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Like a destra, like a sinistra…

Per un pugno di like (Simone Cosimi)

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E’ un saggio di 109 pagine: una trentina sono di approfondimento a firma di alcuni esperti (psicologo, giurista, sociologo) e un’altra ventina di pagine costituiscono il glossario finale.

Al di là della parte iniziale, in cui si analizza come e chi ha introdotto il Like come strumento di valutazione di post e notizie in rete, il libro si incentra sulle conseguenze dei nostri clic.

Mettiamo Mi Piace quasi inconsapevolmente, e non ci rendiamo conto, tra le altre cose, che:

  • veniamo profilati sulla base delle nostre preferenze, soprattutto a livello commerciale, ma anche politico;
  • i post a cui mettiamo Mi Piace acquistano più visibilità anche tra i nostri amici;
  • continueremo a vedere più post su quell’argomento (come se non esistessero opinioni contrarie).

L’approfondimento più interessante, a parere mio, è quello giuridico:

Se nel post a cui mettiamo like vi sono contenuti offensivi, discriminatori o addirittura razzisti, il nostro Mi piace potrebbe configurare una condotta penalmente rilevante che potrebbe, addirittura, costarci un’imputazione per diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3, Codice penale.

La critica principale che posso muovere al libretto, tuttavia, è che, a dispetto del sottotitolo, “perché ai social network non piace il dissenso”, io non ho davvero capito perché Facebook e altri social non mettano un tastino col pollice verso.

La ragione vera, al di là di fumose dichiarazioni dei fondatori dei social, qual è?

Se un post non mi piace, non avendo un tasto veloce con cui esprimere il nostro dissenso, bisogna… DARSI DA FARE!

Bisogna attivarsi e scriverlo.

Mentre possiamo mettere Mi piace senza alcuna motivazione, per esprimere dissenso bisogna… fare fatica.

Quali sono i rischi di un eventuale tasto Non mi piace?

Potrebbe, ad esempio, sconvolgere gli algoritmi provocando il crollo delle visualizzazioni di un certo contenuto (con conseguenti ricadute economiche se è un contenuto commerciale o simil-commerciale).

O potrebbe causare rotture di antiche amicizie (cosa che credo interessi molto a Zuckenberg).

Ma la ragione vera per non mettere un tasto Non mi piace io non l’ho capita.

Forse, e lo si legge tra le righe, è che un tasto del genere costringerebbe la gente a pensare.

Voglio dire: il Mi Piace viaggia sul binario emotivo. Il Non mi piace va motivato, ti fa attivare il cervello. E in un contesto di “vendi tutto quello che puoi”, l’emotività è più redditizia.

Ma l’emotività ha altri lati oscuri:

Nel contesto del social media, che ai temi e ai dibattiti tende a privilegiare le risposte emotive piuttosto che il discorso ragionato, le caratteristiche delle piattaforme come le reaction di Facebook agevolano la mobilitazione della rabbia come strumento di potere.

Alla fine, comunque, la mancanza di un tasto Non mi piace avrebbe uno scopo più che altro commerciale:

La scienza del marketing si è spesso ridotta a questo: collocarci in una serie di tassonomie basate su ciò che ci piace.

Se ti piace, potresti essere disposto a comprarlo.

Se non ti piace, non interessa a nessuno.

 

 

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I meccanismi del tradimento maschile…

La terza moglie, Lisa Jewell

La terza moglie, Lisa Jewell

I libri di narrativa ti dicono le cose come stanno (oppure ti dicono quel che già sai), ma lo fanno con una vicenda particolare… nel caso in questione, questa sconosciuta (in Italia) autrice, ha raccontato la storia di un architetto con due ex mogli, cinque figli e una terza moglie che muore all’improvviso sotto un autobus, non si sa se per incidente o suicidio.

Pian pianino entriamo in questa famiglia allargata dove tutti sembrano vivere d’amore e d’accordo, e ci accorgiamo delle ferite che i divorzi e i tradimenti si sono lasciati alle spalle: soprattutto tra i figli.

Il romanzo è costruito come un giallo, dove gli indizi vengono rivelati poco a poco: ma sono quasi tutti indizi psicologici, strettamente legati ai caratteri e al passato dei vari personaggi. Devo ammettere che l’inizio non è entusiasmante, è lento, ci vuole un po’ per farsi prendere. Quel che mi ha colpito più di tutto, all’inizio, è la dipendenza degli inglesi dal tè e dagli alcolici…

Ma poi inizi ad avere a che fare con le doppie facce. E ti dici: no, non può essere così. E invece, in realtà, sì, è così: in scala più ridotta, senza morti di mezzo, ma è “normale” (cioè: rientra nella norma) che molte, moltissime persone ti dicano una cosa e ne pensino un’altra. E che parlino con amici e parenti di quel che pensano davvero di te. Chi non lo fa?

Alla fine si scopre perché Maya è morta. E cosa voleva fare prima di finire sotto l’autobus. E si scopre anche che il casino in realtà è partito da Adrian, che è passato da una donna all’altra e pensava di poterlo fare senza lasciar strascichi. Tipico comportamento da bambino che non pensa alle conseguenze di quel che fa. Ma, peggio di un bambino, che non si accorge delle reazioni e dei piccoli indizi che gli dicono come stanno davvero le cose.

Poi alla fine lo capisce, cosa ha fatto e… cambia. Ecco un bel paragrafo che mostra come funzionano i cervelli maschili quando decidono di non lasciarsi trascinare da un’avventura che sta per iniziare:

Adrian assorbì lo sguardo e lo tenne dentro di sè. Era ciò che avrebbe fatto da quel momento in poi con i complimenti e gli attimi carichi di complicità con donne bellissime che non erano sua moglie. Li avrebbe assorbiti e li avrebbe tenuti dentro di sè. Li avrebbe conservati come souvenir, ricordi del fatto che un tempo era stato un uomo che poteva scegliere la sua strada nella vita sulla base di stratagemmi e desideri di donne bellissime. Ma che adesso era un uomo che aveva trovato il suo approdo.

Ecco il punto fondamentale: quando ci si innamora, quando ci si lascia andare, a monte c’è sempre una decisione. Un atto razionale. Una scelta.

 

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