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Scrivere fantascienza (Robert Silverberg)

Robert Silverberg è uno degli scrittori di fantascienza più conosciuti e premiati ( ma… io non lo avevo mai sentito).

Questo saggio si divide in due parti.

Nella prima, troviamo una serie di consigli su come scrivere fantascienza. Silverberg lo fa raccontando molto della sua storia, dagli inizi al tempo presente. Cita molti dei suoi mentori, ma anche alcuni testi su cui ha cercato di formarsi e che invece gli hanno inspirato un terrore reverenziale nei confronti della scrittura.

Una cosa è certa: per scrivere buona fantascienza, bisogna saper maneggiare la materia letteraria, e ciò implica che si debba comprendere come descrivere un CONFLITTO. Senza conflitto non ci può essere una buona storia, e questo lo si vede fin dagli albori della letteratura.

Molta tecnica narrativa la elabori inconsciamente mentre assorbi la narrativa altrui.

Ancora oggi continuo a credere che ogni fiction, anche la più utile, sia un’arte purificatrice affine, nel suo proposito, alla tragedia greca: illustrando una tensione tra forze contrapposte (…) e risolvendo quella tensione, la fiction svolge una funzione di pulizia psichica.

Nella seconda parte invece Silverberg ci parla di alcuni grandi della fantascienza (Sheckley, Asimov, Sturgeon, Philip K. Dick, Heinlein e altri). E’ la parte che ho trovato meno interessante, soprattutto quando raccontava di scrittori conosciuti prevalentemente al pubblico americano.

Silverberg ha iniziato a scrivere fantascienza quando ancora questo genere non era ufficialmente riconosciuto. C’erano poche riviste, e se lui è andato avanti, diventando uno dei più pagati, è stato grazie all’enorme passione che lo ha spinto a scrivere tutti i giorni.

E’ un libro interessante (soprattutto nella prima parte) per chi vuole farsi ispirare.

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La mappa del tempo (Felix J. Palma)

Romanzo di fantascienza? Non proprio…

E’ diviso in tre parti, e ogni parte ha dei protagonisti diversi, ma a far da filo conduttore ci sono dei personaggi comuni: L’impresa Viaggi Temporali Murray e nientepopodimenoche J. H. Wells in persona, lo scrittore de “La macchina del tempo”.

Nella prima parte, Andrew Harrington, londinese di buona famiglia, si innamora di una prostituta, che all’improvviso viene uccisa da Jack lo Squartatore. Ricorrerà così all’Impresa Viaggi Temporali Murray per tornare indietro nel tempo ed evitare il delitto.

Ci riuscirà, ma solo apparentemente.

Nella seconda parte, Claire Haggerty è stanca della sua vita, si sente presa in gabbia, ha bisogno di libertà e capisce che nella società londinese di fine Ottocento non potrà mai trovarla. Decide così di prenotarsi un viaggio fino all’anno Duemila per assistere alla battaglia finale tra uomini e robot, dove intende rimanere per passare il resto dei suoi anni col capitano Shackleton, l’eroe che salverà l’umanità.

L’unico problema è che il capitano Shackleton è solo un attore ingaggiato dall’impresa Viaggi Temporali Murray, e la battaglia che deve decidere delle sorti dell’umanità è solo un gigantesco palcoscenico. Ma lei questo non lo scoprirà mai perché l’attore finirà con l’inventare storie ancora più assurde per portarsela a letto (no, non è una storia squallida: alla fine si innamorerà di lei e vissero felici e contenti).

Infine, nella terza parte, entra in gioco come protagonista lo scrittore Wells, che nelle due parti precedenti aveva dei ruoli secondari. Verrà infatti coinvolto nell’omicidio di alcune persone, tutte uccise con un enorme foro nel petto, come se fossero state attraversate da un fascio laser: lo stesso laser che l’Impresa Viaggi Temporali Murray aveva messo in scena nelle presunte spedizioni nell’anno Duemila.

E alla fine i piani temporali si incrociano tra loro…

Ad un certo punto, non molli più il libro perché vuoi capire cosa succede nella pagina successiva.

Il romanzo è scritto dal punto di vista di una voce onnisciente che ogni tanto si rivolge cortesemente al lettore scusandosi o informandolo di fatti paralleli alla trama principale.

Molto gradevole!

Il romanzo ha vinto numerosi premi, tra i quali il più famoso in Spagna è il XL premio Ateneo di Siviglia.

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Io sono vivo, voi siete morti – Emmanuel Carrère @HobbyWork

Un viaggio nella mente di Philip K. Dick

Philip K. Dick è l’autore di fantascienza che ha scritto “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” da cui è stato tratto il film Blade Runner di Ridley Scott (mentre da Valis, un altro suo libro, è stato tratto Total Recall, con Schwarzenegger).

Ve lo dico subito: se siete alla ricerca di dettagli biografici su Dick, meglio rivolgersi ad altre biografie, come quella di Lawrence Sutin o quella di Anne R. Dick, perché questa di cui parlo ora si concentra, davvero, sulla mente di Philip K. Dick. Che era un paranoico. Ma non è un modo di dire. Era un paranoico, malato, con tanto di ricoveri in strutture specializzate.

Fin dai quattordici anni è stato un assiduo frequentatore degli studi degli psicologi/psichiatri/psicanalisti, e poi ci ha dato dentro con medicinali di tutti i tipi. Era ossessionato dall’idea di venir spiato (dall’FBI, dalla CIA, dai russi, dai romani!) o, peggio, che la sua vita fosse una vita fasulla, di copertura, alla Matrix, per intenderci. Vedeva possibili nemici in tutti, ma alternava periodi di paura folle ad altri in cui si attorniava di amici (ehm… devo ammettere che di gente normale ne ho trovata poca: quando andava bene, erano drogati).

Ha avuto una sfilza di mogli con relativi figli, ma quasi ogni donna dopo un po’ non ce la faceva più e lo lasciava. Era un consumatore compulsivo di anfetamine, che gli servivano per produrre romanzi a più non posso (era capace di finirne uno in due settimane). Ogni tanto aveva le visioni: un occhio gigante che ti osserva dal cielo, una farmacista che si presenta alla porta e che, secondo lui, è l’inviata di una setta di cristiani sopravvissuti al massacro dei romani…). Era ossessionato dall’idea della sorella Jane, sua gemella, morta dopo quaranta giorni dalla nascita, perché sua madre non aveva abbastanza latte e non sapeva che si poteva nutrirla col latte artificiale (!!).

Ma è stato un fuori di testa nel periodo giusto, gli anni Sessanta. Ora è riconosciuto come autore mainstream (cioè non più scrittore di seconda qualità, ma avente diritto ad entrare nel novero degli artisti “seri”), e ci sono molti fanclub e gruppi che si uniscono in suo nome.

Non ho letto niente di Dick. Paul M. Sammon dice che era un bravo autore; Carrère non si sbilancia molto. Di sicuro era un visionario, che, tra le tante visioni, ne ha imbroccate alcune. Ma di lui capisco la ricerca di senso: e se un senso non c’è, allora, si inventa, ricorrendo alla paranoia o alla religione.

Umano, a suo modo.

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Sotto la pelle, Michel Faber

Un romanzo di fantascienza molto psicologico ed ecologico: piacerebbe agli ambientalisti e ai… vegani!
Isserley è un’aliena che guida per le strade delle Highlands scozzesi in cerca di autostoppisti da portare ai suoi colleghi per scopi che si chiariscono man mano che si procede nella lettura.
Il suo aspetto originario è stato rivoluzionato dai chirurghi e lei convive con cicatrici, dolori e repulsione di se stessa al solo scopo di racimolare carne preziosa per l’élite del suo pianeta.

Tutto è rovesciato: noi umani per Isserley siamo animali, e loro, che camminano a quattro zampe, sono pelosi e hanno la coda (lei non più) sono gli umani.
Ma Isserley è piena di paure, solitudine, stanchezza e dubbi, come possiamo esserlo noi, persone spelacchiate e dall’equilibrio instabile.
Sotto la pelle siamo uguali.

Nonostante la provenienza aliena dei personaggi, predomina l’introspezione e la descrizione delle bellezze naturali, non è un romanzo d’azione pura, anche se gli umani rapiti vengono trattati come carne da macello (gli tagliano lingua e genitali, vengono fatti ingrassare, spezzettati, impacchettati e spediti).

Un po’ lento ma si arriva comunque alla fine. Da leggere.

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