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Al Grande Fratello si sono sbagliati.

imageL’errore riguarda tutti i Big Brother del mondo, e lo hanno compiuto gli autori del format.
L’errore consiste nell’aver scelto il romanzo sbagliato. Non avrebbero dovuto prendere 1984 di George Orwell, dove i protagonisti sono sottoposti alla coercizione di un governo oppressivo.
Avrebbero dovuto scegliere il titolo in base al romanzo di Huxley, “Il mondo nuovo”, e attribuire i nomi ai partecipanti in base a Brave New World: Lenina, Bernardo Marx, il Selvaggio (seppur non so se potrebbero trovare qualcuno di equivalente al Selvaggio nel mondo che segue programmi simili…).
Perché i partecipanti dell’attuale GF non sono sottoposti a coercizione, ma hanno scelto di andare là. Come i personaggi di Huxley, sono felici della loro situazione, sono felici di pensare come gli dicono di pensare, sono felici di godere di una gamma limitata di scelte. Il lavaggio del cervello ha funzionato meglio del bastone.
Provate a leggere “Homo consumens” di Zygmunt Bauman, ma anche “Ritorno al mondo nuovo” di Huxley, o “Amore per l’odio” di Donskis: sono gli ultimi libri che ho letto e tutti mi hanno portato a questa conclusione: gli autori mondiali dei Big Brothers, nonostante la loro intelligenza (ci vuole intelligenza per bloccare davanti agli schermi migliaia e migliaia di persone per tutti questi anni, non intelligenza emotiva, forse, ma intelligenza sì) hanno preso un granchio, hanno scelto la distopia sbagliata.
Ops…

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Volete la libertà? Sicuri??

imageDopo Donskis e i suoi frequenti richiami a “Il mondo nuovo” di Huxley, non ho resistito alla tentazione e ho iniziato a leggere questo libro. Personaggi bidimensionali, come nelle favole di esopo, ma tanto è il messaggio che conta, non le figure letterarie. Huxley ha iniziato come scrittore e ha finito come profeta, si dice. Per me, porta una sfiga non da poco… però anche Cassandra… eppure ci azzeccava.
Allora: nel mondo nuovo non si fa fatica, siamo tutti liberi di far sesso con chi si vuole (anzi, chi si sceglie un compagno unico è guardato storto), non ci serve più la religione, siamo tutti condizionati a vivere felici. La felicità è diventata un dovere sociale. Con alcuni piccoli inconvenienti.
“Noi preferiamo fare le cose con ogni comodità.”
“Ma ionon ne voglio di comodità. io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato.”
“Insomma” disse Mustafà Mond “voi reclamate il diritto di essre infelice.”
“Ebbene, sì” disse il Selvaggio in tono di sfida “io reclamo il diritto d’essere infelice.”
“Senza parlare del diritto di diventar vecchio e brutto e impotente; il diritto d’avere la sifilide e il cancro; il diritto d’avere poco da mangiare; il diritto d’essere pidocchioso; il diritto di vivere nell’apprensione costante di ciò che potrà accadere domani; il diritto di prendere il tifo; il diritto di essere torturato da indicibili dolori d’ogni specie.”
Ci fu un lungo silenzio.
“Io li reclamo tutti” disse il Selvaggio finalmente.
Mustafà Mond alzò le spalle. “Voi siete il benvenuto” rispose.

Mai contenti, gli uomini…

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Modernità e civilizzazione

imageSempre leggendo Donskis, trovo interessante la distinzione tra cultura e civilizzazione. Il discorso si inserisce bene nell’analisi dell’odio, perché parla di antimodernismo. Gli antimodernisti odiano la civilizzazione in quanto portatrice di frammentazione e meccanicità, in contrapposizione alla cultura, che invece è un fenomeno organico. Nietzsche, Mann e Spengler si rifanno tutti e tre a questa distinzione. La cultura è creatività; quando la creatività finisce, allora siamo al collasso della cultura, cioè nella civilizzazione. Ma Spengler va oltre, dicendo che se la cultura crea, allora la civilizzazione, che non può creare, può solo analizzare la cultura, e così facendo si caratterizza come entità prettamente intellettiva. Mi piace molto questo passaggio: “come Spengler ci ricorda, gli architetti medievali che costruivano le loro maestose cattedrali e chiese ne attribuivano la paternità a Dio, nascondendo i loro nomi alla posterità per sempre. Come Spengler sottolinea causticamente, accade in una civilizzazione disperatamente non creativa e vana che ci si fissi in maniera ridicola sul copyright e i diritti d’autore, senza essere in grado di produrre niente di valore”.
Donskis riprende sì Spengler per chiarire la distinzione tra cultura e civilizzazione ma poi se ne allontana mettendone in chiaro i limiti: perché Spengler alla fine cade nel determinismo dicendo che si può essere portatori di una cultura quando ci si nasce in mezzo, negando ogni libertà di scelta. Spengler critica la civilizzazione, era un purista della cultura, ma odiando la modernità ha gettato i semi per forme estremizzate di odio.
I no-global odiano la modernità. Non stiamo a valutare i perchè e i percome. Odiano. Punto. Ma questo lo dico io, non Donskis.

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Odio e marxismo (Donskis, ed Erickson)

imageArrivata alla lettura del terzo capitolo di “Amore per l’odio” di Leonidas Donskis, continuo a chiedermi perché l’autore insiste così tanto sul marxismo e sul comunismo. Da cittadino baltico qual è di sicuro deve portarsi dietro un’ossessione non indifferente per la Russia e la storia imposta dall’Urss all’est europeo, ma questa motivazione non è sufficiente. In realtà l’analisi del comunismo è strettamente legata allo studio sugli odi organizzati e soprattutto è esemplare per capire come la spersonalizzazione imposta dall’odio porti alla brutalità istituzionalizzata.
Marx era sincero nel suo tentativo di teorizzare un’alternativa al sistema di sfruttamento occidentale, eppure tutti coloro che si sono appropriati della sua filosofia per applicarla alle proprie realtà, hanno portato a dei regimi totalitari. Bisogna ricordare che, a dispetto degli studi incentrati sulla secolarizzazione e sulla morte di tutte le religioni, è proprio la religione che si pone come base comune sia del sistema occidentale che di quello comunista. Gli ideali di uguaglianza e fratellanza sono, per così dire, religiosi, ma anche la fede nella capacità di miglioramwento, nella perfettibilità e nel millenarismo: tutte “fedi” che hanno posto le fondamenta del comunismo. Eppure le applicazioni pratiche di questa teroia hanno fallito. Senza aver la pretesa di elencare le cause specifiche, riporto qui alcune considerazioni di Donskis.
Innanzitutto, la “religione” comunista, a differenza dell’islam è rimasta sempre superficiale perchè si è imposta con la forza.
In secondo luogo, è stato un sistema creato come reazione all’occidentalismo, e dunque relativo, sempre bisognoso di un nemico verso cui puntare il proprio odio.
Infine, Marx è partito dai principi scientisti dell’illuminismo e li ha spinti all’estremo, pensando di poter applicare la scienza all’uomo e dimenticando il fattore “libertà”, cadendo di fatto in un determinismo inapplicabile.
Donskis, riportando Gellner, dice anche che rendendo sacri molti aspetti della vita associativa, in particolare il lavoro e la sfera economica, il marxismo ha privato gli uomini di una via di scampo profana grazie alla quale evadere nelle fasi di scarso fervore. Perché non si può vivere nell’esaltazione perenne: un po’ di routine fa bene alla salute!
E ora, assurdità delle assurdità! Almeno per me, che non ho studiato Marx: lui riteneva che Russia, Cina ed India fossero i paesi meno indicati per un’attuazione del comunismo, perché il comunismo nasceva come reaqzione alla scoietà civile (che per M. significa “economica”) e all’individualismo, mentre i tre paesi di cui sopra non erano ancora arrivati a questo stadio!
In definitiva, le applicazioni pratiche del marxismo hanno sfruttato la paura e l’odio (basandosi sull’ambiguità di certi enunciati). E siccome paura e odio fanno parte di noi perchè sono un prodotto ineliminabile della nostra fragilità, restiamo alla mercè di gruppi e poteri che sfruttano queste tendenze.
S parte da un’utopia, euna promessa di salvezza, e si atterra su un totalitarismo. Scusate le semplificazioni: questo libro è molto denso, se non mi fermo ogni tanto a fare il punto della situazione, rischio di perdermi per strada.
Tanto più che basta avere un po’ di pazienza ed andare avanti con la lettura ed è lo stesso Donskis a spiegare la sua insistenza sul marxismo: “Se l’essenza dell’odio giace nell’idea dell’incompatibilità degli esseri umani, dei gruppi o delle società (…) allora il marxismo è il disegno simbolico di odio più potente e universalmente attraente”.
Questo è anche il motivo per cui il marxismo ha trovato terreno fertile in Russia, la cui cultura è dominata da una “ferrea logica di opposizione binaria”: niente sfumature, o tutto buono o tutto cattivo.

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Paura, eh?

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“Paura… angoscia…”
Mi pare iniziasse così la parte di Guareschi del film-documentario “La rabbia”, girato in collaborazione (collaborazione per modo di dire) con Pasolini. E le immagini scivolavano su uomini vestiti da donna, ragazzi che ballavano il rock come forsennati, scienziati russi che impiantavano una seconda testa a un cane…
Ebbene, ho iniziato a leggere in questi giorni “Amore per l’odio” di Leonidas Donskis (Erickson edizioni). Mi è subito rimasta impressa una cosa dalla prefazione di Zygmunt Bauman: odiamo perché abbiamo paura e abbiamo paura perché odiamo.
Dovrò ricordarmelo la prossima volta che vedrò la collega fare lo sgabetto a qualcuno in ufficio, poveraccia.
Ordinaria amministrazione a parte, la cosa riguarda pure me, s’intenda. Riguarda tutti.
Donskis si accinge a presentarci le forme in cui l’odio prende piede nel mondo moderno. La prima parte del libro riguarda le teorie cospirative della società. E’ la credenza, diffusa a livello comunitario, che ci sia un nemico che lavora alle nostre spalle per farci le scarpe (termini miei). La tendenza a vedere il male si è particolarmente sviluppata, manco a dirlo, nel mondo occidentale: pensiamo al medioevo e ai processi agli animali. Sapevate (io non lo sapevo, l’ho scoperto leggendo questo libro) che nel Medioevo si facevano i processi alle galline (quelle che, per fatalità della natura, sembravano galli) perché deponevano le uova? Con tanto di tribunali, avvocato del diavolo (quello vero), giudici, rogo, pubblico. Sembra anche che questo abbia in qualche modo dato una smossa allo spirito scientifico perché i fenomeni incompresi venivano prima sottoposti al vaglio dei tecnici… cosa che non si è verificata nell’estremo oriente, dove manca il concetto di un Male assoluto che complotta alle nostre spalle.
Donskis porta poi l’esempio del Protocollo dei Savi Di Sion, un “tramaccio” (sempre termine mio, per carità) a livello mondiale per giustificare pogrom e campi di concentramento, sia durante il regno di Hitler che quello di Stalin. Gli ebrei in effetti sono spesso stati considerati i manipolatori nascosti di varie cospirazioni: qualcuno ha lanciato l’idea che anche la rivoluzione francese e la caduta dell’Ancien Regime fossero stati il risultato delle loro macchinazioni segrete (per il fatto che poi, con la dichiarazione dei diritti di uguaglianza, loro sono stati tra i principali beneficiari).
Ma Donskis va oltre: afferma che queste congetture sulle cospirazioni non sono il frutto di grandi pensatori politici/filosofici/letterari, bensì saltano fuori dalle teste di personaggi di secondo piano, spie, furbastri, scrittori mediocri che non sono riusciti ad imporsi in altri modi. E le loro congetture si sono diffuse perché hanno seminato in un terreno che in quel momento, pieno di paure com’era, era fertilissimo. Poi, la massa, che assorbe tutto, ha fatto il resto.
Perché la paura (e dunque l’odio) prende piede soprattutto dove c’è insicurezza: di perdere il proprio lavoro, il proprio ruolo, i propri beni… Se non c’è un nemico specifico che minaccia questi beni, allora bisogna crearlo.
Il problema è che nemici specifici non ce ne sono quasi mai: perché è la nostra fragilità che ci rende insicuri e paurosi.

C’è qualcosa di peggio rispetto agli scribacchini furbastri che distribuiscono panzane per sollevare il popolo: ed è l’INDIFFERENZA COLLETTIVA (Adiaforia, ho imparato una parola nuova… che dimenticherò domani, ma pazienza):
“se evitiamo di reagire a ciò che ci appare come una battuta di cattivo gusto o anche un semplice nonsenso e ne risulta una tragedia, allora siamo destinati a ripetere l’errore a ogni altra tragedia successiva. (…) La pazzia di milioni di persone viene dal vuoto politico e morale che risulta dall’escluderci l’un l’altro. Prendendo le distanze da un gruppo di altri esseri umani o dai nostri concittadini, creiamo una sorta di vuoto politico e morale, che prestoo tardi sarà riempito da teorie e pratiche di esclusione e di odio”.

Dunque: io vivo in Veneto. Le battute sui terroni (di cui mia madre faceva parte) si sprecano. Ci sorrido su, quando le sento. Non odio i meridionali, figuriamoci, sono mezza meridionale pure io. Però questo mio ridere o sorridere non va bene. Devo ricordarmelo, la prossima volta. Questo è solo un esempio: non mi piace la Lega, ma la sua esistenza è la prova di quando sia vero quello che dice Donskis: vuoto morale, vuoto politico, e i piccoletti, i furbastri, i mediocri, spargono veleno, raccogliendo sempre frutto.

Ma vi aggiornerò sugli sviluppi del pensiero di Donskis man mano che andrò avanti con la lettura.

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Sulla paura

imageDa “Amore per l’odio” di L. Donskis. Ecco qualche parola dalla prefazione di Bauman Zygmunt:
“Le radici più profonde della paura contemporanea – la graduale ma inesorabile perdita di sicurezza esistenziale e la fragilità della propria posizione sociale – non possono essere affrontare direttamente, poirché le agenzie ancora esistenti di azione politica non hanno potere sufficiente per sradicarle in un mondo che si sta rapidamente globalizzando. E così le paure tendono a spostarsi dalle cause reali di malessere per scaricarsi su bersagli che sono solo remotamente, sempreché lo siano, connesse alle fonti di ansia, ma che presentano il vantaggio di essere prossimi, visibili, a portata di mano e per ciò stesso possibili da gestire. Tali battaglie sostitutive, intraprese contro un nemico sostitutivo, non cancelleranno l’ania, poirchéP le sue radici reali resteranno dov’erano, assolutamente intatte”.

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