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Eppure cadiamo felici, @Enricogaliano @garzantilibri

E poi dicono che la macchina del tempo non esiste…

Sì, che esiste, basta leggere un libro ben scritto che ti fa rimettere nei panni che indossavi a 15, 16, 17 anni. E’ quello che ha fatto Galiano, e se è stato inserito nella lista dei migliori insegnanti nel 2015, un motivo c’è: sa capire il casino che regna nella testa degli adolescenti. Ve lo ricordate? Io pensavo di essermelo dimenticato, e invece è ancora tutto là nella mia testa, mi è bastato leggere questo romanzo per rievocarlo.

C’erano passaggi in cui mi sembrava che stesse raccontando la mia storia. Non tanto negli eventi vissuti dalla protagonista, ma nelle sensazioni descritte.

La confusione.

L’incapacità di dare un nome a certi stati d’animo.

La paura dell’esclusione.

Il bisogno di mettere tutto in dubbio.

Se c’è una cosa in cui ho trovato poco verosimile il libro, è che Gioia, la protagonista, fino ai diciassette anni non si è ancora interessata ai maschi, non ci ha ancora pensato. Prendersi una cotta a 17 anni è un po’ tardino, per gli adolescenti contemporanei, anche se Gioia è un po’… alternativa.

E’ comunque un libro molto bello: ad un certo punto sfiora il genere thriller, ti fa venire mille dubbi su quello che credi di aver intuito, perché non capisci più se tra Gioia e Lo è stato vero amore o se Lo ha dei problemi grossi…

E poi… Alzi la mano chi non si è sentito così:

Il brutto della faccenda è che è praticamente scritto che oggi, quando sarà a casa, quando ormai sarà troppo tardi, le verrà fuori preciso e perfetto il discorso che avrebbe dovuto fare alla Batta e alle sue amiche per spegnerle definitivamente.

Oppure, ditemi se non concordate in pieno con questa frase:

Il migliore dei mondi possibili è quello dove nessuno ha bisogno di tradurre sé stesso, per farsi capire dagli altri.

Ecco cos’è questo libro: una DeLorean.

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Home before dark – @susancheever

In Italia non si trova molto di John Cheever: questa sua biografia ho dovuto comprarla e leggerla in inglese. E’ scritta dalla figlia Susan, a sua volta scrittrice: l’avevo “incontrata” nella sua biografia di Louisa May Alcott, e mi era piaciuta molto.

Tuttavia, questo libro non mi ha appassionato allo stesso livello.

John Cheever non ha certo avuto una vita avventurosa, e riconosco le difficoltà che si possono incontrare nello stilare la vita di uno scrittore: uno scrittore scrive, non c’è molto altro da aggiungere!

Il resto della sua vita è stato segnato dalla normalità (qualunque cosa si intenda con questa parola), dalla famiglia, dai frequenti traslochi, dai suoi cattivi rapporti con la moglie, dalla sua omosessualità latente e dall’alcolismo.

Era una biografia dovuta, ma non posso definirla appassionante. E’ scritta bene, ma alla sera non tornavo a casa con la voglia di prenderla in mano per mettermi a leggere. Ammetto anche di aver saltato dei passaggi (più che altro descrizioni di paesaggi e di comuni visite tra vicini di casa). Nonostante questo, è comunque valsa la pena di leggere i passaggi in cui la Cheever racconta di come a tredici anni chiacchierava di libri con suo padre. Magari avessi avuto qualcuno con cui parlare di libri durante la mia adolescenza!

Cheever per gran parte della sua vita ha litigato con i soldi (o con la loro mancanza), con la moglie e con la bottiglia. Ha attraversato tutti gli stadi dell’alcolismo, e solo chi ha vissuto con un alcolizzato sa cosa significa. E’ rilevante il fatto che anche la madre di Cheever era alcolizzata. E anche la stessa Susan Cheever lo è stata (tanto che ha pure scritto un saggio sull’America e l’alcool).

Lasciatemi tradurre qui un paio di frasi che ho trovato alla fine del libro (by the way, perché i libri americani hanno questi interessantissimi inserti per i gruppi di lettura, con domande piene di spunti interessanti e interviste all’autore, e in Italia no??):

Mark Twain diceva che se non c’è scoperta per lo scrittore durante la scrittura di un libro, non ci sarà scoperta per il lettore. Scrivendo Home Before Dark ho scoperto che mio padre era bisessuale. Ho inoltre iniziato a capire il suo legame con l’alcool.

(…) Scrivo nella speranza che la mia esperienza in tutte le sue specificità possa aiutare altre persone – o perché possono riconoscersi in essa e sentirsi meno sole – o per altre ragioni.

 

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Il nostro caro Billy – Alice McDermott @Einaudieditore

Grande scrittrice, la McDermott.

Il romanzo inizia nel Bronx con una veglia funebre per Billy, il vecchio caro Billy, di cui tutti parlano un gran bene ma del quale, sottovoce per non farsi sentire dalla vedova Mauve, tutti ricordano il primo amore, Eva, l’Irlandese morta di tubercolosi nella terra natia prima che il loro sogno potesse realizzarsi.

La storia è narrata dalla figlia di Dennis, che è stato il miglior amico (nonché cugino) di Billy. Dennis però è anche il personaggio che ha, per così dire, creato il mito di Billy, perché è lui che ha comunicato all’amico la notizia della morte di Eva, molti, moltissimi anni prima. Ed è l’unico che per tutti quegli anni ha saputo che questa era una bugia: perché Eva non è morta di tubercolosi; no. Eva si è semplicemente tenuta i soldi che Billy le aveva mandato per tornare negli Stati Uniti e li ha utilizzati come acconto per l’acquisto di una stazione di servizio, dove è andata a stare col nuovo marito.

In cosa consiste il “mito” di Billy?  E’ il mito del primo amore, quello che non si scorda mai. Infatti, anche se Billy poi si sposa con Mauve, anche se non nominerà più Eva per il resto della sua vita matrimoniale, tutti sentono che lui è ancora legato a quel sogno; e tutti sanno, anche se non lo dicono, che Billy è diventato un alcolizzato e si è ucciso a forza di bere per colpa di quel sogno.

La bugia di Dennis viene rivelata subito nel primo capitolo, e la narrazione va avanti e indietro lasciandoci capire subito come finisce la storia di Billy; ma la bellezza del romanzo sta nell’alone di fascino che circonda questo protagonista (morto). Tutti vogliono credere in questa magia ambigua, che può darti tutta la forza del mondo, ma che può anche distruggerti se non riesci a imbrigliarla.

Durante la lettura mi è spesso venuto il dubbio: Billy è morto alcolizzato per colpa della bugia di Dennis? Mi sono risposta: no, l’autrice non voleva darci questa interpretazione. Perché le persone come Billy avrebbero trovato un’altra scusa per bere (un alcolizzato trova sempre una scusa per bere); Dennis ha creato un mito perché se avesse rivelato subito a tutti la verità, il loro mondo sarebbe stato un po’ meno bello.

Come mi sembravano tutti soli quella sera, i familiari e gli amici di mio padre: anime solitarie, tutti quanti, nonostante i mariti, i figli, i cugini e gli amici, con tutte le loro speranze, tutto quell’accoppiarsi e generare, quella mania di tenersi in contatto, di non perdersi di vista, tutto così vano alla fine, perché prima o poi tutti quanti erano costretti a rendersi conto che niente di ciò che avevano provato aveva cambiato le cose.

Questa secondo me è il periodo che illumina tutto il senso del romanzo: tutti sperano nell’amore come unico mezzo per dare senso alla vita, quella vita che alla fine tutti devono lasciare.

Consigliato.

 

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Sulla collina nera – Bruce Chatwin

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Ho iniziato a leggerlo perché nella biografia di Rushdie, Joseph Anton, l’autore diceva che questo è il romanzo migliore di Chatwin. Ed infatti è stupendo.

E’ la storia, ambientata in Galles, di due gemelli del secolo scorso, dalla nascita alla morte di uno dei due, ed è piena di personaggi delineati benissimo: ti sembra di averceli come vicini di casa, ti arrabbi quando ti ammazzano una pecora e ti dispiace quando gli crolla la baracca sulla testa.

Non ho molto da dire, perché ogni parola sarebbe un di più: leggetelo.

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Camminando nell’ombra, Doris Lessing

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My job in this world is to write.

Questa presa di coscienza mi ricorda tanto una frase dell’autobiografia della De Beauvoir, anche lei donna, scrittrice, impegnata in politica, presa da viaggi e uomini. Entrambe hanno sentito il bisogno di dirlo, qual è il loro lavoro, non tanto forse al mondo esterno, quanto per non perdersi tra tazzine da lavare, orari dei treni e spasimanti.

I parallelismi tra l’autobiografia della Lessing e quelle di altri scrittori non si fermano qui. Guardiamo ad esempio alla struttura del libro, suddiviso in capitoli che seguono i vari indirizzi in cui l’autrice ha abitato: come Paul Auster nel suo Diario d’inverno. E’ come se i traslochi, pur con tutti gli inconvenienti che provocano, tenessero in esercizio l’angolino del cervello adibito alla riesumazione dei ricordi e delle sensazioni: angolino essenziale nella quotidiana scrittura che ruota attorno a personaggi fatti di carne e sangue.

E poi, altro parallelismo: l’alcolismo. La Lessing non ne è diventata schiava come altri scrittori (cito solo Hemingway e John Cheever: gli americani sembrano non sentirsi abbastanza scrittori se non si ubriacano con una certe frequenza), ma la tendenza c’era, come sul fianco ripido di una collina, dove devi puntare i piedi per non andare giù di corsa.

Nel memoir Joseph Anton, Rushdie ci racconta un incontro con Doris Lessing e di come lei gli avesse esternato dei dubbi su quello che poi è diventato Walking in the shade: gli uomini, sempre gli uomini. Maschi, intendo. Lei era una bella donna, da giovane, le facevano la corte, ci provavano. Ma quanto di queste avventure o aspiranti tali era lecito riportare nell’autobiografia? Questo il dubbio della Lessing davanti a un perplesso Rushdie già alle prese con i casini della fatwa. Credo questa signora che ne abbia taciute parecchie, di storie, per rispetto ai vivi e ai discendenti; perché alla fine, tra le pagine, il non detto si intuisce.

Il libro trabocca di attivismo politico, di comunismo, di dubbi, di delusioni e speranze dopo la scoperta delle atrocità staliniane. Erano giovani che parlavano di mondi ideali. Belli questi giovani (ma anche se fossero stati più vecchi)… Non importa che non abbiano ottenuto ciò in cui speravano. L’idealismo è una componente della speranza: ci vuole!

Però, alla fine, la Lessing parla poco, in questo volume come nel primo, dell’atto della scrittura in sé.

Impossible to describe a writer’s life, for the real part of it cannot be written down.

Lo dice chiaro e tondo: come puoi scrivere della scrittura?

Ci ha provato: ha raccontato del suo bisogno di camminare, dormire e fumare mentre sta buttando giù una trama o sta revisionando un racconto, ma questi sono gesti al di là della scrittura vera e propria. Ha raccontato della sua idiosincrasia per le lunghe file di lettori in attesa di autografo, della passione che gli editori di allora nutrivano per la cultura in sè, della necessità di accudire il figlio e di togliere le briciole dalla tavola prima di mettersi a lavorare; ma neanche qui parla dell’atto dello scrivere vero e proprio.

E ciononostante, quando racconta la sua vita, respiriamo la sua arte, non fosse altro per la moltitudine di gente che incontra: gente che legge, scrive, riflette. Idee che si incontrano e scontrano. Non è vero che si impara a scrivere solo dai libri: per gli scrittori, l’entourage conta, conta molto.

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Diario (1°) – Anais Nin

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Cosa mi piace

  • la scrittura che scherma le brutture, la volgarità, la contemporaneità
  • la rete di conoscenze artistiche che la Nin è riuscita a mettere in piedi
  • la sua capacità di riconoscere un genio prima che diventi famoso
  • i molteplici interessi della Nin (letteratura, poesia, psicanalisi, teatro, musica…)
  • il fatto che la Nin si preoccupi della sua famiglia e di aiutare gli amici, anche finanziariamente, pur non nuotando nell’oro.

Cosa non mi piace

  • Henry Miller e sua moglie June: bohèmien, ubriachi, drogati, bisognosi di bassifondi, vogliosi di stordimento.
  • la bisessualità che appare come un bisogno, non come una scelta.
  • le scenate, anche se non vengono descritte in toni crudi (ubriachi, vomito, droghe…)
  • la ricerca della Nin di una vita esagerata…

L’arte deve insegnare qualcosa. La disciplina, innanzitutto, anzi, l’autodisciplina. Bisogna mettersi dei paletti, darsi delle regole, perché lo scopo è andare sempre più in profondità, e non puoi andare in profondità se continui a fare buchi a destra e a sinistra e ad abbandonarli.

Altrimenti mettete un pennello in mano ad uno scimpanzé e poi vendetene i quadri.

Sì, lo so, è già stato fatto.

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Sabbie mobili – Sybille Bedford

Quicksands

Quicksands


Ammetto la mia ignoranza: sebbene The Independent abbia definito la Bedford come “la più sofisticata e raffinata scrittrice del XX secolo”, io non l’avevo mai sentita nominare.

E devo ammettere che non mi sono innamorata qui dello stile di questa scrittrice: troppo frammentaria, troppi salti temporali, troppe parti in cui dà per scontato che il lettore conosca le persone che ha incontrato, troppa gente di cui non dice il nome per paura di offendere i parenti ancora in vita, troppi sottintesi, troppe parentesi e troppi corsivi di cui non ho capito l’utilità.

Eppure la lettura alla fine mi ha rapita. La Bedford è una sradicata di cui non si può non ammirare la vitalità (anche se non capisco perché una per essere definita femminista debba passare attraverso le forche caudine dell’omosessualità, quasi fosse un passaggio obbligato in quegli anni e quei circoli). Lo sradicamento ha in sé una componente avventurosa che è lontanissima dal mio vissuto e che, dunque, un po’ invidio – senza arrivare ad invidiare la vita notturna, le risse e il giro di morfina e alcool.

Soprattutto invidio la sua cerchia di amici e conoscenti: Maugham, Huxley, Virginia Woolf e altri del suo giro, le sorelle Mitford, la famiglia di Thomas Mann… e quando non si trattava di questa gente qui, erano comunque persone legate al mondo letterario o giornalistico. Insomma: gente che legge!! (Quando non scrive)

Qui, da questo punto di vista, è un mortorio; encefalogramma non piatto: spento!

Riporto qui un paio di frasi bellissime con cui mi trovo in sintonia:

Restare monolingue riduce la mente entro i binari di una linea tranviaria. La mente evoluta ha bisogno di diverse alternative per esprimersi.

I frammenti di capolavori classici e contemporanei – stile o versi – se si ha l’occasione di incrociarli al momento giusto, penetreranno nella nostra percezione come elementi fondamentali del nostro lavoro futuro.

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