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Je ne suis pas Charlie

Fonti bibliografiche del post

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… O meglio, sono Charlie perché sono contraria agli assassinii in nome di Dio, alle donne, sfigurate, rinchiuse, picchiate, allo stato e all’estremismo religioso ecc… ma non sono Charlie per quanto riguarda lo strumento di questa opposizione: la satira.

Nella raccolta di articoli “Noi e l’Islam” tutti si dichiarano a favore della libertà di espressione, anche se supera i limiti, anche se offende.

(…) sarebbe un errore grave dividersi oggi sulla libertà d’espressione, che va difesa sempre, anche quando diventa libertà di dissacrazione.

Questo lo dice Aldo Cazzullo, e altri (non a caso quasi tutti giornalisti) lo seguono sullo stesso tono. Ma chi ha deciso che in nome della libertà di espressione si può scrivere qualunque cosa?

Poi, un giornalista francese, Bernard Henry Lévy, chiama le vittime di Charlie “martiri dell’umorismo”. Beh, martiri sì, e chi li ha resi tali deve essere punito in modo esemplare; ma non dell’umorismo. Ripeto: qui siamo nel campo della satira. Guareschi era un umorista, Charlie Hebdo no.

Non si tratta neanche di ironia. L’ironia getta dei ponti di comprensione con il “bersaglio”: crea una specie di unione tra chi la fa e chi la riceve perché presume l’intelligenza del destinatario, dunque una specie di parità. Chi fa satira, al contrario, non unisce nulla. Anzi: pianta paletti di confine, separa.

L’ironia interroga, critica, autocritica; ed è spesso portata avanti da chi è esso stesso parte di ciò su cui ironizza. La satira, invece, giudica, difende una morale comune, o la morale dell’autore. Socrate era ironico non perché voleva che la gente amasse Socrate, ma perché voleva che la gente amasse la Verità, o almeno la ricercasse.

Il riso ha sempre uno scopo correttivo, stiamo attenti a ciò di cui ridiamo: una risata è un castigo sociale, e un castigo lo impartisce sempre qualcuno che si ponte su un gradino più alto: sia il bullo che ride del bambino che inciampa su un sasso, sia il giornalista che prende in giro un’altra religione.

C’è una guerra culturale ed ideologica in atto: non si calmeranno gli animi prendendosi il gioco dell’altra parte. La satira nel caso dell’estremismo religioso non è libertà di espressione: rende impossibile il dialogo e l’integrazione, e per di più offende anche i musulmani moderati, che potrebbero essere i portavoce più autorevoli per parlare con gli estremisti.

Edgar Morin dice che per facilitare la vera integrazione, servono più matrimoni misti. Può essere una delle strade: sono le emozioni che fanno muovere le persone, e la famiglia è una fucina di emozioni. Anche la satira, certo, smuove emozioni; ma verso cosa? Verso l’integrazione o verso una maggiore divisione?

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La donna in gabbia – Jussi Adler-Olsen

Jussi Adler-Olsen

Ecco un altro libro che non avrei mai comprato se non fossi rimasta senza nulla da leggere in vacanza, con solo un’edicola (e pure misera) a disposizione.

Siamo in Danimarca, giorni nostri. Una giovane (ovviamente bella e intelligente e promettente e moralmente ineccepibile) politica viene rapita e rinchiusa in una camera iperbarica per cinque anni, non si sa perché e non si sa da chi. Ogni anno una voce le chiede se conosce il motivo per cui viene tenuta prigioniera, ma lei non ne ha idea, così la puniscono (o spengono la luce, o la riaccendono o modificano la pressione). La minaccia viene verbalizzata quando si scopre chi è il colpevole: farla morire in un giorno preciso ripristinando la pressione naturale (dunque, facendo scoppiare il suo corpo).

L’investigatore che si è messo in testa di indagare sulla scomparsa di Merete Lynggaard, Carl Morck è pigro ma acuto, ed è aiutato da un (forse) siriano molto sveglio (ma misterioso). Il caso gli è stato affidato perché è stato appena aperto un dipartimento deputato alle ricerche su vecchi casi irrisolti.

Prima sciocchezza: l’investigatore prende in mano il caso giusto in tempo per salvare la tipa (e stiamo parlando di cinque anni di prigionia). Seconda sciocchezza: i cattivi in questione, sono troppo cattivi e ridanciani, e gente così vendicativa di solito non dispone fin dalla tenera età della tecnologia necessaria a mettere in pratica i propri sogni di distruzione (questi avevano la camera iperbarica in casa, si può dire). Terza sciocchezza: il fratello della vittima che è celebroleso per un incidente, inizia a parlare nell’ultima pagina.

Potrei continuare. Ma la cosa fastidiosa non è stata tanto la somma delle sciocchezze, quando la tendenza dell’autore a divagare. Per esempio, secondo me si potevano tagliare le parti dedicate al caso parallelo del ciclista, che non c’entra nulla con la donna in gabbia. Oppure, tutte quelle perdite di tempo dovute alla burocrazia, alla descrizione della sfilza di persone da contattare per arrivare a quella giusta, l’attacco hacker…

Insomma, iniziato per forza e finito perché mi dava fastidio lasciarlo a metà (e un po’ perché volevo sapere se la Merete si salvava e chi era che la teneva in gabbia, va bene…)

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