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Armi, acciaio e malattie, Jared Diamond @Einaudiedizioni

Le domande attorno a cui Diamond ha costruito questo saggio possono essere del tipo: come mai ci sono paesi ricchi e paesi poveri nel mondo? Dipende dalla razza, dalle effettive differenze biologiche ed intellettuali dei popoli che li abitano o da qualche altra ragione? Perché gli europei hanno invaso e conquistato le Americhe e non viceversa?

Sembrerebbero questioni di poco conto, per chi ha a che fare con bollette, costo della benzina e orari di scuola dei figli. In realtà, il nostro presente è strettamente legato al passato, anche remoto, e i nostri comportamenti contemporanei, senza alcune conoscenze di base, rischiano di essere traviati da visioni simil-razziste.

La teoria di Diamond è che tutto si può far risalire a delle caratteristiche biogeografiche. A ben cercare la causa ultima delle differenze tra i popoli, ci si accorge che l’ambiente è risultato essere l’elemento più importante del progresso. I paesi che, favoriti da climi gentili e conformazioni orografiche accettabili, sono riusciti a sviluppare prima di altri l’agricoltura e l’allegamento di animali, hanno maturato un vantaggio che è risultato essenziale (anche se in alcuni casi è stato smangiucchiato da altri fattori).

Da qui è nata una catena di cause ed effetti che ha portato a surplus alimentari, che hanno causato l’aumento della popolazione e la possibilità di mantenere delle figure dedite ad attività diverse dalla produzione di cibo (produttori di utensili, inventori, scrittori, amministratori…). Le conoscenze acquisite si sono poi espanse nel mondo ma non in modo uniforme: era più facile che si espandessero sull’asse est-ovest, piuttosto che nord-sud, e questo dipendeva direttamente dal posizionamento dei continenti sul planisfero.

Agricoltura ed allevamento dunque sono stati i due sproni principali alla differenziazione dei popoli. E questi due cardini dipendevano dall’ambiente. Proviamo ad esempio ad immaginare gli animali di grossa taglia in Africa: sono addomesticabili? Per definirli addomesticabili bisogna far riferimento a una serie di caratteristiche: abitudini alimentari (non si possono prendere in considerazione gli animali carnivori, perché mangerebbero più calorie di quelle che aiutano a coltivare); tasso di crescita (quanti anni ci vogliono perché un gorilla diventi adulto?), riproducibilità in cattività, carattere, tendenza al panico, struttura sociale… senza animali che aiutino nei lavori dei campi, la produzione totale deve affidarsi alla sola forza umana. Senza contare che gli animali di piccola taglia non danno alcun aiuto in guerra. E che senza una vita a stretto contatto con certi animali, non si sviluppano anticorpi alle malattie contagiose (pensiamo alle stragi causate dal vaiolo tra gli indigeni amerindi).

Ho riassunto in modo blasfemo un processo per il quale Diamond ha impiegato quasi 400 pagina a illustrare…

Le cause remote delle differenze tra i popoli non posso riassumerle nel post di un blog; perfino Diamond ammette quante lacune ci rimangono ancora da chiarire (ad esempio: i giapponesi sono discendenti dei coreani o i coreani sono discendenti dai giapponesi?). Il consiglio che posso dare è di leggere il libro: si scoprono tante cosette interessanti. Ad esempio, perché la scrittura nasce (quando nasce!) o perché si diffonde (quando si diffonde!); come la linguistica può aiutare nel comprendere come si sono spostati i popoli; quanto importanti sono state le immondizie antiche per i paleontologi!

Si capisce anche, però, perché certi istituti politici siano essenziali per il progresso di un paese, anche a livello tecnologico; ad esempio: oggi la Mezzaluna Fertile non è più fertile, ma è solo una questione di cambio climatico o c’è di mezzo un c.d. “suicidio ecologico”? E perché in Cina sono state abbandonate scoperte, come l’orologio e altra tecnologia meccanica?

Non ci dovete fare un esame, su questo testo, ma leggetelo: certe domande è meglio farsele.

 

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A nostro agio in città – Percorsi di formazione per la cittadinanza attiva (AA.VV)

In questi giorni in cui qui a S. Stino di Livenza non si fa altro che discutere del centro di preghiera islamico con toni da grezzi politicanti dell’ultim’ora, mi è “capitato” in mano questo libretto di racconti incentrato sulla cittadinanza e sull’immigrazione.

La raccolta conclude un percorso di studio incentrato sul cambiamento della città europea contemporanea: in particolare, Padova. Gli autori delle storie non sono scrittori professionisti, ma cittadini, nativi o immigrati. Ovviamente, non si parla di cittadinanza nel senso nazionalistico, ma come insieme delle capacità e delle possibilità di usufruire di diritti per una vita “più facile” (Cappellin, 1999).

Il confronto tra questo modo di affrontare la discussione sull’immigrazione a Padova e il modo di discutere l’apertura del centro Islamico a S. Stino mi ha intristito.

Da un lato, un libretto che, per quanto scritto da profani, è il risultato di un impegno durato quasi un anno, di studio di testi e situazioni, di confronto e riflessione ragionata. Dall’altro, nel paese in cui vivo, post pieni di offese ed errori di ortografia lanciati nei social come se fossero versetti della Bibbia.

Mi direte: ebbè, il libretto è frutto di una collaborazione con il dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata dell’Università di Padova, non è mica il frutto di Facebook e sit-in improvvisati… Bah, sarà… ma credo che il supporto, cartaceo o virtuale, sia solo lo strumento con cui si sono espressi due tipi diversi di persone: quelle che si fanno le domande e cercano di rispondere (accettando la fatica necessaria per la ricerca), e quelle che hanno la verità in tasca. Non mi riferisco specificatamente ai contenuti (moschea sì, moschea no), mi riferisco ai modi di esprimere il dissenso: chi non ha argomenti, alza la voce (e a volte le mani).

Ma torniamo ai racconti. Mi è piaciuta l’idea di non indicarli col nome dell’autore, ma con pseudonimi: la ragione sta nel fatto che le storie non descrivono situazioni individuali, private, ma sono storie che possono riguardare tutti quelli che si trovano ad agire come cittadino, non importa che sia nativo o immigrato.

I racconti coprono un po’ tutte le vicende: dallo studente, all’immigrata scappata dal suo paese, a chi è stata costretta a sposarsi, a chi ha a che fare con la burocrazia, a chi ha paura di scendere alla stazione del treno e si interroga su questa paura e sulle strade di Padova.

Una storia difficilmente incarna una tesi. Una storia sceglie aneddoti, personaggi e luoghi e li fa interagire tra loro: ma l’interazione potrebbe svolgersi in mille direzioni diverse, e la scelta di una direzione al posto di un altra è proprio ciò che rende il racconto fonte di confronto. Non ci sono verità rivelate, qui, solo punti di vista. Civili.

Non serve poi molto per sentirsi a proprio agio nel luogo in cui si vive.

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Sindaco di Casteldaccia (PA), fai qualcosa!

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Bossi e la sua compagnia non mi sono mai piaciuti. Per me l’Italia ha da restare unita. Ma se l’Italia è una, allora le regole devono valere su tutto il territorio.

Quest’estate sono andata in vacanza in Sicilia a Casteldaccia, a pochi km da Palermo. Già l’albergo in cu ho prenotato è apparso su un reality dedicato ad alberghi in difficoltà, Impossibile hotel (Hotel Solunto Mare): ma pazienza. Mi sono lasciata fuorviare dal bel sito internet (e qui: i miei complimenti), e sono arrivata in un albergo che come prima cosa appena arrivi ti chiedono di pagare in anticipo (e questo messaggio non compariva nella trasmissione, forse l’hanno aggiunto quando Anthony Melchiorri se ne è andato). Un albergo in cui, nonostante le sollecitazioni del reality americano, ancora non c’era nessuno che parlasse bene l’inglese. E dove, nonostante sia andata due volte a spiegarmi alla reception, non sapevano cosa portarmi da mangiare: da vegana, per quattro sere di fila mi son mangiata verdure grigliate. Ma tutto questo non è grave, ci adattiamo.

Quello che è grave è lo stato del lungomare.

DSC01465Queste sono solo alcune foto che ho fatto quando sono uscita per una passeggiata. Un giorno a destra dell’albergo, e un altro giorno a sinistra. La situazione on cambiava. Preciso subito che la spiaggia privata dell’albergo era pulita (anche se un giorno hanno dovuto chiamare i carabinieri perché c’è stata una fuga di nafta da uno dei motoscafi del vicino circolo nautico), ma le strade pubbliche e la spiaggia pubblica erano vergognose!

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E le signore che spegnevano le sigarette sulla spiaggia e ce le lasciavano??

Forse ho sbagliato, non devo rivolgermi al sindaco, ma ai siciliani tutti: gente, riprendetevi la vostra terra! Difendetela dagli zozzoni e non chiudete gli occhi! Ve lo dice una che odia fare le pulizie, ma il segreto è… non sporcare! Nel mio paese a S. Stino di Livenza organizzano una volta all’anno un gruppo di volontari che va a pulire gli argini del canale. Alessandro Gassmann ha lanciato #romasonoio: ognuno pulisce la strada davanti casa sua. Insomma, prima di arrivare a certi livelli, ognuno faccia la sua parte.

Dai, non si possono vedere queste cose, è un peccato mortale rovinare quei bei posti (senza parlare della spiaggia non raggiungibile perché tutte le case sono state costruite una attaccata all’altra, ma questo è un altro discorso, vero?). Ho parlato con alcune persone dello stato del paese, e tutti sembrano dare la situazione per scontata. No! Non si fa così! Anche questa è mafia. non vedo, non sento, non parlo. Per fare le grandi cose, belle o brutte che siano, si comincia dal piccolo.

E per favore, errori di italiano a parte (si invita di gettare?), non dite che questo cartello non si capisce:

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Crea la tua realtà – Pam Grout

La tesi: viviamo in Campo di Potenzialità che ci permetterebbe di fare qualunque cosa, se davvero lo desiderassimo con tutti noi stessi, sia consciamente che inconsciamente. Dice, la Grout, che questa legge dell’attrazione è una legge scientifica (!?) e che se anche non la capiamo ciò non significa che non funzioni.
Dunque basterebbe desiderare fortemente qualcosa, e questo qualcosa si avvererebbe.
Ci fornisce addirittura nove esercizi guidati per mettere subito alla prova le enormi potenzialità di questa legge. Con tanto di deadline a cui il Campo di Potenzialità deve sottostare! Cioè, voglio questo, e lo voglio entro il giorno tot!

Non voglio essere scettica del tutto, perché sono convinta che siamo fatti di energia/musica, ma da qua a dire che se voglio vincere il Superenalotto, ce ne passa. Oppure, l’esperimento della telepatia… ma dai!
Volere è potere, sono d’accordo, ma solo per quanto riguarda i nostri sforzi, penso io. Ora mi direte: ecco, non vinci il Superenalotto perché non sei convinta! Perché, voi conoscete qualcuno che lo ha vinto perché ha messo in pratica questi esercizi?
E poi la Grout è poco credibile, quando dice che è una con un lavoro un po’ traballante col costante problema di arrivare a fine mese.

Finiamola di parlare di questa legge dell’attrazione come se fosse la soluzione ai nostri problemi materiali. Prendiamola invece nel senso spirituale:

(…) cercando di “diventare” ricchi, stiamo votando la nostra mente all’idea che non lo siamo già.

Dunque, un po’ più di gratitudine in più, un po’ più di pensiero positivo, di accettazione degli altri e degli eventi. La vita non deve essere una ricerca della felicità, ma una felicità in sé.

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Sognavo l’Africa, Kuki Gallmann

Il libro della Gallman ci porta in Africa e ci fa sentire il calore di questo enorme continente.

Il libro, autobiografico, ripercorre gli anni di vita in cui l’autrice si è trasferita dall’Italia all’Africa assieme alla sua famiglia. Descrive le motivazioni di questa scelta, lo stile di vita, i paesaggi, e sebbene questa stessa terra le abbia rubato le gioie più grandi che aveva, la Gallmann ci fa comprendere come in questa stessa terra abbia trovato la forza per reagire al dolore di due grandi lutti e continuare a lottare per un grande e nuovo ideale.

E’ un libro che scalda il cuore, che ci rende consapevoli che la vita, fatta di gioie e dolori, è un lungo viaggio di cui spesso siano vittime, ma anche i protagonisti.

Sta sempre e solo a noi scegliere il ruolo che vogliamo avere.

(Recensione di Ilaria Tami)

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Le lacrime della giraffa, Alexander McCall Smith

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Consiglierei la lettura di questo libro?
Mah. E’ un giallo sui generis: è vero che c’è un’indagine (anzi, due), ma ci sono anche delle storie parallele il cui scopo, mi pare, è quello di raccontare un po’ la vita del Botswana. Come molti romanzi gialli, c’è poco approfondimento psicologico, e i personaggi principali non cambiano nel corso della narrazione. Inoltre l’approccio è molto manichea: queste sono le persone buone, e queste sono le persone cattive; con l’aggravante che sono presentate così fin dall’inizio, dunque non abbiamo neanche un minimo di sorpresa quando si comportano in una certa maniera.
Le capacità investigative della stessa signora Precious Ramotswe si basano troppo sull’intuito, non creano empatia: cosa che potrebbe avvenire se lei arrivasse a certe conclusioni utilizzando la logica, che, in qualche maniera, abbiamo tutti, magari con un po’ di esercizio.

Insomma, lo consiglierei, come lettura?
Può darsi, ma solo d’estate e solo a chi ha voglia di uscire dalla nostra cinica società capitalistica per entrare in un’atmosfera piena di ingenuità e acacie spinose. Non sono ironica. A volte questo bisogno lo sentiamo un po’ tutti, no?

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Ombra bianca, Cristiano Gentili

Questa storia prende ispirazione da decine e decine di storie che accadono in Africa quando nasce un nobody, un bambino albino.
Adimu è nata da genitori neri ma ha la pelle bianca, per questo la madre e il padre l’hanno rifiutata, lasciandola crescere con la nonna.

L’albinismo in quei villaggi (siamo in Tanzania) è sinonimo di sfortuna: Adimu sfiora la morte fin da quando esce dal ventre materno perché appena la vedono pensano subito ad ammazzarla, ad abbandonarla in mezzo alla savana e a non pensarci più. La cosa che mi ha colpito è che l’Africa tribale teme gli albini ma, al tempo stesso, ricerca parti dei loro corpi da usare come amuleti: un ciuffo di capelli per rendere prolifica la pesca, un braccio per portare a termine un sortilegio, cose così.

Cristiano Gentili ha lavorato in vari paesi del terzo mondo come operatore umanitario e ha raccolto esperienze e racconti che ha oi riportato in questo romanzo.
Nonostante alcune ingenuità sulla caratterizzazione di un paio di personaggi, la vicenda è avventurosa e i fatti sono ben correlati tra loro da relazioni di causa ed effetto: questa storia la vedrei molto bene trasposta in un film!
La scrittura è ricca di metafore ben contestualizzate che regalano colore, e ci sono molti dettagli significativi. Ad esempio, mi piace che Nkamba, la nonna analfabeta di Adimu, incida, ricopiandolo a fatica, il numero di telefono di una comunità protetta sulla parete della capanna, perché non ha carta! E mi piace che porti giornali stracciati alla nipote per farla leggere, perché non ha libri! Sono questi dettagli che mostrano la deprivazione materiale e culturale.
E poi tutta la rete di personaggi e storie minori sono tutti funzionali alla storia principale. Quando i cacciatori di teste vanno a scavare una fossa in cui giace un albino (presto, prima che si smaterializzi!), trovano cemento: è uno dei modi in cui i familiari impediscano che venga fatto scempio del cadavere. Un altro modo è seppellire il parente sotto il letto in cui dormono.
Queste e altre vicende ben rendono l’atmosfera di superstizione che ruota attorno alle persone come Adimu, minacciate da vive e da morte, dai propri simili e dai raggi del sole, dalla solitudine e dall’ignoranza.

Da noi se un bambino fa i capricci gli si dice “Attento che ti faccio portar via dall’uomo nero!”
In Africa, invece, è l’uomo con la pelle bianca a far paura.
E la paura, si sa, rende gli uomini pericolosi.

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