Tag Archives: immigrazione

Nel guscio, di Ian McEwan @Einaudieditore

(Attenzione: spoiler!)

Non ho studiato l’Amleto ma ho visto che in questo romanzo ci sono molti richiami al dramma shakesperiano. Dal tradimento, ai nomi della madre a quello dello zio, dal tema dell’omicidio del fratello, al dubbio se convenga essere o non essere, nascere o non nascere.

La storia ci viene narrata da un feto nel terzo trimestre di gravidanza. Questo essere, che scopre solo ad un certo punto di essere un maschio, assiste alle trame della madre e di suo zio per uccidere suo padre.

Durante tutta la lettura, dentro di me, pensavo: non possono ucciderlo. Prima o poi verranno scoperti. Forse la madre sta fingendo, di voler uccidere il suo ex. Oppure: qualcosa andrà storto, il bicchiere col veleno verrà rovesciato, oppure John, il padre, raggiungerà un ospedale in tempo.

E anche quando scopro che in effetti il padre viene davvero ucciso, ho continuato a ripetere dentro di me: non può essere. Vedrai che è tutta una messinscena, che John si era accorto di cosa stavano tramando alle sue spalle e che non è morto davvero, fa finta, per portarli allo scoperto.

E invece no, mettetevela via: John muore. E la madre del bambino è davvero una stronza che mette le corna a John col fratello, insipido e insensibile ma… priapico, come dice il feto. E alla fine giustizia trionferà. Ma tu intanto hai letto questo romanzo come se fosse un giallo, girando pagina dopo pagina per vedere come va a finire, ascoltando questo feto  che parla come un neolaureato di Harvard e che non vede l’ora che sua madre si beva un vinello di un certo tipo per godersene gli effetti.

Le cose brutte accadono. Accade che la propria madre sia ingiustificabile, che sia un’omicida, e che non consideri proprio il figlio che ha in pancia (non è neanche mai entrata in un negozio a comprargli i vestitini!).

Ma accade anche che un feto, dopo tutto quello che ha imparato sui suoi parenti e sullo stato del mondo, decida di nascere.

Non è roba da poco.

(PS: ma cos’è ‘sta fissa dello spoiler??)

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A nostro agio in città – Percorsi di formazione per la cittadinanza attiva (AA.VV)

In questi giorni in cui qui a S. Stino di Livenza non si fa altro che discutere del centro di preghiera islamico con toni da grezzi politicanti dell’ultim’ora, mi è “capitato” in mano questo libretto di racconti incentrato sulla cittadinanza e sull’immigrazione.

La raccolta conclude un percorso di studio incentrato sul cambiamento della città europea contemporanea: in particolare, Padova. Gli autori delle storie non sono scrittori professionisti, ma cittadini, nativi o immigrati. Ovviamente, non si parla di cittadinanza nel senso nazionalistico, ma come insieme delle capacità e delle possibilità di usufruire di diritti per una vita “più facile” (Cappellin, 1999).

Il confronto tra questo modo di affrontare la discussione sull’immigrazione a Padova e il modo di discutere l’apertura del centro Islamico a S. Stino mi ha intristito.

Da un lato, un libretto che, per quanto scritto da profani, è il risultato di un impegno durato quasi un anno, di studio di testi e situazioni, di confronto e riflessione ragionata. Dall’altro, nel paese in cui vivo, post pieni di offese ed errori di ortografia lanciati nei social come se fossero versetti della Bibbia.

Mi direte: ebbè, il libretto è frutto di una collaborazione con il dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata dell’Università di Padova, non è mica il frutto di Facebook e sit-in improvvisati… Bah, sarà… ma credo che il supporto, cartaceo o virtuale, sia solo lo strumento con cui si sono espressi due tipi diversi di persone: quelle che si fanno le domande e cercano di rispondere (accettando la fatica necessaria per la ricerca), e quelle che hanno la verità in tasca. Non mi riferisco specificatamente ai contenuti (moschea sì, moschea no), mi riferisco ai modi di esprimere il dissenso: chi non ha argomenti, alza la voce (e a volte le mani).

Ma torniamo ai racconti. Mi è piaciuta l’idea di non indicarli col nome dell’autore, ma con pseudonimi: la ragione sta nel fatto che le storie non descrivono situazioni individuali, private, ma sono storie che possono riguardare tutti quelli che si trovano ad agire come cittadino, non importa che sia nativo o immigrato.

I racconti coprono un po’ tutte le vicende: dallo studente, all’immigrata scappata dal suo paese, a chi è stata costretta a sposarsi, a chi ha a che fare con la burocrazia, a chi ha paura di scendere alla stazione del treno e si interroga su questa paura e sulle strade di Padova.

Una storia difficilmente incarna una tesi. Una storia sceglie aneddoti, personaggi e luoghi e li fa interagire tra loro: ma l’interazione potrebbe svolgersi in mille direzioni diverse, e la scelta di una direzione al posto di un altra è proprio ciò che rende il racconto fonte di confronto. Non ci sono verità rivelate, qui, solo punti di vista. Civili.

Non serve poi molto per sentirsi a proprio agio nel luogo in cui si vive.

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Vergine giurata – Elvira Dones

In Albania, quella del nord, la più arretrata, tra le c.d. Montagne Maledette, c’è un’usanza alquanto strana: se manca un maschio in famiglia (cosa probabile, visto che si ammazzano come formiche), una delle donne può giurare di fare il maschio per il resto della sua vita.

E’ un giuramento, appunto, a vita: ci sono ancora delle vergini giurate anche oggi, nella zona. Una volta che hai giurato, non puoi tornare indietro.

Una volta che sei diventato uomo… smetti di lavorare. E fai l’uomo. Cioè bevi fino a stordirti, bestemmi, vai in giro col fucile, porti avanti la faida ammazzando altri uomini che hanno ammazzato altri della tua famiglia… cose così, insomma. Come si può capire dal tono sarcastico della mia esposizione, io mi innervosisco a leggere certe cose. Ma torniamo al romanzo.

L’eroina della Dones, a differenza delle vergini giurate reali, ha lasciato l’Albania perché vuol riappropriarsi della sua femminilità. Va negli Stati Uniti da una cara cugina, ma ci mette un pezzo prima di tornare donna, dice che, dopo quattordici anni trascorsi a fare il maschio, ha bisogno dei suoi tempi…

L’autrice ha ben caratterizzato questa difficoltà a tornare donna. Ha un po’ meno bene caratterizzato la quotidianità di Hana Doda quando era Mark Doda. A parte due episodi che la ritraggono da maschio, la figura di Mark rimane come una sagoma vuota nello sfondo delle Montagne Maledette.

Cioè: se gli uomini non potevano farsi da mangiare né pulire la casa, lei/lui come si è arrangiata, visto che viveva da sola/o? Ho l’impressione che questo sia un po’ un limite del libro: la Dones è riuscita benissimo a incarnarsi nella Hana prima e dopo di esser diventata uomo, ma non in Mark.

A parte ciò, il libro mi è piaciuto, e lo consiglio: la scrittrice ha una bellissima scrittura, anche se piena di paratattiche. E lode alla Dones che, albanese, ha scritto il romanzo direttamente in italiano. Un’autrice che sceglie l’italiano come lingua per scrivere un libro è una mosca bianca, nel panorama mondiale (visto che lei conosce benissimo anche l’inglese). Grazie per esserti ricordata di questo culturalmente sperduto paese…

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L’esperienza di una immigrata

 

imageNOMAD – AYAAN HIRSI ALI

Ritengo che sarebbe prudente insegnare ai rifugiati alcune competenze di base prima di prestar loro denaro e fornir loro carte di credito e cataloghi di mobili, prima che vengano risucchiati in una subcultura di prestiti e frodi. (…)

In Europa c’è una crescente insofferenza verso l’immigrazione, la sensazione che molti immigrati non meritino l’aiuto che ricevono da generosi sistemi sociali. Si dice che gli immigrati abusano del sistema, che si comportano come parassiti.

Questa attivista per i diritti sociali (già scampata a qualche attentato), a sua volta scappata dal suo paese per evitare il matrimonio impostole dalla famiglia, analizza con occhio critico la situazione degli immigrati nel mondo occidentale.

Lei si è data da fare. Ha imparato la lingua, i regolamenti del paese in cui è andata a vivere, gli usi. Fa un po’ sorridere il resoconto dei suoi primi tempi in Olanda, dove è stata accolta come rifugiata.

Premetto che il trattamento riservatole dal governo olandese è sicuramente diverso da quello che le avrebbero riservato qui in Italia dove certi impiegati pubblici mancano delle più basilari competenze educative anche nei confronti dei propri concittadini: in Olanda riesco a immaginarlo un impiegato che sorride e spiega con calma la procedura per ottenere un prestito sociale; in Italia ho meglio presente l’atteggiamento degli impiegati agli sportelli pubblici che reprimono sbuffi e danno del tu.

Ma quando è arrivata nei Paesi Bassi, lei non aveva alcuna competenza, né conoscenza. Uno dei problemi principali che ha dovuto affrontare è stata la gestione del denaro. Come molti immigrati, era scappata da, non era andata verso. Non si poneva il problema dei doveri di un cittadino, non sapeva cos’era la cittadinanza, perché obbediva solo a regole di clan.

Dunque, quando si è vista offrire un prestito per comprarsi l’arredamento della casa, non aveva idea di cosa avesse per le mani. Lei e una sua amica hanno speso tutto il prestito per comprare una costosissima moquette e la carta da parati, e sono rimaste senza soldi, senza mobili, senza letti, senza pentole, ecc… Senza parlare del conto del telefono, che era diventato rosso a forza di chiamare in Africa.

Quando le hanno fatto vedere come funzionava una carta di credito, e ha capito che le bastava mettere una firma per comprare oggetti, lo ha fatto. Firma qua, firma là, si è ritrovata con un debito enorme.

Le mancava un minimo di formazione finanziaria. Le mancava la capacità di dire no a una commessa, visto che era stata cresciuta per dire sempre di sì. La furbizia di pensare che in inverno bisogna riscaldare gli appartamenti e che dunque le spese vanno su. La modestia di capire che fare acquisti in un supermercato a buon prezzo non è un disonore.

Senza contare il fatto che molti dei soldi ottenuti attraverso i prestiti sociali per immigrati andavano ai parenti nei paesi di origine, perché così richiede il Corano: aiutare gli appartenenti della famiglia è tassativo. Il che è un atto buono, in sé, ma ostacola l’ascesa sociale di molte famiglie nel paese di adozione.

Questo era (è) il problema di molti immigrati: tutti vivono oltre i propri mezzi, non sanno programmare le spese. E questo è particolarmente vero tra le donne musulmane, dice la Ayaan Hirsi Ali.

Io mi ritengo una razzista non dichiarata. Cioè a parole sono contraria al razzismo ma ogni tanto mi ritrovo a pensare o ad agire secondo i dettami del razzismo strisciante. Magari non lo faccio consciamente, ma è così. Per questo sto leggendo questo libro.

E mi resta una domanda: perché Ayaan Hirsi Ali, dopo tanti tentativi ed errori, ha capito cosa sbagliava e ha corretto la direzione? Credo sia stato per un mix di fortuna e volontà. Ma la cosa va approfondita.

 

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