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Chesil Beach – Ian McEwan

Ottimo romanzo psicologico.

La prima scena si apre nel 1962 in una suite nuziale, in un albergo sulla spiaggia inglese di Chesil Beach.

Florence ed Edward, ventiduenni, entrambi vergini, si sono sposati poche ore prima e ora stanno timidamente mangiando un pasto di cui non interessa nulla a nessuno dei due.

Con sapienti cambi del punto di vista, McEwan ci mostra le paure dell’uno e dell’altra di fronte all’evento che li aspetta nella camera accanto, dove il letto matrimoniale incombe con il suo baldacchino.

Edward ha atteso questo momento con trepidazione (è stato addirittura capace di astenersi dal “piacere solitario” per una settimana!), ma ora la sua paura principale è quella di “concludere troppo in fretta”. Florence, invece, è terrorizzata: il contatto fisico non le è mai interessato, non le piace il bacio alla francese e l’atto sessuale in sé, di cui ha letto in un libro considerato, ai tempi, moderno, la ripugna.

Eppure si amano. Si amano a dispetto delle loro personalità così diverse, che impariamo a conoscere nei lunghi flash-back: Florence, di famiglia ricca, vive per il violino e la musica classica, di cui a Edward, amante del rock, non interessa un fico secco, se non per compiacere la sua compagna. Edward viene da una famiglia modesta e problematica, con una madre che, in seguito a una caduta, ha problemi comportamentali e di memoria.

Le parte del libro in cui McEwan ci mostra le case dei protagonisti è emblematica delle differenze tra i due. Ma la distanza di mentalità ed esperienze è ancora più evidente quando Edward, ospite dei futuri suoceri, deve mangiare cibi che non ha mai assaggiato né visto:

Quell’estate assaggiò per la prima volta l’insalata condita con olio e limone e, una mattina, lo yogurt (alimento fiabesco a lui noto soltanto dalla lettura di un romanzo di James Bond). La modesta cucina del padre e il regime a base di pasticcio di carne e patate dei suoi anni studenteschi non l’avevano di certo preparato per le stravaganti verdure – melanzane, peperoni sia verdi sia rossi, zucchine e taccole – che gli venivano regolarmente proposte.

Insomma, ve lo immaginate lo yogurt… fiabesco? E le melanzane… stravaganti?

Ma la notte di nozze incombe e la cena arriva alla fine. Devono decidersi a compiere… l’atto!

Ovviamente, con due tipi così, le paure di Edward diventano realtà.

E qui scoppia il dramma: entriamo nella testa prima dell’uno e poi dell’altra e vediamo come cambiano le loro emozioni, come la paura lascia il posto alla vergogna e alla rabbia, come l’incapacità di parlarsi li induce a ragionamenti che ingigantiscono e travisano i fatti realmente accaduti.

Però il romanzo è ben costruito: l’epilogo finale non poteva essere diverso.

Il tema chiave della storia è l’incomunicabilità dettata dai tempi, tuttavia, l’elemento psicologico individuale non cessa mai di svolgere il proprio ruolo: in fondo, non tutte le coppie che si sono sposate nel 1962 sono finite come Edward e Florence!

Mi piace molto McEwan: anche questo romanzo, al di là della storia e del tema, ci illumina all’improvviso con frasi quasi… confuciane, nella loro saggezza e brevità:

Ecco come il corso di tutta una vita può dipendere… dal non fare qualcosa.

E poi ci sono quelle frasi in cui, con poche parole, ti condensa tutto il libro:

Si conoscevano pochissimo, e non avrebbero fatto grandi progressi in tal senso data l’imbottitura di premuroso silenzio con cui smussavano le rispettive identità.

Romanzo introspettivo con pochi dialoghi e accadimenti, ma la sua ricchezza va cercata altrove.

Voto: 4/5.

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Arlington Park – Rachel Cusk

Cinque donne abitano in Inghilterra, ad Arlington Park, una zona-bene, ma lontano dal traffico londinese.

Una giornata di 24 ore in cui non succede, praticamente, nulla.

Eppure, il romanzo me lo sono bevuto.

Perché quello che non succede fuori, succede dentro le teste di queste cinque giovani donne, tutte madri di famiglia, tutte con una situazione economica che non desta preoccupazioni.

E che succede in queste teste, come in tutte le teste delle donne medie contemporanee? Succede che… si preoccupano lo stesso.

Si preoccupano che il pollo per la cena non sia perfetto, che ci sia una macchia sul divano, che i mariti non aiutano, che le madri sono sole, che l’ambiente sta raggiungendo un punto di non ritorno, che il cibo che mangiamo non è più sano, che i figli vengano investiti… si preoccupano della ripetizione di tutto, perfino della ripetizione delle preoccupazioni:

Maisie era così abituata a percepire dentro di sì una forza di rinnovamento, che si era accorta in ritardo di averla perduta, di vivere ormai in una specie di spirale o circuito che la riportava continuamente negli stessi posti a fare le stesse cose.

Tutte e cinque ruotano attorno a se stesse in cerca di qualcosa, ma non sanno esattamente cosa.

E’ un romanzo sulla mancanza, sull’assenza di senso che ti prende quando non hai preoccupazioni economiche: non essendoci un vero e proprio problema, non c’è neanche una soluzione.

Ah, che bello sarebbe avere una soluzione! Ma niente, non si capisce dove sta, ‘sta soluzione; a volte sembra che il problema sia solo la stanchezza, o la mancanza di empatia col proprio partner, ma non è così.

E’ qualcos’altro.

Tutta la storia (…) si riduce a questo: un luogo di benessere puramente materiale, attraversato da pensieri segreti.

E’ una fatica di Ercole, questo cercare e cercare non si sa cosa. E’ faticosissimo pensare di continuo: gli uomini non lo capiscono. Guardano una donna che prepara un’insalata russa e pensano: sta preparando un’insalata russa.

Illusi…

Maisie, ad esempio: perché ha certi scatti di rabbia? E Juliet cosa ne ha fatto della sua eccezionalità, di quella capacità di distinguersi che le riconoscevano tutti quando andava a scuola?

Era un lavoro sporco, l’incessante lotta per mantenere la separazione tra dentro e fuori.

In un paio di occasioni, loro stesse dicono che hanno perso la capacità di divertirsi. Io direi invece, che hanno bisogno di preoccuparsi: è comunque un modo di darsi un senso, di distinguersi nel magma delle mamme che vanno al parco e che sembrano tutte uguali.

(…) si lasciava dietro il suggerimento che la vita dovesse andare nella direzione feconda del rischio e dell’eccentricità, piuttosto che in quella di un ordine mortale.

Voto: 4,5/5.

Rachel Cusk è bravissima coi dettagli: ti sembra di essere davanti a un personaggio e osservarlo con calma in tutte le sue sfumature senza che lui si accorga di questo esame. Non avete mai provato una forte curiosità davanti a una persona che incrociate per strada o in treno ma che non potete fissare perché risultereste maleducati? Be’, i personaggi della Cusk puoi fissarli fin che vuoi, dentro e fuori. Che soddisfazione!

Che consolazione sapere che in giro per il mondo ci sono tante donne che sono stanche senza neanche sapere bene ci cosa. Provo un senso di appartenenza alla categoria:

Si era aspettata di ritrovarsi in qualche dipartimento universitario, o nella redazione di un quotidiano nazionale. Anche altri l’avevano pensato. A scuola era lei, quella eccezionale. Era lei, quella di cui tutti parlavano. Era la prima in tutte le materie; aveva vinto una borsa di studio (…). Veniva da pensare (…) che non fosse affatto intelligente, dotata o eccezionale. Ma semplicemente brava a scuola.

Dunque non sono sola!

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L’età del malessere, Dacia Maraini

A volte mi capita che un romanzo non mi piaccia perché… è scritto troppo bene.

Mi spiego: i romanzi son fatti di personaggi, e se i personaggi sono molto reali, allora tu, per tutto il tempo della lettura, trascorri le tue ore con loro.

Nel caso de “L’età del malessere”, ho frequentato gente senza un minimo di progetto nella vita: gente che si lascia trascinare dall’impulso del momento, e questo indipendentemente dal loro livello di studio o dal loro ceto economico.

Tutti i personaggi del libro si lasciano vivere, si lasciano trascinare dai propri impulsi o dagli altri senza rifletterci su. Dopo aver appena letto il saggio di Mancuso sulla libertà da e libertà per, la cosa mi ha davvero appesantito gli occhi davanti alla pagina!

Mi chiedo inoltre se un romanzo così, dove nessuno si salva (salve la protagonista, che aspetta le ultime righe per farlo) possa considerarsi realistico. Possibile che nessuno si sollevi dalla massa?

E poi questa Enrica: passa uno in macchina, la carica su e lei ci va a letto… sono una dannata moralista, ma mi dà fastidio frequentare gente così! E non dipende dal fattore “sesso”: se avesse gettato in terra una carta perché qualcun altro gliel’aveva chiesto, mi avrebbe dato lo stesso fastidio.

Per non parlare di come si fa trattare da quel ca…ne di Cesare!

No, no, io non posso frequentare queste persone qui.

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L’albergo delle donne tristi, Marcela Serrano @Feltrinellied

L’Albergo è stato fondato da Elena per dare rifugio a donne che hanno bisogno di raccogliere i propri cocci. Ognuna può starci al massimo tre mesi. Ci sono delle attività di gruppo e dei lavori manuali da svolgere. Ma, soprattutto, si parla e si riflette.

I casi umani che si raccolgono all’albergo sono l’uno diverso dall’altro, ma ogni donna ha un problema legato, in un modo o in un altro, agli uomini. Son sempre che parlano di uomini, di quanto non ci capiscono, di quanto hanno paura di noi donne, di quanto ci sfruttano.

Floreana, storica, si è ritirata là per dimenticare un lutto e una delusione d’amore. Nonostante i propositi di dedicarsi alla castità, si sente subito attratta da Flaviàn, l’affascinante quanto scostante medico del paese. E qua inizia il tiritera: lo vuole ma ne ha paura. Lui si capisce che è attratto da lei ma ha paura.

Insomma: paura d’amare.

Il tema non è nulla di nuovo, ma anche tutti i discorsi che vengono fuori da questa torma di donne non brilla per originalità. Parlano di divorzi, figli, sesso, orgasmo, incomunicabilità. Molti i luoghi comuni.

Trovo poco realista sia il cameratismo che si instaura tra le donne dell’albergo (privo di invidie e malignità: ma dove vive la Serrano? Dove le ha prese queste donne?) sia i discorsi che fanno tra loro, troppo verbosi, troppo intimisti, troppo cinici verso gli uomini. Donne troppo legate al fumo e agli alcolici, sempre che fumano e pensano al alla vodka (tanto che Elena ha dovuto metterci un divieto): ma fatevi curare, viene da dir loro…

Non è certo un libro che mi ricorderò da qui a qualche mese.

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