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E poi siamo arrivati alla fine (Joshua Ferris)

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No, non ho scelto il libro perché il titolo, in questi giorni di COVID-19, è beneaugurante, tant’é che questo romanzo non ha nulla a che fare con i virus: si parla di ufficio e di impiegati.

Siamo a Chicago in una grossa agenzia pubblicitaria. La storia è raccontata dal punto di vista di un “noi” non meglio precisato.

In realtà non c’è una vera e propria storia, ce ne sono tante: tutto è pettegolezzo, tutto è riportato, tutto è chiacchiera, tutto è dialogo. Raccontare quello che si sa (o si pensa di sapere) degli altri è lo sport ufficiale.

Lynn, la socia fredda e orientata al business, ha un tumore al seno, ma se ne avrà la certezza solo dopo metà libro. Tom Mota è (forse) pazzo e si aspettano che, dopo il licenziamento, torni ad uccidere tutti. Amber è incinta di Larry, che però non vuole mettere a repentaglio il suo matrimonio e che vorrebbe che lei abortisca.

Carl, sposato con un’oncologa, è in depressione e ruba le medicine di una collega, anche lei in depressione perché le hanno rapito e ucciso la figlia di otto anni.

Ho avuto le mie difficoltà a inquadrare tutti i personaggi, perché sono tanti,  e l’unica caratteristica che li unisce è lo spauracchio del licenziamento.

Faccio notare una cosa: della vita che ognuno di loro conduce fuori del lavoro non si sa quasi nulla. Sintomatico il fatto che la vicenda attraversa l’11 settembre e questo non viene neanche nominato.

Alla fine la lettura ti prende, però questo libro non finirà nella lista dei miei libri preferiti.

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Il tuo giardino perfetto (Diana Craig). E come no??!

imageDopo i libri dedicati alle pulizie e al riordino, non potevo farmi mancare quello di consigli per il giardino!

Però, come al solito, mi sono lasciata fuorviare dal sottotitolo: La guida semplice e perfetta per avere un giardino da favola.

Voi cosa intendete per giardino da favola? Io ho in mente un prato di erba verde RAL 6010 in altezza cinque cm, con gli steli distanziati tra loro non più di un mm, bordatura con alberelli di rose, mostranti ognuno 10 rose equamente distribuite nella chioma, un salice piangente coi rami che si appoggiano delicatamente sulla superficie di un lago rigorosamente privo di larve di zanzara. Ecco, se è questa l’idea che avete in mente anche voi, lasciate perdere questo libro.

A parte il fatto che la Craig non scende nei dettagli (es. ti dice come fare certi innesti, potature, rinvasi, talee… ma non ti dice il periodo, ti consiglia di usare piante acidofile per certi terreni, ma non ti specifica quali c*** sono queste acidofile e così via), la sua idea di perfezione non coincide con il prato inglese. Per fortuna.

Diamo il via allora a vasi decorati a mano dai bambini, con le loro sbavature cromatiche; alle sculture fatte con vecchi portabottiglie; ai mix vegetali tra fiori e ortaggi; a una moderata presenza di (ebbene sì) erbaccia. Alla fin fine il giardino deve servire per il piacere di chi lo segue, dunque si può rinunciare a togliere quel filetto di radice di gramigna, se il tempo che risparmiamo lo dedichiamo a sederci sulla panchina all’imbrunire con il nostro tè verde Sencha in mano.

E poi il giardino deve rispecchiare la personalità del proprietario: io non mi sentirei rappresentata da un prato inglese, così come non mi sento rappresentata da un paio di zeppe e dalla nail art. A casa mia proliferano le piante grasse (beh, sì, ok, anche le persone grasse… ma non divaghiamo), l’erbaccia alternata a ramaglie estemporanee, le foglie secche, le talpe (zio Billy, ci sono più talpe che sentimenti, qui) e i gatti dei vicini. Ma qui viviamo così.

Non arriverò mai al livello di mia suocera che scopa i sassi e la terra del cortile davanti casa (non sto scherzando, ha una scopa apposita per questo), non mi ci avvicinerò neanche mai a questo livello. Neanche a quello della vicina, che alla sera non sta in piedi perché ha trascorso tutto il pomeriggio sotto il sole a togliere a mano le fogliette tra gli steli d’erba del giardino. Ognuno ha la sua malattia. Io preferisco leggere.

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