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Dopo la fuga (Ilija Trojanow)

Glottologia per progrediti: il contrario di intronarsi è estraniarsi; il contrario di molteplicità è pochezza.

Radicato nell’utopia. Finalmente a casa.

I più vivono nel multilinguismo anche quando agiscono da monolingue. Gli universali sognati in passato appartengono al vocabolario globale. Promessa per l’uno, minaccia per l’altro.

Come potete dedurre dai tre passaggi qui sopra riportati, ho avuto le mie difficoltà a cogliere il succo della raccolta di pensieri e aforismi di Trojanow.

Nonostante l’attualità del tema (la fuga dal proprio paese di origine) e le notevoli capacità letterarie dell’autore, non sono riuscita ad entrare in sintonia col testo, sebbene molti stralci fossero poetici e densi di significato. Come questi, ad esempio:

Il ritorno in patria costituisce il più forte shock culturale possibile.

Quando il matrimonio fra persone del posto e stranieri fallisce, se ne dà la colpa alla differenza: differenza fra due culture, due tradizioni, due essenze che non sarebbero fra loro conciliabili. Se invece naufraga il matrimonio fra due del posto, allora dipende dalla differenza fra due individui.

Prima della fuga sapeva perché era infelice.

In un sistema di disumanità, la violazione delle leggi è un principio umano.

Durante la fuga un collettivo, dopo la fuga un individuo.

Forse non è il mio periodo di lettura di testi impegnati poetici/filosofici, ma se cercate un volumetto breve e denso per riflettere sulla situazione del profugo al di là delle banalità televisive e da bar, questo è il libro giusto.

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Chesil Beach – Ian McEwan

Ottimo romanzo psicologico.

La prima scena si apre nel 1962 in una suite nuziale, in un albergo sulla spiaggia inglese di Chesil Beach.

Florence ed Edward, ventiduenni, entrambi vergini, si sono sposati poche ore prima e ora stanno timidamente mangiando un pasto di cui non interessa nulla a nessuno dei due.

Con sapienti cambi del punto di vista, McEwan ci mostra le paure dell’uno e dell’altra di fronte all’evento che li aspetta nella camera accanto, dove il letto matrimoniale incombe con il suo baldacchino.

Edward ha atteso questo momento con trepidazione (è stato addirittura capace di astenersi dal “piacere solitario” per una settimana!), ma ora la sua paura principale è quella di “concludere troppo in fretta”. Florence, invece, è terrorizzata: il contatto fisico non le è mai interessato, non le piace il bacio alla francese e l’atto sessuale in sé, di cui ha letto in un libro considerato, ai tempi, moderno, la ripugna.

Eppure si amano. Si amano a dispetto delle loro personalità così diverse, che impariamo a conoscere nei lunghi flash-back: Florence, di famiglia ricca, vive per il violino e la musica classica, di cui a Edward, amante del rock, non interessa un fico secco, se non per compiacere la sua compagna. Edward viene da una famiglia modesta e problematica, con una madre che, in seguito a una caduta, ha problemi comportamentali e di memoria.

Le parte del libro in cui McEwan ci mostra le case dei protagonisti è emblematica delle differenze tra i due. Ma la distanza di mentalità ed esperienze è ancora più evidente quando Edward, ospite dei futuri suoceri, deve mangiare cibi che non ha mai assaggiato né visto:

Quell’estate assaggiò per la prima volta l’insalata condita con olio e limone e, una mattina, lo yogurt (alimento fiabesco a lui noto soltanto dalla lettura di un romanzo di James Bond). La modesta cucina del padre e il regime a base di pasticcio di carne e patate dei suoi anni studenteschi non l’avevano di certo preparato per le stravaganti verdure – melanzane, peperoni sia verdi sia rossi, zucchine e taccole – che gli venivano regolarmente proposte.

Insomma, ve lo immaginate lo yogurt… fiabesco? E le melanzane… stravaganti?

Ma la notte di nozze incombe e la cena arriva alla fine. Devono decidersi a compiere… l’atto!

Ovviamente, con due tipi così, le paure di Edward diventano realtà.

E qui scoppia il dramma: entriamo nella testa prima dell’uno e poi dell’altra e vediamo come cambiano le loro emozioni, come la paura lascia il posto alla vergogna e alla rabbia, come l’incapacità di parlarsi li induce a ragionamenti che ingigantiscono e travisano i fatti realmente accaduti.

Però il romanzo è ben costruito: l’epilogo finale non poteva essere diverso.

Il tema chiave della storia è l’incomunicabilità dettata dai tempi, tuttavia, l’elemento psicologico individuale non cessa mai di svolgere il proprio ruolo: in fondo, non tutte le coppie che si sono sposate nel 1962 sono finite come Edward e Florence!

Mi piace molto McEwan: anche questo romanzo, al di là della storia e del tema, ci illumina all’improvviso con frasi quasi… confuciane, nella loro saggezza e brevità:

Ecco come il corso di tutta una vita può dipendere… dal non fare qualcosa.

E poi ci sono quelle frasi in cui, con poche parole, ti condensa tutto il libro:

Si conoscevano pochissimo, e non avrebbero fatto grandi progressi in tal senso data l’imbottitura di premuroso silenzio con cui smussavano le rispettive identità.

Romanzo introspettivo con pochi dialoghi e accadimenti, ma la sua ricchezza va cercata altrove.

Voto: 4/5.

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Tatiana & Alexander, Paullina Simons

Tatiana e Alexander si conoscono in Russia il giorno che Hitler dichiara guerra al loro paese. E’ un colpo di fulmine.

In realtà, però, Alexander non è russo: è figlio dei Barrington, immigrati americani, che si sono trasferiti nella patria del comunismo per motivi idealistici. Attraverso una serie di vividi flash back veniamo a scoprire come i suoi genitori perdono ogni illusione circa le possibilità di rinnovare il mondo per mezzo dell’ideologia politica.

I Barrington sono costretti a cambiare spesso casa e a dividere le loro stanze con sconosciuti; devono svolgere lavori scelti dallo stato, lavori che non sono per niente motivanti e che non garantiscono né cibo né vestiti decenti. La politica russa si ripercuote anche nelle piccole cose, ad esempio, nei nomi degli alberghi, che cambiano ogni volta che un certo personaggio cade in disgrazia.

Se il libro della Simons merita di essere letto, è per questi dettagli storici anche se, nel descrivere l’assedio di Leningrado, sembra sfumare la narrazione, perdere chiarezza. Non credo sia una svista: credo sia dovuto al fatto che questo libro è il secondo di una trilogia, e che l’assedio sia meglio descritto nel primo volume.

Questo libro inizia la narrazione quando Alexander e Tatiana sono già divisi: lui è nelle mani della polizia politica russa, lei è a Ellis Island, libera ma sola, con un figlio appena nato. La loro storia è raccontata attraverso flash back.

Il resoconto della loro storia d’amore, però, mi fa scadere il libro. Era partito come un romanzo storico, ed è scaduto in un romanzo rosa. Peccato.

Sospeso a p. 306 (su 679).

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Papillon – Henri Charrière

Dialogo con me stessa:

– Noioso.

– Come “noioso”? Papillon? Ma se è un susseguirsi incredibile di azione e colpi di scena! Dove sei arrivata a leggere?

– Al punto in cui i tre evasi salutano i lebbrosi che li hanno aiutati dando loro un po’ delle loro misere cose.

– E hai visto che orripilante descrizione della malattia? Che onorevole comportamento dei malati?

– Sì, ma la scena è descritta in modo troppo colloquiale.

– E che mi dici dell’ingiustizia e delle fantasie di vendetta di Papillon appena condannato per un omicidio non commesso?

– Mi sembrano le fantasie morbose di uno che si è improvvisato scrittore senza esserlo. Senza contare il fatto che non era uno stinco di santo, apparteneva comunque alla malavita, era normale per lui maneggiare coltelli e derubare a destra e a manca. E poi: come facciamo a sapere che quello che ci racconta è davvero successo come dice?

– Il suo primo editore garantisce per lui.

– E ne ha tutto l’interesse: devono vendere! Bah, per me questo Papillon è un furbone che ha avuto sì una vita avventurosa, ma che ci ha marciato, perché ha capito che coi libri poteva tirar su un po’ di soldi.

– E quando Papillon si infila due tubi nell’ano per tenere nascosti i soldi, suoi e di un amico?

– Bah.

– Ma non puoi definire noioso questo libro! E’ pieno di malviventi, di traditori, di amici sinceri, passioni spinte al limite…

– Tutti elementi che sussistono nella vita di molti personaggi di altri libri. Quello che manca qui, secondo me, è lo stile. Lo stile dello scrittore di mestiere. Quello che uno si costruisce con anni e anni di scrittura. Senza questo, una bella storia resta una bella storia, ma la apprezzo di più in TV o al cinema. Non venitemi a parlare di letteratura orale. Non venite a dirmi che anche le storie di Omero erano “raccontate”. E’ vero, ma loro hanno la dignità dei millenni e non hanno lo scopo di far su un po’ di soldi dopo un rovescio finanziario.

– Ti fai influenzare da elementi esterni al libro. Bah… fai un po’ come ti pare.

– Infatti. Sospeso a p. 109 (su 645).

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Libri in fuga, André Schiffrin @volandedizioni

Che bella vita, quella di Schiffrin.

Figlio di un intellettuale russo, ha continuato il mestiere del padre, quello di editore. Ma non un editore come quelli che abbiamo oggi in giro: padre e figlio credevano nella capacità dei libri di cambiare le idee della gente. O, almeno, di far sì che la gente si ponesse delle domande, o che mettesse in dubbio le versioni ufficiali fatte girare dal governo e dalla stampa di regime.

Allo scoppio della seconda guerra Mondiale, la famiglia Schiffrin riesce, dopo molti tentativi andati a vuoto, a scappare negli Stati Uniti. E’ qui che Andrè cresce, come uno studente americano, anche se sui generis: quando, a partire dai 13 anni, scopre quanto è interessante la politica di quel periodo, non smetterà più di occuparsene.

Vicino alle idee riformiste di sinistra, finirà spesso nel mirino dell’FBI e della CIA, soprattutto durante il maccartismo: è interessante l’analisi che fa della società in quel periodo e delle conseguenze che tale paura strisciante farà ricadere fino ai giorni nostri.

In questa autobiografia parla anche dell’antisemitismo e delle università americane ed inglesi (studierà due anni a Cambridge); ma parla soprattutto della sua attività di editore, prima presso la Pantheon e poi, quando la Pantheon viene fatta fuori dalle strategie del profitto, presso la New Press.

Nelle ultime pagine si sente tutta la sua nostalgia per i bei tempi andati in cui gli editori facevano il loro mestiere, quando le case editrici non erano parte di enormi e fagocitanti gruppi orientati al solo profitto (solo un dato: all’inizio degli anni Cinquanta a New York c’erano 350 libreria, dieci volte più di oggi).

E poi, cita una miriade di intellettuali che ha conosciuto di persona: non solo Gide, gran amico di suo padre, ma anche Chomsky, Sartre, De Beauvoir, Leonard Woolf, Hobsbawm, Amartya Sen e molti altri.

Non mancano le stoccate al “nostro” Berlusconi e a Bush:

L’indipendenza dell’editoria è stata duramente limitata quando è diventata proprietà di grandi gruppi. Ci sono voluti due anni prima che grandi case editrici iniziassero a pubblicare libri che denunciavano le menzogne dell’amministrazione Bush, e molti di questi titoli sono diventati dei best seller. Sono convinto che se la stampa e le case editrici lo avessero fatto da subito, Bush non avrebbe portato il paese alla disastrosa guerra irachena.

La libertà della stampa è importante. Non ce rendiamo conto, ma influenza le nostre vite: pensiamo al caso sopra riportato della guerra irachena…. ragazzi: una guerra! Si poteva evitare. Così come si potrebbero evitarne altre se l’opinione pubblica si informasse e leggesse vere informazioni e veri approfondimenti.

Invece siamo inondanti da riviste di gossip e cacche varie, da TG che parlano in tono pietoso di cani abbandonati e, subito dopo, di veline e calciatori; e, poi, da libri ad alta diffusione e basso prezzo che trattano di storielle a lieto fine e improbabili serial killer. Stiamo copiando il peggio dell’America.

 

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