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Il libro delle illusioni, Paul Auster

David Zimmer è un professore che, in seguito alla morte della moglie e dei due figli, ha perso la voglia di vivere.

Un giorno, per caso, si ritrova a guardare un film degli anni Venti, e gli scappa una risata. Basta questo per invogliarlo a iniziare una ricerca sul protagonista di quella comica, Hector Mann, un attore che stava per salire alla ribalta di Hollywood quando, all’improvviso, è misteriosamente scomparso.

Zimmer viene contattato via lettera da Frieda Spelling, che si dice moglie di Hector Mann: gli spiega che il marito è ancora vivo e che vuole conoscerlo.

Il professore si lascerà coinvolgere dalla storia dell’ex attore, ma noi, che leggiamo il resoconto scritto undici anni dopo i fatti, restiamo sempre col dubbio se ciò che è successo è successo davvero così.

Hector Mann è morto di morte naturale, o no?

I suoi film sono stati tutti distrutti, o no?

Ciò che si vede è ciò che c’è, o c’è anche ciò che non si vede?

La verità è davvero l’unica cosa che conta?

Può esistere l’arte fine a se stessa, destinata a non esser condivisa?

Se spariscono dal mondo tutte le testimonianze della vita di Hector, allora Hector sarà davvero esistito?

Chiuso il libro mi è rimasto il sentore di non averlo capito del tutto: cosa voleva dirci Auster con questa corsa all’ultimo minuto per vedere dei film che sono stati girati allo scopo di venir distrutti per sempre?

Guardiamo alle somiglianze: Zimmer sta traducendo le Memorie di un uomo morto (Chateaubriand) e ha scritto un libro che potrà esser letto solo dopo la propria morte e Alma (la sua ragazza per otto giorni) ne ha scritto un altro che potrà pubblicare solo una volta morto Hector Mann (non faccio altro spoiler).

C’è morte ovunque, in questo libro, nel senso di morte fisica e di dimenticanza.

La morte fisica avviene per caso: un incidente aereo, una pallottola vagante, uno spintone. Non ci si può far niente.

Ma contro la dimenticanza sì, si può lottare. Coi libri, coi film con l’arte.

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Il magico potere del digiuno, Yoshinori Nagumo @VallardiEditore

Secondo libro che leggo sul digiuno intermittente.

Sembrerebbe che il digiuno sia una cosa semplice: basta star senza mangiare, serve scriverci sopra libri?

Eppure già questo secondo libro presenta delle differenze rilevanti rispetto a “La dieta Fasting” di JB Rives.

Rives suggeriva di concentrare il periodo di alimentazione in otto ore e di far digiuno ininterrotto nelle altre sedici. La colazione, se non si riesce a saltarla, bisogna posticiparla fino a farla rientrare nella finestra di alimentazione.

Il dottor Nagumo ci suggerisce di far direttamente un pasto al giorno.

Rives ci diceva di bere tè o caffè per imbrogliare la pancia che brontola (soprattutto all’inizio).

Nagumo ci chiede di evitare tè e caffè per non incappare in senso di nausea a causa dei tannini (e qua condivido, perché neanche io a stomaco vuoto sopporto il tè verde).

Queste le differenze principali. Ma la tesi di fondo è una, per i paesi industrializzati: mangiamo troppo (oltre che male). Il problema ora è trovare un modo che ci permetta di ingurgitare meno calorie, migliori, e tuttavia di rispettare i nostri impegni sociali da cui, ammettiamolo, non possiamo prescindere.

Dico subito che non tutte le affermazioni di Nagumo mi sono sembrate convincenti.

Ad esempio, quando dice che latte e uova, se genuini, sono alimenti completi, la vegana che è in me sente i brividi salirle sulle gambe.

Anche quando dice che dobbiamo mangiare alimenti di cui siamo fatti, e che contengano i componenti di cui abbiamo bisogno, non mi sembra così attendibile: il nostro corpo è un trasformatore. Certe vitamine riesce addirittura a fornirsele da solo. Ci siamo evoluti per migliaia di anni per trasformare le poche cacatine che trovavamo in giro nei componenti che ci servivano… ma lui dice:

(…) la cosa più importante è assumere gli stessi nutrienti di cui è costituito il nostro organismo e nelle stesse proporzioni.

Non lo trovo scientificamente corretto neanche quando dice che i paesi ricchi subiscono una diminuzione della natalità perché la salute dei suoi abitanti sta scemando… secondo me, più che una questione di fertilità, è una questione culturale, no?

E quando dice che il diabete è un modo che il corpo mette in atto per impedirsi di ingrassare? O che la miopia deriva dal fatto che non cerchiamo più prede nelle lunghe distanze della savana?

Potrei presentare delle riserve anche contro il suo panegirico sulle abitudini: sì, è vero che ti permettono di risparmiare tempo ed evitare decisioni, ma non fanno così bene al cervello…

Questo è un libro che in realtà non parla solo del digiuno. Ci sono molti confronti con il regno animale e gli uomini di migliaia di anni fa; parla del Giappone antico, di sonno, di camminate, di vero cibo.

Mi son trovata pienamente d’accordo col dottor Nagumo quando ha scritto che la salute si rispecchia nella bellezza, nel ventre piatto, nella bella pelle. E sembra che il digiuno aiuti a raggiungere questi obiettivi, per molti, molti anni.

I consigli principali sono:

  • mangiare solo quando si ha fame, e, dunque, restare la maggior parte del tempo con lo stomaco vuoto.
  • mangiare solo alimenti davvero integrali.
  • dormire nelle ore d’oro (dalle 22 alle 2 del mattino) e camminare ogni giorno.

Se riesco a tenere in piedi questo regime, vi avviso. Il vero problema non è perdere qualche chilo, ma mantenere lo stile di vita, appunto, per tutta la vita.

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Nel guscio, di Ian McEwan @Einaudieditore

(Attenzione: spoiler!)

Non ho studiato l’Amleto ma ho visto che in questo romanzo ci sono molti richiami al dramma shakesperiano. Dal tradimento, ai nomi della madre a quello dello zio, dal tema dell’omicidio del fratello, al dubbio se convenga essere o non essere, nascere o non nascere.

La storia ci viene narrata da un feto nel terzo trimestre di gravidanza. Questo essere, che scopre solo ad un certo punto di essere un maschio, assiste alle trame della madre e di suo zio per uccidere suo padre.

Durante tutta la lettura, dentro di me, pensavo: non possono ucciderlo. Prima o poi verranno scoperti. Forse la madre sta fingendo, di voler uccidere il suo ex. Oppure: qualcosa andrà storto, il bicchiere col veleno verrà rovesciato, oppure John, il padre, raggiungerà un ospedale in tempo.

E anche quando scopro che in effetti il padre viene davvero ucciso, ho continuato a ripetere dentro di me: non può essere. Vedrai che è tutta una messinscena, che John si era accorto di cosa stavano tramando alle sue spalle e che non è morto davvero, fa finta, per portarli allo scoperto.

E invece no, mettetevela via: John muore. E la madre del bambino è davvero una stronza che mette le corna a John col fratello, insipido e insensibile ma… priapico, come dice il feto. E alla fine giustizia trionferà. Ma tu intanto hai letto questo romanzo come se fosse un giallo, girando pagina dopo pagina per vedere come va a finire, ascoltando questo feto  che parla come un neolaureato di Harvard e che non vede l’ora che sua madre si beva un vinello di un certo tipo per godersene gli effetti.

Le cose brutte accadono. Accade che la propria madre sia ingiustificabile, che sia un’omicida, e che non consideri proprio il figlio che ha in pancia (non è neanche mai entrata in un negozio a comprargli i vestitini!).

Ma accade anche che un feto, dopo tutto quello che ha imparato sui suoi parenti e sullo stato del mondo, decida di nascere.

Non è roba da poco.

(PS: ma cos’è ‘sta fissa dello spoiler??)

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L’innocenza – Tracy Chevalier

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Anche qui, ho preso un abbaglio. Avevo scelto questo romanzo perché so che la Chevalier di solito scrive romanzi storici sull’arte… ma qui di arte ce n’è poca.

E’ vero che uno dei personaggi è William Blake, ma resta comunque sullo sfondo, un tizio che scrive volantini, che porta il bonnet rouge e che non ha paura di sfidare il sistema per le proprie convinzioni, anche a costo di rimetterci. Ci sono delle citazioni delle sue opere, ma non si entra mai davvero nella vita dell’artista.

I veri protagonisti sono dei ragazzi nella Londra di fine Settecento. Si parla molto del circo e di manifattura (sedie e bottoni), di malavita e povertà; e si parla molto di donne ingravidate dal ricco di turno e mollate al loro destino (un po’ come in La dama e l’unicorno), tanto da farmi venire il dubbio che questo argomento così ricorrente interessi la scrittrice in prima persona… ma probabilmente no.

Il dubbio che mi viene quando leggo di personaggi come Maisie, è: ma esistono davvero ragazzine così ingenue? Una che riesce a farsi mettere incinta dal figlio del proprietario del circo dopo un paio di ore che gli ha rivolto la parola? Se se ne scrive, la verosimiglianza è d’obbligo, però davvero non riesco a capacitarmene, sono troppo lontana da queste realtà per età, periodo storico e ambiente.

Eppure anche le donne del tempo, a quanto pare, non ci andavano per il sottile, visto che erano le prime a dare la colpa alle ragazzine nei guai, quando le vedevano col pancione. Non mi meraviglia che ora come ieri le donne fossero la metà più maligna del cielo.

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