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L’intestino felice – Giulia Enders

Intestino felice

Intestino felice

Non aspettatevi consigli dietetici, si tratta solo di una lunga spiegazione su come funziona il nostro apparato digestivo; però il modo in cui è esposta, rende tutto molto appassionante, anche perché la Enders, medico, ricorre a informazioni che non sono ancora del tutto di dominio pubblico, in quanto le ha ricavate da congressi chiusi ai più, i cui contenuti hanno bisogno di alcuni anni prima di diffondersi.

Alcune cose non le sapevo. Ad esempio, che il colon si dovrebbe svuotare ogni giorno di un terzo del suo contenuto (perché la sua forma è divisa in tre segmenti, uno ascendente, uno orizzontale e uno discendente). Se però si prendono lassativi,

può capitare di svuotare interamente il colon, cioè tutte e te le parti di cui è composto, e spesso bisogna aspettare tre giorni prima che si riempia di nuovo a sufficienza. Chi non conosce la regola dei tre giorni fa in tempo a inquietarsi di nuovo. Ci risiamo? Non so andando al gabinetto neppure il terzo giorno? E allora – paff – ingoia un’altra pastiglia o scioglie una polverina in acqua. E’ un circolo vizioso del tutto inutile.

Altra cosa che non sapevo: le impressioni olfattive raggiungono il cervello in maniera diretta, mentre gli altri sensi lo fanno in maniera più indiretta. Non solo: noi sogniamo con tutti i sensi, ma non con l’olfatto.

Molte pagine sono dedicate alla flora batterica, che può influenzare non solo la digestione ma anche l’eventuale obesità e, soprattutto, l’umore, tanto da favorire o contrastare la depressione e influenzare la voglia di vivere. Ho già letto in altri testi che l’alimentazione può influire sull’aggressività, ma qui si parla proprio dell’istinto naturale di vivere.

Infine, mi limito a spezzare una lancia a favore di una pulizia non disinfettata.

Più sono alti gli standard igienici di un paese, più sono diffuse le allergie e le malattie autoimmuni.

Basta con questa fissa di disinfettare pavimenti e superfici. Un po’ di batteri ci devono essere, anche per l nostro bene. La pulizia si ottiene con la diluizione (riducendo la densità dei germi, ad esempio cambiando l’aria di una stanza o lavando frutta e verdura), cambiando temperatura (sopra i 40°C muore la maggior parte degli E. Coli), oppure asciugando (se asciughiamo bene gli alimenti si conservano più a lungo).

Una cosa non mi torna: dai libri di Barnard, Esselstyn & C. ho letto che il grasso che ingeriamo viene automaticamente depositato così com’è nei cuscinetti. Tanto che analizzando il grasso sottocutaneo si può dedurre che tipo di dieta segue la persona. Ma la Enders dice:

Lo zucchero è l’unica sostanza che il corpo può utilizzare per produrre grasso con poco sforzo.

Da approfondire.

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Guarisci il tuo apparato digerente, dott. John A. McDougall

Conosco l’autore da altri libri, incentrati sulle malattie cardiache e sul dimagrimento attraverso una dieta vegana. Questo è uno dei più vecchi (ma in Italia arriviamo sempre dopo, con le traduzioni). I principi cardine dell’alimentazione senza (o quasi) alimenti di origine animale restano, ma cambia l’impianto dell’argomentazione.

Per spiegare i vari concetti (suddivisi in problematiche di salute: emorroidi, alitosi, diarrea o stitichezza, malattie intestinali, colite, polipi e cancro ecc…) il dott. McDougall stavolta si è servito di una coppia immaginaria che va nel suo studio e gli presenta tutte le sfighe di questo mondo legate a un’alimentazione sbagliata (= americana pura). Certo, le argomentazioni ci sono, e nonostante il tono leggero non si scade mai nella superficialità, però a me queste digressioni sugli hobby e abitudini di una coppia tipica americana mi lasciano un po’ perplessa.
Capisco che vogliano avvicinare alla lettura quelli che non ci sono abituati, e che per questo abbiano bisogno di personalizzare il più possibile il libro, ma disegnini e battutine mi disturbano un poco.
Però è un problema mio.

Leggetelo.

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Thrive – The vegan nutrition guide to optimal peformance in sports and Life (Brendan Brazier)

Trovato solo in inglese… Brazier è un triatleta professionista che, dopo aver provato tutti i tipi di diete immaginabili allo scopo di migliorare le sue prestazioni sportive, ha scoperto l’alimentazione vegana (in gran parte crudista), e ha deciso che è la migliore.

Le nozioni di base sono sempre le stesse, ma questo libro parte con una lunga introduzione sullo stress, in particolare lo stress a cui sottoponiamo il nostro corpo quando lo costringiamo a digerire certi alimenti.

Siccome allo stesso tempo sto leggendo anche “The starch solution” del dr. McDougall (anche questo in inglese, cavoli, e per di più in E-Book, perché costava molto meno del cartaceo: editoria italiana, possiamo svegliarci per favore?), mi ha colpito la piramide alimentare di Brazier.
Entrambi sono per un’alimentazione vegana, ma mentre il dott. McDougall mette alla base della piramide i cibi a base di amido (cereali, patate, vegetali amidacei ecc…), brazier ci mette i vegetali (“fibrous” li chiama: ma i vegetali non contengono tutti fibre?), lasciando i carboidrati amidacei alla punta della piramide, cioè come alimenti da consumare ogni tanto.
Invece, Brazier è un fan scatenato degli pseudocereali (amaranto e quinoa in primis, che comunque sono amidacei, sbaglio?), e ammette gli oli aggiunti, se pressati a freddo e di un certo tipo, cosa che McDougall preferisce sconsigliare.

Brazier ha una posizione più vicina a quella del dottor Fuhrman e alla sua dieta nutritariana, con qualche eccezione.

Tutte queste differenze tra diete a base vegana mi convincono sempre di più che dell’alimentazione ne sappiamo davvero poco. Tutti questi professionisti hanno ottenuto dei risultati (dimagrimento, protezione da certe malattie, miglior umore, rallentamento dell’invecchiamento…), ma sono solo i dettagli a cambiare. Non possiamo dire “elimina i grassi” oppure “non mangiare patate” se queste affermazioni sono scollegate dallo schema generale dell’alimentazione e dello stile di vita di una persona.

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La dieta nutritariana – Joel Fuhrman

La tesi di fondo non si discosta dal libro precedente, Eat to live, ma stavolta si incentra un po’ di più sul confronto con altre diete (dalla mediterranea alla paleo, ad esempio) e ci sono piccole differenze in merito alla percentuale di proteine animali ammesse (che se prima era attorno al 10% ora sono sul 5%, ma, ammette, se tendono a 0, ancora meglio). Dice inoltre che ha scoperto quanto facciano bene le alliacee crude (aglio e cipolle varie) e i funghi cotti, e dunque negli ultimi cinque anni la sua dieta incorpora questi alimenti molto di più.

Mangiate, dunque, tutti i giorni, le G-bombs:
G = greens – verdure verdi
B = beans – legumi
O = onions – alliacee
M = mushrooms – funghi
B = berries – frutti di bosco
S = seeds – semi

Il suo approccio si basa sull’abbondanza di questi alimenti, non ci si alza mai da tavola con la fame, anzi. Certo, si tratta anche di ridurre il sale (e qui io faccio una fatica della malora!!!) e gli oli, che sono grassi senza nutrienti.
Attenzione, però: non è d’accordo neanche con i medici vegani Ornish ed Esselstyn, che proclamano una dieta vegana low fat come la migliore. Secondo Fuhrman i semi, pur essendo grassi, sono da integrare nella dieta, come testimoniano molte ricerche recenti. Io dico la mia: a parole Fuhrman non si dice d’accordo con questi altri medici, ma poi alla fine anche lui limita le dosi di frutta secca e semi a una manciata al giorno (circa 30 grammi, o un po’ di più per gli sportivi), dunque le posizioni non si discostano molto.

Ecco la lista delle cose da mangiare ogni giorno:
– grande insalata mista come portata principale di almeno un pasto
– una porzione (preferibilmente intorno ai 200-250 gr) di legumi
– una porzione doppia di verdure al vapore
– frutta secca e semi, almeno 30 g le donne, 40 g gli uomini. La metà deve essere costituita da noci, semi di canapa, di chia, di lino o di sesamo
– mangiare un po’ di funghi cotti e di cipolla cruda
– mangiare almeno tre frutti.

La riduzione di peso è garantita, almeno da quello che riportano le testimonianze nel libro. Ma è sulla salute che il dottore punta l’accento, sulla risoluzione di problemi cardiovascolari, depressione, e altra bella roba.

Partendo già da una base vegana, questo vademecum per me è una bazzecola. A parte il sale. E’ da una settimana che l’ho tolto, e mi sembra di essere una condannata ai lavori forzati (le spezie non sono la stessa cosa!!), anche se devo ammettere che ogni giorno va un po’ meglio. E voi ci avete mai provato?

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Più sane dentro e più belle fuori in modo naturale – Dott.ssa Joey Shulman

Tanto per sfatare le malelingue di quelli che dicono che leggo tanto in materia di nutrizione ma solo libri di una ben definita sponda, premetto che questa dottoressa non è vegana.
E ciononostante non metto in dubbio che il suo sistema funzioni, a livello di salute generale: in America è tutta una questione di estremi, si passa dagli over-size che non riescono ad entrare negli aerei a quelli iper-fissati con la nutrizione e gli smoothies.

Il programma della Shulman si articola in quattro fasi:

1) Cinque giorni per depurarsi: eliminare tutti i cereali, i latticini, la carne rossa, gli zuccheri, assumere probiotici tutti i giorni ai pasti, aumentare il consumo di alimenti ricchi di fitonutrienti, bere otto bicchieri d’acqua o di tè alle erbe al giorno, consumare un cucchiaio di semi di lino macinati al giorno.

2) Alimentazione: si basa sul rispetto delle seguenti proporzioni:
40% carboidrati integrali
30% grassi buoni (non di certo grassi trans o olio di palma!)
30% proteine (magre, non carne rossa o salumi)
ad ogni pasto.

3) Idratazione. E qua uno si aspetta che riprenda il discorso sull’acqua. E invece no: tutto il capitolo è dedicato agli Omega 3 (che secondo l’autrice non bisogna prendere solo dalle noci e dai semi di lino ma anche da certi tipi di pesci, facendo attenzione agli inquinanti).

4) Mantenimento.
Qui si trovano alcuni suggerimenti da applicare per il resto della vita, come: non mangiare dopo le 19, mangiare fino a sentirsi sazi ma non strapieni, fare almeno 4 pasti al giorno, non contare le calorie.

Ma ci sono poi altri tre elementi da integrare nella dieta: sonno, esercizio, felicità.

Ho scoperto che il tempo ideale per addormentarsi dovrebbe essere compreso fra i 10 e i 15 minuti. Se ci metti di più, hai difficoltà ad addormentarti, se ci metti di meno, sei esausto e non avresti dovuto arrivare a questo punto.

In complesso: niente di nuovo.
Noto però che quasi tutti i libri letti sul benessere ultimamente riportano la felicità tra gli elementi importanti della salute.

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La mente supera la medicina – Lissa Rankin

Lissa Rankin ha un curriculum di studi da medico standard, figlia di un medico standard e con anni di esperienza come medico standard. Insomma, era un dottore che credeva che la biologia e la fisiologia fossero gli elementi cardine della salute. Tuttavia era insoddisfatta dei risultati che otteneva con i propri pazienti, era insoddisfatta del suo ruolo di medico-burocrate e della sua salute, sempre al limite della malattia grave.
Finché ad un certo punto, in seguito a una serie di eventi (lutti e malattie che l’hanno colpita in un brevissimo lasso di tempo) si è detta: basta, o mi fermo o schiatto.
E così ha lasciato il suo lavoro fisso di medico e si è trasferita in un luogo più vivibile, più verde, dedicandosi all’arte e alla scrittura. Ma le coincidenze non la lasciavano stare. Continuava a incontrare certi tipi di persone, a parlare di certi tipi di guarigioni…

La curiosità femminile si è mixata con l’atteggiamento medico e Lissa Rankin ha iniziato a studiare il ruolo della mente nella salute e nella malattia. Partendo proprio da un approccio scientifico, si è posta l’obiettivo di studiare l’effetto placebo e quello nocebo.
Pian pianino si è accorta di quale ruolo importantissimo possa giocare la nostra mente.
Non arriva mai a dirci di abbandonare le cure allopatiche, perché se la medicina moderna ha raggiunto dei risultati, quando si può bisogna approfittarne. Ma ha scoperto che l’approccio fisiologico, quando esclusivo, è troppo estremo. La salute dipende da più concause, e se se ne va, bisogna lavorare su più fronti.

La felicità spiana la strada alla longevità

Si tratta non solo di rivedere completamente il rapporto medico-paziente, col paziente che deve prendere in mano la propria salute e rientrare in contatto col proprio corpo; ma anche di ripensare al concetto di cura. Prendersi cura del paziente non significa dargli in mano una ricetta e spedirlo fuori dallo studio entro i dieci minuti canonici.

Gli aspetti che influiscono sulla nostra salute (sia sulla mente che sul corpo) sono:
– la sensazione di non essere impotenti
– la meditazione/contatto col corpo
– la sessualità
– il riposo
– un’attività lavorativa che risponda alle nostre passioni
– la spiritualità
– la creatività
– le giuste relazioni sociali

Ovviamente, inutile farsi overdose di yoga e vivere in un ambiente familiare da favola, se poi fumi cinque pacchetti di sigarette al giorno e ti strafoghi di patatine fritte e alcool… ma è anche vero che un vegano crudista work-out addict può essere più malato di un couch-potato americano se è emotivamente represso o se non ha rapporti decenti con la gente che frequenta.

Ecco… Io a Lissa Rankin do ragione su tutto ma poi, quando leggo frasi come quella che seguono, mi pare di leggere il libro scritto da una marziana che non ha la più pallida idea di dove si trovi il Nordest italiano:

(…) quando sul lavoro ti senti libero di essere creativo, sei autonomo e rispettato, hai scopi chiari di cui puoi misurare il raggiungimento, sei appoggiato dai colleghi, credi di stare facendo qualcosa in sintonia con i tuoi valori, sai di essere utile agli altri, senti di avere una scopo e una missione, riesci a esprimere le tue doti, sei ben pagato e hai tempo libero a sufficienza per fare altre cose, è molto più probabile che godrai di buona salute e non sarai stressato sul lavoro.

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Kefir, il fermento della salute – Jolanta Kowalczyk

Non era il libro che cercavo. Inizia con una lunga introduzione sulla bontà e sull’efficacia dei prodotti fermentati, su quanto facciano bene, e poi si dedica alla storia e alla geografia del kefir con tanto di formule chimiche. Ne risulta che il tempo tecnico/pagine rimaste alla parte pratica sono limitate.
In particolare, per quanto mi riguarda, mi servivano delle dritte per il kefir al latte di cocco, ma qui si fa solo un breve accenno ai kefir vegetali, per dedicarsi a quello più conosciuto (di latti vari e di acqua), che già di per sé, in confronto ad altri alimenti, è… poco conosciuto.

In compenso, alla fine ci sono, oltre ad alcune ricette veloci veloci, dei consigli per utilizzare il kefir come cosmetico. Per esempio, come struccante, mischiandolo all’olio di mandorle. O come maschera di bellezza, mischiandolo con una banana schiacciata.
O, ancora, come impacco per i capelli, insieme al lievito di birra e al miele.
Personalmente, lo consiglio, il mio kefir di cocco, come impacco preshampoo, perché oltre ai benefici dei fermenti (e alle vitamine e all’azione astringente per capelli grassi), il cocco contiene sostanze che ammorbidiscono e rinforzano i capelli.

Mi resta il problema della produzione industriale di kefir di cocco. Cinque fette di pane alla mattina con abbondante marmellata ne consumano troppo poco… (lo uso al posto del burro). Accettasi consigli.

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Figli vegetariani, (dott.) Luciano Proietti

Ieri mia suocera mi ha detto che per mio figlio di sei anni è ancora troppo presto per togliergli la carne. Alle mie controragioni ha risposto: “Ma da dove le prende le proteine?”
Zio Billy. Pazienza lei che ha superato i settanta, ma è pieno di gente che non sa neanche a cosa servano le proteine, cosa siano e quante ce ne vogliamo, e tuttavia è terrorizzata di non assumerne abbastanza! 😦
Sempre ieri, una signora molto più giovane mi ha detto che doveva andare a lamentarsi con la maestra perché a scuola hanno insegnato che il latte della mucca serve al vitellino, e questo ha comportato delle difficoltà al momento della colazione mattutina con la bimba. Eh, non esiste un’alternativa al latte vaccino, no? Siamo nel terzo mondo dove si muore di fame, cavolo!!

Partiamo dal libro, che mi innervosisco meno.
Il taglio dato dal pediatra Proietti non è il solito, perché lascia anche molto spazio alla storia dell’alimentazione, spiegando le ragioni della situazione attuale.
Ad esempio, perché siamo così vogliosi di introdurre la carne nello svezzamento? Tutto risale alle origini dell’industrializzazione, quando le mamme dovevano andare a lavorare presto e lasciare il bimbo senza latte specie-specifico. Che succedeva? Che tanti piccoli morivano. Colpa della mancanza di ferro, questa è stata la spiegazione per decenni. E continua ad esserlo anche ora, che le mamme godono del diritto di allattamento e che potrebbero allattare i figli più a lungo senza fargli mancare nulla.

Altro dato interessante riguarda la lattasi sufficienza in base al colore della pelle e della latitudine: la lattasi deficienza era la “normalità” perché dopo una certa età è normale che i cuccioli umani non digeriscano più il latte. Ma andatevi a leggere nel libro cosa è successo quando le popolazioni si sono spostate dall’Africa ai paesi più nordici e hanno incominciato ad allevare animali. Vi riporto solo uno stralcio:

La pelle chiara al pari della lattasi sufficienza, facilita e incrementa l’assorbimento del calcio a livello intestinale. La pelle chiara consente ai raggi solari di penetrare attraverso lo strato più esterno della pelle e di convertire una particolare forma di colesterolo che si trova nell’epidermide in vitamina D3.

E perché i latti delle differenti specie sono diversi? Dipende da quanto succhia il cucciolo. Proietti riporta vari casi (che servirebbero tutti da risposta alla mamma che ho incontrato ieri e che aveva problemi con la maestra!!), ma questo è quello più interessante:

(…) quanto abbiamo detto finora può spiegare anche la curiosa “anomalia” rappresentata dall’assenza di lattosio nel latte dei mammiferi marini: infatti, il latte di foca, tricheco e leone marino è ricco di vitamina D e non ha bisogno del lattosio per incrementare l’assimilazione del calcio.

Mio marito dice che il cervello umano ha cominciato a svilupparsi quando abbiamo incominciato a mangiare carne. E sì, perché lui, allora, c’era… 😦
Questo o è uno dei miti che continuano a diffondersi. Ecco cosa dice Proietti:

“Si ritiene che il nutriente che determinò questo sviluppo non fu, come spesso si dice, il cibo proteico, cioè la carne, ma un grasso abbastanza raro che si trova per lo più negli ambienti marini: è un grasso polinsaturo a catena lunga (…) che noi oggi chiamiamo “Omega 3″.
Come fecero i nostri antenati ad assumere gli acidi grassi omega 3 a catena lunga? imparando a cibarsi di alghe, ricche di questo nutriente, o, forse, anche di molluschi e crostacei, di cui erano ricche le rive dei grandi laghi africani.”

E ricordiamoci che noi siamo primati, dunque frugivori, dovremmo mangiare frutta, radici, foglie, semi, alghe e saltuariamente qualche cibo animale (non dico formiche, come gli scimpanzé, ma insomma, non di certo due bistecche al giorno come suggerisce qualcuno).
Non è una dieta strettamente vegana che, come dice Proietti, è antifisiologica, ma ci siamo molto vicini.

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Mangiar sano e naturale con alimenti vegetali integrali, Michele Riefoli

Sostanzialmente non posso che trovarmi d’accordo con Riefoli sul tipo di alimentazione che fa bene alla salute, nonostante – lui è il primo ad ammetterlo – non esiste un’alimentazione perfetta in senso assoluto. Interessante la sua proposta di invertire il pranzo con la colazione (ma per conoscerne i motivi, dovete leggere il libro 🙂

Mi trova un po’ meno d’accordo sul consiglio di moderare l’assunzione di frutta perché con essa aumenterebbero le calorie ed il carico glicemico: c’è gente che vive di sola frutta e non soffre di diabete né di sovrappeso. Non mi trova neanche d’accordo sul fatto che si debba ridurre l’apporto di tè, senza distinzione. Io bevo circa un litro di tè verde al giorno, e sono innumerevoli i testi che parlano dei benefici che apporta questa bevanda (anche se devo evitare di berla dopo le 16, e questo varia da persona a persona, perché qualcuno, come la sottoscritta, può avere difficoltà ad addormentarsi).
Non mi piace neanche che citi Wikipedia, non lo trovo scientificamente serio.

Nonostante il testo sia molto articolato e tocchi un po’ tutti i punti dell’alimentazione (dalla conformazione dell’apparato digestivo allo stile di vita, dalle conseguenze per l’ecosistema e alle proprietà dei vari alimenti naturali), a volte pecca di ironia nei confronti di chi resta tra le braccia dell’alimentazione occidentale tradizionale. Ma soprattutto non mi piace, a pelle, che si debba inventare un nuovo “sistema alimentare”, il Veganic, appunto: cioè un sistema VEG di Alimentazione Naturale Integrale Consapevole.
Cioè: il vegano non basta più, perché anche un vegano può mangiar male, se per esempio abbonda in grassi, ma perché rendersi promotori di un nuovo TM? Questo TM sul logo del Veganic mi disturba. Tutti vogliono diventare guru alimentari. Non basta auspicare un miglioramento dell’alimentazione per la popolazione, bisogna sottolineare che quel miglioramento è stato fatto in nome del proprio logo.

Marketing.

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L’uomo e la morte, Edgar Morin

Ci ho messo un po’ a riflettere sul come affrontare l’articolo su questo titolo, perché ogni recensione rischia di banalizzare l’enorme mole di ragionamenti (filosofici, storici, antropologici, psicologici, letterari) che si srotolano tra le pagine. E anche le vere e proprie recensioni che ho trovato in giro, dei contenuti del libro dicono poco: senza cattiveria, semplicemente perché è un libro che va letto. Non si può riportarne uno stralcio senza perdere la ricchezza dei collegamenti che lo legano al prima e al dopo.

Qui accenno solo al tema principale: la paura/rifiuto della morte va di pari passo con l’affermazione dell’individuo rispetto alla specie. Cioè, dove prevale la specie, questa copre con un manto protettivo l’orrore della dissoluzione dell’individuo. E perfino dove sembrerebbe che il rifiuto della morte sia bandito (omicidio, cannibalismo), in realtà Morin ci dimostra che queste eccezioni riescono, alla fine, a confermare la sua tesi.

Il libro è degli anni Settanta, qui proposto in una nuova traduzione (Riccardo Mazzeo, editor storico della Erickson).

Incredibile come un libro del genere riesca a intrecciarsi con gli argomenti che mi occupano gli scaffali negli ultimi mesi. Si intreccia con un testo di etologia (amore e morte) che mi ricordava come la cellula è praticamente immortale quando dice:

La morte è il prezzo dell’organizzazione, della differenziazione, della specializzazione.

E al contempo si intreccia ai libri sul buddismo. Perché? Perché se noi ci considerassimo parte di un Tutto, allora sì che saremmo indifferenziati, e, dunque, immortali…

Si intreccia ai miei saggi sull’alimentazione e sull’intestino, quando dice:

Se i fagociti e il tessuto connettivo si comportano così male, ciò dipende dal fatto che resistono meglio, nella loro semplicità barbara, alle tossine che provengono principalmente dall’intestino crasso. Sono le fermentazioni intestinali che, alla lunga, intossicano il corpo umano, si comprende quindi il disprezzo che Mecnikov provava per quest’organo che avrebbe voluto sopprimere.

(OK, ma questo Mechnikov confondeva la conseguenza, l’intestino otturato, con la causa, l’otturazione data dall’alimentazione scorretta)

Fortissima l’osservazione che l’uomo, fatto di cellule potenzialmente immortali, è mortale. Dove sta l’intoppo? La morte, allora, è naturale o innaturale?

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