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Le brave ragazze non vanno avanti ma quelle toste sì (Kate White) @LibriMondadori

Sono a pagina 83 (su 299) ma sospendo la lettura.

La White parte da una premessa verificata da numerose ricerche sociologiche: le donne, fin da piccole, sono educate ad essere delle “brave ragazze”, ad intervenire solo quando viene loro richiesto, a seguire le regole, a fare tutto bene, a preoccuparsi di quello che potrebbe pensare la gente, ecc…

Ma se questo può essere di aiuto finché si è a scuola per prendere bei voti, poi, nel mondo del lavoro, i parametri per farsi strada sono molto diversi: serve iniziativa, sicurezza, capacità di delega, predisposizione al rischio, autonomia nella scelta degli obiettivi…

Senza queste abilità, la “brava ragazza” si vedrà soffiare le possibilità di carriera dai ben più allenati uomini che, fin da piccoli, sono educati ad osare, agire, essere sfacciati ed esporre la propria opinione.

Si complimenteranno per la tua regolarità, per la pazienza, perché prendi su di te una grossa fetta del lavoro globale e perché non corri stupidi rischi.

Noi donne

Abbiamo cominciato a preoccuparci di ciò che avremmo detto prima ancora di dirlo, mentre lo dicevamo e dopo averlo detto.

Per chi sogna di diventare una donna in carriera, possono essere utili le domande di questo libro. Eccone alcune ad esempio:

Nell’ultimo mese hai fatto qualcosa mai tentato prima nel tuo lavoro? Usato un approccio completamente nuovo per realizzare un compito o un progetto? Risolto un problema tormentoso che nessuno prima si era dato pena di affrontare? Preso una grossa responsabilità che esulava dai tuoi doveri? Presentato al capo un’idea che è riuscita a stupirlo? Realizzato qualcosa che ha reso verde d’invidio almeno la metà dei tuoi colleghi?

Non so voi, ma io ad ognuna di queste domande ho risposto un bel NO.

E sapete perché non continuo a leggere questo libro? Perché, anche se ho risposto negativamente, non me ne frega niente.

Sì, sono una brava ragazza che esegue gli ordini e che cerca di far bene i compiti che le danno da svolgere, e prendo uno stipendio commisurato alle mie (poche) responsabilità. Il mio obiettivo non è far carriera (non nel settore del mobile, per lo meno).

Ecco, adesso mi tirerete i pomodori, perché non sono come le dirigenti in tailleur e tacchi che si vedono nei film americani.

Ma è proprio questo, secondo me, il problema del libro: è radicato nella realtà statunitense.

Qui in Italia, nelle piccole e medie aziende, perfino gli uomini hanno difficoltà ad essere creativi e proattivi, figuriamoci le donne!

In secondo luogo, tutti gli esempi vincenti riportati dalla White hanno a che fare con attività creative: giornalismo, scrittura, riviste, architettura, marketing…

Ma in Italia le lavoratrici occupati in campi simili sono una esigua minoranza.

E qui mi rivolgo ai tipi della Mondadori (tra parentesi: se vi serve qualcuno che vi faccia reading/scouting, chiamatemi): volete pubblicare un bestseller sul mondo lavorativo femminile? Volete un bacino di clienti molto ampio per garantirvi alti numeri di vendita di un libro? Allora dovete avere commesse, impiegate, insegnanti e infermiere come target.

Perché, qui in Italia, per un libro come quello della White, non c’è pubblico (e infatti credo che abbia venduto ben poco).

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