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L’amante giapponese, Isabel Allende @feltrinellied

L’anziana e ricca Alma Belasco all’improvviso decide di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in una casa di cura. Là conosce l’inserviente Irina Bazili, che assume come assistente. Irina si accorge ben presto che Alma nasconde dei segreti, e insieme al nipote dell’anziana donna, decidono di indagare. Scoprono così che Alma in gioventù si era innamorata del giardiniere della famiglia, Ichimei, giapponese di seconda generazione. Resteranno innamorati per anni, nonostante i matrimoni di entrambi e le vicende storiche.

La fine del romanzo mi ha creato un leggero effetto sorpresa, ma questo dipende più dal fatto che io sono poco perspicace che dalla bravura dell’autrice nel creare suspence. Non mi sono lasciata incantare come “La casa degli spiriti”, e non so se ciò dipende da me, che sono più disincantata, o se dipende dal romanzo, che non ha creato personaggi capaci di diventare “eterni”.

Trovo anche poco verosimile che Alma, all’inizio così riservata sul suo passato, ad un certo punto inizi a raccontare quello che le è successo senza un particolare motivo: è un passaggio troppo repentino. E poi: che Amore è, quello di Alma, se l’esperienza che ha di Ichimei è solo… di letto?

Attorno alla storia principale di Alma e Ichimei si snodano poi molte altre vicende, alcune dei personaggi che vivono nella casa di cura, altre delle persone della famiglia Belasco. Anche Irina alla fine ha una storia di sofferenza alle spalle, però non ho percepito i segnali di questa sofferenza finché la sua storia non è stata rivelata: si capiva che c’era qualcosa che la bloccava, che aveva delle difficoltà a innamorarsi, però questa incapacità non le bloccava altre espressioni vitali. Devo dunque ammettere che ho letto la sua storia senza averla aspettata con impazienza.

La parte più interessante del romanzo, secondo me, è quella in cui racconta la storia dei campi di concentramento di giapponesi negli Stati Uniti. E’ una parte di Storia con la S maiuscola che nei libri scolastici non mi risulta venga raccontata.

Giudizio conclusivo: storia carina ma non eterna.

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Una giornata di 36 ore (N. L. Mace e P. V. Rabins)

Ho problemi con la connessione internet, e sono rallentata nel postare sul blog, ma due parole su questo libro non posso non scriverle.

Sono 346 pagine, e ogni singola pagina mi ha fatto pensare a quante siano le difficoltà che un familiare deve affrontare quando qualcuno si ammala di demenza. Quando qualcuno non si ricorda che due minuti prima gli hai detto che uscivi, e va in confusione perchè non ti vede più… quando non riesce più a vestirsi… quando devi aiutarlo a farsi il bagno (e parliamo di persone come noi, pensate a quanto possa essere imbarazzante farsi aiutare in azioni che fino a poco tempo prima abbiamo svolto da soli)…

Il saggio affronta tutti (dico tutti e mi chiedo se possano esisterne altri) gli aspetti: dal rapporto di coppia, alla scelta di una casa di cura, alla depressione, alla tendenza del malato di perdere (o nascondere) gli oggetti, alla preparazione e somministrazione dei pasti…

Una cosa è importante capire: che la demenza non è un risultato necessario e inevitabile della vecchiaia. Anzi, no, c’è anche un’altra cosa importante da capire: la persona affetta da demenza è comunque una persona. Mai farle mancare la compagnia e gli stimoli.
Mi ha fatto molta tenerezza l’esempio della moglie che per aiutare il marito che non riusciva più a vestirsi bene, gli ha procurato dei calzini senza tallone. Una cosa così semplice.
Ci vuole energia per seguire un malato. Energia mentale ed emotiva (la fisica la lasci per ultima, ma in certi casi serve pure quella). Non la si estrae dai pozzi, la dobbiamo trovare dentro di noi, ma libri del genere un aiutino te lo danno.

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