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La croce e il nulla, Sergio Quinzio

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Cosa mi resterà dei tanti punti trattati in quest’opera? Di certo non le parti, incomprensibili per me, in latino, greco, ebraico… e a volte perfino in italiano. Sono le riflessioni di uno che, ad un certo punto della sua vita, molla il lavoro nella guardia di finanza, e si mette a studiare la bibbia, diventa teologo perché ha bisogno di capire, di mettere ordine.

Gli argomenti sono tanti, legati tra loro come gli anelli di una catena. Nomina le differenze tra la teologia del patto e quella della promessa, tra la concezione di S. Benedetto e quella di S. Francesco (dunque tra monaci e frati), tra la salvezza sul piano storico e quella sul piano personale, tra un tempo lineare e uno circolare. Si interroga sul senso della preghiera, sull’angelismo degli eremiti che sottoponevano il corpo alle esigenze dello spirito, sul fallimento delle promesse, sull’escatologia, sulla parusia…

Di tutto questo, cosa mi rimarrà? La curiosità. Continuerò a chiedermi perché uno come Quinzio continua a vivere sotto le ali della religione dopo averla studiata così a fondo e averne scarnificato i miti. Lui si risponde da solo: “La mia adesione alla chiesa è, piuttosto che ostacolata, aiutata dall’evidenza del suo squallore: mi rispecchio in essa, mi riconosco in essa”. Rimango con la curiosità su di un uomo che posto davanti alla scelta tra due supplizi, la croce o il nulla, sceglie la croce. Poiché il titolo del libro è “La croce E il nulla” e non “La croce O il nulla”, rimango con il dubbio che i due termini siano sinonimi. Insomma, è ambiguo. Come l’Essere Umano.

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Gesù ebreo per parte di madre, Alberto Maggi

Ebreo di nascita, sì, ma rivoluzionario di professione: è questa l’idea che ci si può fare leggendo questo libro (sebbene sia moooolto più prudente rispetto a quello che l’autore dice durante le conferenze che tiene in giro per l’Italia). Si può solo definire rivoluzionario uno che viene ad eliminare la religione e ogni tipo di intermediario tra Dio e gli uomini (o rivoluzionario, o… protestante). Il metro di riferimento non sono più leggi, regole, comandamenti, ma è l’atteggiamento nei confronti degli altri esseri umani: questo non è il Gesù della Chiesa cattolica apostolica romana, è un Gesù che è stato “rubato”, nascosto e sfruttato da un apparato di potere!

“Le più grandi tragedie della storia non si devono ai disubbidienti, ma a color che hanno ubbidito agli ordini ricevuti”.

Ovunque c’è potere, non ci può essere Dio (o Spirito Santo o quello che ci volete mettere voi, i senso non cambia). Ce l’ha col potere, questo Gesù, ad ogni livello e in ogni settore: religioso, politico o familiare. E allora mi sono chiesta: è davvero il potere il nemico? Quello che ognuno di noi vuole nel suo Io più profondo? Perché non chiedere immortalità? Su, andiamo, a che mi serve essere immortale se vivo come una pezzente senza elogi né adulazioni? E allora, proviamo con i soldi? No, non ci siamo… anche soldi sono una conseguenza del potere, non la causa prima, sono strumenti che utilizziamo per esercitare controllo. Può essere l’amore quello che vogliamo più di tutto? No. Perché l’amore non si può “volere”; posso desiderare di essere amato, ma non conosco nessuno che “voglia” amare, che “decide” di amare; l’amore non è un bisogno: perché si deve sentire il bisogno di fare fatica? Siamo animali, siamo esseri naturali, siamo impregnati di inerzia… l’essere amati è un bisogno (al passivo), l’egoismo è un bisogno, il potere è un bisogno.

Dunque sì, il nostro bisogno più profondo è il potere, e se dovessi scegliere tra immortalità e potere, sceglierei il secondo.

Mi resta il sospetto che ottenere potere sugli altri e sul futuro sia difficile eppure in qualche modo fattibile; quello che considero invece una chimera per l’uomo della strada, è il controllo su se stessi. Quando si parla di potere, il primo pensiero va sempre al controllo su quello che ci sta attorno: il mondo interno lo diamo per scontato. E sbagliamo.

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Cristianesimo dell’inizio e della Fine, Sergio Quinzio

Due premesse: che Dio stramaledica non gli inglesi, ma il latino (non l’ho studiatoooooo!) e la parola Nulla, che ritorna spesso in questo libro. Detto questo, iniziamo.

Il benessere è la nuova categoria assoluta di riferimento nella vita di ognuno, al posto della felicità di antica memoria. Una categoria statica, perchè è (meglio: dovrebbe essere) un punto di arrivo, verso la felicità, che forse è una forma mentis. Questa situazione è sintomo dell’inizio di un’epoca nuova o della fine di un’epoca vecchia? E’ un nuovo tipo di cristianesimo che cerca di infilarsi nelle maglie della società del benessere o è la fine del cristianesimo tout court? Certo, questo è un ragionamento che si basa su una concezione occidentale della storia, una storia intesa come avanzamento, una linea retta con una direzione ben definita (in altre culture la storia è un decadimento, in altre ancora è un ciclo, ma viviamo qui, dunque adattiamoci!). Forse è una domanda che richiede un approccio sia diacronico che sincronico, perchè il senso non può autofondarsi sulla storia stessa, bisogna cercarlo al di fuori. Comunque, è certo che il Cristianesimo attualmente in crisi non è quello iniziale, ma un Cristianesimo costruito proprio nel corso della storia, e non ci basta la scienza per studiarlo, perchè la scienza settorializza, mentre la caduta del senso del Sacro va studiata nel completto, non a settori isolati; lo studio di questa crisi non si può proprio fare in termini solamente scientifici, perchè, secondo Quinzio, “non è possibile comprensione senza partecipazione” (domanda mia: ma qui si sconfina nella fede?)

In cosa differisce il cristianesimo attualmente in crisi da quello dei primi cristiani? Che cosa non è stato tramandato e si è perso nei secoli?

– l’importanza della critica verso le vecchie tradizioni religiose e l’accusa di formalismo. Questo aspetto è stato messo in sordina perchè il ritualismo è una “pecca” anche del cattolicesimo attuale.

– la violenza;

– i fallimento della promessa circa la venuta del Regno. Questo Regno, per attutire la delusione, è stato interpretato ufficialmente in senso spirituale, non alla maniera degli ebrei dell’epoca, che si aspettavano proprio un regno temporale sull’esempio di quello di Davide (pensiamo anche agli zeloti). Gesù credeva davvero che mancasse poco all’avvento del Regno.

– La morte di Gesù non è un atto di espiazione per i peccati del mondo, ma un’accettazione totale del dolore, perchè solo attraverso questa porta si può rinascere.

– Il discorso escatologico è stato messo da aprte. Eppure la speranza rinasce sempre là dove meno te lo aspetti (v. la componente millenaristica del comunismo!), anche se poi l’istituzionalizzazione rovina gli entusiasmi iniziali (è il processo di Stato nascente di Alberoni, no?)

Insomma, la crisi è dettata dal passaggio dalla religione (unica verità/fede) alla cultura (si fa avanti il dubbio, la ricerca, la discussione su argomenti che prima si davanto per scontati). Il problema è che la discussione sulla verità finisce col prendere il posto della Verità stessa, che si diluisce e alla fine perde di concretezza. L’unico criterio regolatore della realtà resta allora proprio il benessere, che deve essere IMMEDIATO, perchè gli uomini si sono stufati di aspettare un regno che non viene.

Solo una frase per mettere in luce un punto di contatto con Maggi (sebbene Maggi sia più cauto su alcuni punti rispetto a Quinzio): “La morte di Gesù è la nascita del cristianesimo, perchè la religione nasce quando muore Dio”.

Quinzio non è acqua fresca, per me che non ho un linguaggio filosofico è pure difficile, ma mi pare di aver colto il senso di questo libro: il Regno non è arrivato, ma abbiamo ancora bisogno di sperare nella sua venuta perchè percepiamo la precarietà di questo mondo: “Poichè il regno non è venuto, la vera religione è ancora la speranza”.

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Per un cristianesimo non religioso, Sandro Vesce

La domanda da cui parte questo libro: cosa si può salvare della religione cristiana? Comincia parlando di quello che lui NON salverebbe o di quello che è superato. Ad esempio: la religione nasce per un’idea di dipendenza dalla natura. Ma oggi questo ha ancora senso, considerato che la natura la vediamo in TV e che viviamo in un mondo costruito dall’uomo? Risposta: no.

Altro esempio: il Credo del concilio di Nicea e la concezione di un Dio Creatore di tutto. Cosa mi cambia se Dio ha creato tutto oppure no, agli effetti pratici? Risposta: nulla.

Altro esempio: Gesù figlio di Dio. Cosa mi cambia se Gesù non fosse stato figlio di Dio? Risposta: anche qui, nulla. Il suo messaggio sarebbe valido comunque.

Ci sono dei passi logici e sensati in questo libro, uno è questo: “la religiosità non è un bene assoluto, nè un male assoluto; piuttosto, in certe ccircostanze è un risultato logico e un momento di vera crescita umana, in altre invece è un controsenso e un’esperienza invivibile”. Un altro è questo: il Cristianesimo è la religione dell’aratro.

Mi lasciano un po’ perplessa altri passaggi, in cui per argomentare in sfavore del clero poco preparato porta un esempio dell’alto clero del Cinquecento, quando un Borgia, essendo nobile, poteva trattare alla pari con altri nobili che avevano la possibilità di incidere concretamente nel sociale… Non penso che oggi il clero non sia preparato. Penso sia preparato in modo sbagliato, poco portato al confronto vero con idee diverse dalle proprie e (parlo per le alte cariche) troppo attaccato al potere e alla ricchezza (ma la chiesa non predicava la povertà?). Ma questo è un discorso lungo.

Sinceramente però non ho capito perchè il messaggio di Cristo non possa essere vissuto al di fuori di chiese e chiesette. L’attenzione all’umano che è il centro di tutto il vangelo (che ha ben poco di religioso nel senso storico del termine) è un messaggio universale, senza frontiere di spazio o tempo… che poi sia difficile da mettere in pratica, lo capisco. Ma un apparato come la Chiesa attuale rischia di farti buttar via il bambino insieme all’acqua sporca…

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