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Il corpo del capo, Marco Belpoliti

Parliamo di Berlusconi e di come si sia creato un’immagine che è diventata potere. Parliamo di Mussolini e di come si sia creato un’immagine che è diventata potere.

Aggiungiamo le riflessioni di Edgar Morin, Baudrillard, Pasolini, Levi, Susan Sontag… sulle maschere, sui segni, sulla pubblicità, sulla morte.

(…) la politica senza rituali o cerimonie, senza icone o simboli, è una scatola vuota, incapace di muovere le passioni e i desideri degli uomini.

Diciamolo: Berlusconi può starci sulle scatole, ma è riuscito a creare i suoi propri rituali in politica e in TV (stessa cosa?) e a muovere molto bene le passioni e i desideri degli uomini per sfruttarne poi il risultato. Berlusconi come manipolatore di segni, ma, anche e soprattutto, del proprio corpo, prima nelle immagini e poi col bisturi.

Mi chiedo quanto di queste sua capacità sia dovuto a uno studio finalizzato e quanto a una capacità intrinseca alla sua persona.

La pubblicità è efficace perché si nutre si irrealtà.

Questa affermazione è fantastica: mancano i punti di riferimento, gli estremi a cui appigliarsi per far confronti, dunque anche la realtà diventa indefinibile, come la luce che non può definirsi in assenza di oscurità. Il Tycoon come creatore di irrealtà.

Berlusconi

introduce nella sua politica l’immagine dei propri figli, vera novità nella politica italiana. (…) Il primo politico a presentarsi con uno stile casual nelle fotografie pubbliche è stato John F. Kennedy.

Capito?

Neppure Benito Mussolini ha usato la famiglia come momento della propria comunicazione fotografica.

Dal saggio di Belpoliti salta fuori un Berlusconi attentissimo al proprio corpo e alla sua presentazione, nonché un imprenditore con un’intelligenza scaltra, che per certi verti è spesso stata in anticipo sui tempi.

Attenzione, però:

Prima o poi, il tempo della verità di sé arriva per tutti, governati e governanti, umili e potenti, gregari e capi.

Non è per augurare male a qualcuno, ma… insomma: Berlusconi quand’è che se ne va fuori dalle scatole?

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Libri in fuga, André Schiffrin @volandedizioni

Che bella vita, quella di Schiffrin.

Figlio di un intellettuale russo, ha continuato il mestiere del padre, quello di editore. Ma non un editore come quelli che abbiamo oggi in giro: padre e figlio credevano nella capacità dei libri di cambiare le idee della gente. O, almeno, di far sì che la gente si ponesse delle domande, o che mettesse in dubbio le versioni ufficiali fatte girare dal governo e dalla stampa di regime.

Allo scoppio della seconda guerra Mondiale, la famiglia Schiffrin riesce, dopo molti tentativi andati a vuoto, a scappare negli Stati Uniti. E’ qui che Andrè cresce, come uno studente americano, anche se sui generis: quando, a partire dai 13 anni, scopre quanto è interessante la politica di quel periodo, non smetterà più di occuparsene.

Vicino alle idee riformiste di sinistra, finirà spesso nel mirino dell’FBI e della CIA, soprattutto durante il maccartismo: è interessante l’analisi che fa della società in quel periodo e delle conseguenze che tale paura strisciante farà ricadere fino ai giorni nostri.

In questa autobiografia parla anche dell’antisemitismo e delle università americane ed inglesi (studierà due anni a Cambridge); ma parla soprattutto della sua attività di editore, prima presso la Pantheon e poi, quando la Pantheon viene fatta fuori dalle strategie del profitto, presso la New Press.

Nelle ultime pagine si sente tutta la sua nostalgia per i bei tempi andati in cui gli editori facevano il loro mestiere, quando le case editrici non erano parte di enormi e fagocitanti gruppi orientati al solo profitto (solo un dato: all’inizio degli anni Cinquanta a New York c’erano 350 libreria, dieci volte più di oggi).

E poi, cita una miriade di intellettuali che ha conosciuto di persona: non solo Gide, gran amico di suo padre, ma anche Chomsky, Sartre, De Beauvoir, Leonard Woolf, Hobsbawm, Amartya Sen e molti altri.

Non mancano le stoccate al “nostro” Berlusconi e a Bush:

L’indipendenza dell’editoria è stata duramente limitata quando è diventata proprietà di grandi gruppi. Ci sono voluti due anni prima che grandi case editrici iniziassero a pubblicare libri che denunciavano le menzogne dell’amministrazione Bush, e molti di questi titoli sono diventati dei best seller. Sono convinto che se la stampa e le case editrici lo avessero fatto da subito, Bush non avrebbe portato il paese alla disastrosa guerra irachena.

La libertà della stampa è importante. Non ce rendiamo conto, ma influenza le nostre vite: pensiamo al caso sopra riportato della guerra irachena…. ragazzi: una guerra! Si poteva evitare. Così come si potrebbero evitarne altre se l’opinione pubblica si informasse e leggesse vere informazioni e veri approfondimenti.

Invece siamo inondanti da riviste di gossip e cacche varie, da TG che parlano in tono pietoso di cani abbandonati e, subito dopo, di veline e calciatori; e, poi, da libri ad alta diffusione e basso prezzo che trattano di storielle a lieto fine e improbabili serial killer. Stiamo copiando il peggio dell’America.

 

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Coincidenze

Cattedrali, medioevo e rosoni o vetrate in copertina… Qui copiano gli ingredienti come copiano le ricette.

 

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