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38 racconti – Erskine Caldwell

Erskine Caldwell

Racconti molto brevi, di poche pagine, pieni di dialoghi e di movimento. A volte i personaggi di colore sono stilizzati, a volte (a mio parere) un po’ ridicolizzati, ma Caldwell sa anche prenderne le parti, soprattutto quando i neri diventano le vittime di qualche gioco sadico o il bersaglio di uno sfogo temporaneo e fatale.

Le storie sono diversissime tra loro, cambiano le ambientazioni (sebbene si resti sempre nel Sud statunitense) e i protagonisti, anche i linguaggi. Non cercate grandi messaggi in questi racconti: il messaggio vero è la verosimiglianza, il non-è-vero-ma-potrebbe-esserlo. E questo non è poco.

Poi trovo fantastici i commenti che introducono ogni storia: è Caldwell che parla con molta ironia del mestiere di scrittore, dei critici, delle case editrici, dei suoi viaggi…  del piacere dello scrivere.

Caldwell è un cantastorie.

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Sfida del giorno

Smettere di leggere quando si sta mangiando qualcosa di unto con le mani….

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Fermento di luglio – Erskine Caldwell

Era da un pezzo che non riuscivo a terminare un romanzo. Ultimamente, solo saggi. Mi stavo preoccupando! Per fortuna sono incappata in questo libro in un mercatino dell’usato. Caldwell lo avevo già incontrato in una raccolta di racconti, ma la brevità delle storie mi aveva lasciato con un dubbio, nel senso che spesso la gente di colore vi era rappresentata come succube, a volteErskine Caldwellridicola, nella passività dimostrata davanti al bianco. Con questo romanzo, invece, tutti i dubbi sono stati dissipati. C’è ancora la figura del nero con la testa piegata, che non parla se non interrogato, che ti guarda e che non capisci cosa gli passa per la testa (Caldwell è molto bravo a descrivere i visi facendoceli vedere con gli occhi dei vari protagonisti), ma ora ne capiamo bene il perché. A differenza dei 38 racconti, questa è una storia davvero tragica. Un ragazzo di colore viene accusato di aver violentato una giovane bianca e incomincia la caccia all’uomo. Fin quasi da subito si capisce che non c’è stata alcuna violenza, che la ragazza gli è saltata addosso e che la vicenda si è gonfiata per colpa dell’estremo puritanesimo, del caldo, di una vedova piena di astio. Gli stessi uomini che danno la caccia al giovane non sono del tutto convinti della sua colpevolezza, ma entrano in gioco rapporti di potere, di vicinato, di parentela, a cui non ci si può sottrarre. Lo sceriffo Jeff è la quintessenza di questa ambivalenza. La sua prima preoccupazione è quella di non prendere partito, per non scontentare una parte dell’elettorato in vista delle prossime elezioni, ma tutto si complica quando un gruppo di incappucciati va nella prigione e si porta via l’unico nero che si trova là, un poveraccio messo al fresco per un traffico di auto usate, che lo sceriffo teneva in cella quasi controvoglia. Non sono neanche duecento pagine di romanzo (180 nella mia edizione) ma tutti i personaggi sono descritti in modo magistrale: pochissime parole e ti trovi davanti un contadino degli States meridionali, un giudice, un assistente sceriffo, una moglie impaurita, un povero disgraziato che si prende le cinghiate per sport. Fine tragica.

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Il ragazzo di Sycamore, Erskine Caldwell

Premetto che la mia versione non ha la copertina qui sopra. Si tratta invece di una edizione Mondadori del 1966, “I libri del Pavone”, copertina rosso mattone. Se ci fosse stata l’immagine di cui sopra, mi sarei posta dei dubbi, prima di iniziarlo.

Se l’ho aperto è perché l’enciclopedia mi diceva che questo Erskine Caldwell (1903-1987) nei suoi romanzi

formula una violenta accusa contro il sistema sociale americano, descrivendo i drammi della miseria, dell’ignoranza e dei contrasti razziali con un realismo crudo e potente, mai disgiunto da un forte senso del grottesco.

Io in questi racconti ho trovato solo il grottesco. I protagonisti delle vicende sono sempre gli stessi, una famiglia della provincia americana, mammà brontolona ma avveduta, papà combinaguai e patito delle gonnelle, bambino che assiste e racconta, negretto che fa da sguattero. Proprio la figura del negretto, che dovrebbe incarnare il contrasto razziale di cui questo autore, a quanto dice l’enciclopedia, si lamenta, è invece una figura che serve per far ridere.
Come quando si prende sempre le colpe delle bugie del padrone, quando finisce sbecchettato dai tarli per evitare che i loro becchi sveglino la famiglia prima dell’alba, o quando si mette a fare da bersaglio alle palle durante la fiera. Non ci ho visto umorismo, qui, che tiene sempre conto dell’umanità del soggetto di cui si (sor)ride.

Certo, certo: è un libro frutto del suo tempo, che pretendo?
Pretendo che le Garzantine, da cui ho preso la biografia di Caldwell, siano più accurate nei propri giudizi, cazzarola!

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