Category Archives: Libri & C.

Non ditemi cosa devo fare

Credo di avere un problema con l’autorità.

Se mi vien detto “fai questo, fai quello”, anche se si tratta di un’operazione che, in un altro momento, potrebbe divertirmi, automaticamente perdo interesse, subentra il senso del dovere e va a farsi benedire quell’impalpabile benzina che si chiama Passione.

Mi capita anche con i libri. E, peggio del peggio, mi capita anche se sono io a dire a me stessa “fai questo, fai quello”, come se fossi schizofrenica e la mia personalità sana subisse le bizze della mia parte autoritaria.

Sabato, per la prima volta in vita mia, sarò presente alla premiazione del premio Comisso a Treviso. L’azienda per cui lavoro è uno sponsor dell’evento da molto tempo, e quest’anno è avanzato un biglietto: quando mi è stato offerto, son stata ben felice di accettarlo.

Adoro questi eventi: il livello culturale è alto e non può che far bene a una povera meschina come me che non ha basi letterarie e che si fregia dell’appellativo di litblogger.

Ma per un’occasione così importante, devo prepararmi.

Intanto: chi è Comisso? Non avevo mai letto niente di suo, ma avevo il libro che ha vinto il Premio Strega nel 1955, “Un gatto attraversa la strada”.

E poi, dovevo procurarmi almeno un libro dei finalisti. Ho optato per “Pianura” di Marco Belpoliti, perché avevo già incontrato questo autore, proprio nella mia azienda.

E qui sorge il problema: “devo” prepararmi.

Libri che in un altro momento avrei giudicato godibili o istruttivi, adesso li considero imposti.

Ma imposti da me stessa!

E’ ridicolo ma non posso farci niente, devo sospenderne la lettura, perché la convinzione di subire un’imposizione mi mette una lente davanti agli occhi che mi impedisce di giudicare i libri per quello che sono e che me li fa considerare quasi come compiti per casa.

Questa lente distorta mi rende Comisso troppo facile, troppo “naturale”, come lo hanno accusato certi critici letterari. Il libro che ha vinto lo Strega è una raccolta di racconti ambientati nella pianura Padana, e spesso in Veneto, anche se mancano precisi riferimenti geografici. Sono racconti brevi che ci mostrano istantanee o personaggi, per lo più campagnoli, impregnati di fatica e di etica del lavoro.

La lente distorta mi rende difficile la lettura di “Pianura” di Belpoliti, che invece ho apprezzato con altri titoli: qui, al contrario, lo vedo colto, coltissimo, quasi aulico, così elevato da sollevarsi al di sopra del bisogno di trama per guardare la pianura e i suoi abitanti attraverso un telescopio da professore universitario che frequenta solo intellettuali a me (ahimé) quasi tutti sconosciuti.

So che questi due libri non hanno colpe, i libri non ne hanno quasi mai: sono le lenti attraverso cui vengono letti che li rendono forieri di bene o di male.

Sospendo dunque la lettura di entrambi (Comisso a p. 102/196 e Belpoliti a p. 100/278) e aspetto tempi migliori.

So che verranno.

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La canzone di Achille (Madeline Miller) @Feltrinellied

Tutti conoscono l’Iliade…

Oppure no?

Beh, lo ammetto: non ho frequentato il liceo, ma un istituto tecnico, e l’Iliade l’abbiamo nominata solo di striscio. A vent’anni me la sono letta per conto mio, ma non sono abituata a leggere i poemi e mi mancava una buona base culturale, così me ne è rimasto ben poco.

Dunque ringrazio Madeline Miller per aver messo questa storia alla mia portata.

In realtà, il romanzo si incentra sulla storia d’amore tra Achille e Patroclo, raccontata dal punto di vista di quest’ultimo; la presa di Troia c’è, ovviamente, ma rimane sullo sfondo dei sentimenti dei due amanti.

Per entrare meglio nel mood del poema, mentre leggevo il romanzo, mi son guardata Troy, con Eric Bana, Brad Pitt e Orlando Bloom, e mi son resa conto di quante licenze cinematografiche si è preso lo sceneggiatore (David Benioff, l’autore del bel romanzo “La città dei ladri”).

Nel film, Patroclo è solo un personaggio secondario, cugino di Achille, e voglioso di combattere. Briseide è una cugina di Ettore e si innamora di Achille, che muore per salvarla. Teti, la madre di Achille, è una gentile signora anziana che raccoglie alghe in riva al mare. La guerra di Troia sembra durare pochi giorni ed Achille passa le notti con due donne nel letto.

Nel libro, invece, Patroclo è un principe esiliato inetto sul campo di battaglia e che si dedica a curare i soldati feriti; Briseide è una contadina che si innamora di Patroclo e Teti è una dea minore incazzosa che non vuole che Patroclo gironzoli attorno al figlio Ettore, perché potrebbe compromettere il suo destino di gloria. La guerra di Troia dura dieci anni e Patroclo e Achille sono amanti.

Questo romanzo, in 382 pagine, riesce a scendere in profondo nelle psicologie dei personaggi.

Se all’inizio il rapporto di Patroclo ed Ulisse è passionale e idealizzato, verso la fine Patroclo si accorge di quanto il suo amante sia spinto dall’orgoglio e dalla sete di gloria e immortalità. L’autrice però è brava a rendere l’amore di Patroclo, che, pur rendendosi conto dei difetti di Achille, non ci si sofferma, perché lo ama al di sopra di ogni cosa.

Cioè: ci ha messo davanti al vero amore, non alla semplice infatuazione, dove si è ciechi e sordi alle caratteristiche negative dell’altro. Non era facile rendere questa contraddizione (complimenti alla Miller), forse perché nella vita reale siamo a corto di esempi in carne ed ossa…

Achille sapeva che se fosse morto Ettore, poi sarebbe morto lui: così diceva la profezia.

All’inizio, quando la storia con Patroclo è ancora rose e fiori, Achille non ci pensa proprio ad uccidere Ettore. “Cosa mi ha fatto?” chiede. Poi però si rende conto se se Ettore (e dunque lui) non muore, non otterrà mai la gloria dei posteri e morirà ignoto come l’ultimo dei contadini.

Se non si può raggiungere l’immortalità col corpo, si desidera raggiungere l’immortalità attraverso la gloria. E’ una contraddizione talmente umana: morire per diventare immortali…

E così, il romanzo si allarga sull’universalità: l’uomo e il suo desiderio di essere immortale.

Da leggere.

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Esplorando il mondo dei sogni lucidi (Stephen LaBerge, Howard Rheingold)

Prima di tutto: perché cercare di far sogni lucidi?

La risposta principale di solito è: per divertirsi.

Immaginati di sapere che stai sognando. Cosa fai? Tutto quello che vuoi. Volare, sesso, uccidere, parlare con persone che non ci sono più: tutto è alla tua portata.

Sembra però che i sogni lucidi possano essere utilizzati anche per scopi più utili. In alcuni casi, si cerca di incentivarli in persone che soffrono di fobie, in modo da affrontare le proprie paure. C’è anche chi li sfrutta per esercitarsi con uno strumento musicale, per parlare in pubblico, per studiare una lingua, ecc…

Dopotutto, dormiamo per un terzo della nostra vita: perché non sfruttare le ore notturne per raggiungere i nostri obiettivi?

I due autori però, studiano i sogni lucidi a livello psicologico e sembra che la semplice felicità di poter fare tutto quello che si vuole abbia delle ricadute positive sul sistema immunitario e sull’autostima.

Ammetto che a volte, secondo me, attribuiscono a questa pratica degli effetti che mi sembrano un po’ esagerati (esplorare il senso della vita? Risolvere rapporti controversi con parenti e amici che sono morti?), ma non sono ancora riuscita a sognare a comando, dunque non posso sfatare le loro convinzioni tramite l’esperienza diretta.

Sembra che gli habitué dei sogni lucidi riescano meglio ad esercitare l’autocontrollo in molti campi, magari, proprio andando in cerca di situazioni difficili durante il sonno con lo scopo di affrontarle.

Chi ha una vita facile, di solito è una persona debole. Sono le difficoltà che forgiano il carattere. E allora, dicono gli autori, perché non andare in cerca di guai mentre si ronfa nel proprio letto? Non importa che si tratti solo di sogni: quello che importa è la nostra reazione, perché il cervello reagisce alle immagini oniriche come se fossero reali.

Ma come si fa ad avere sogni lucidi a comando?

E’ un processo lungo che richiede applicazione.

Bisogna abituare il cervello a mettere in dubbio la realtà.

Ad esempio, durante il giorno bisogna abituarsi a chiedersi: ma quello che succede è vero o è un sogno?

Oppure bisogna cercare di compiere azioni impossibili, ad esempio, volare.

Se si creano queste abitudini durante la veglia, è probabile che anche durante il sogno si ripropongano gli stessi schemi mentali, con la differenza, che nel sogno si può volare sul serio…

E’ dunque importante riconoscere i “dream signs“, i segnali che ci fanno capire che stiamo sognando: se iniziamo a fluttuare nell’aria, o se ci mettiamo a parlare con un amico morto, è innegabile che siamo in un sogno.

Ma per i segnali onirici sono diversi per ognuno di noi. Per imparare a riconoscerli, bisogna tenere un diario dei sogni: ogni mattina, appena svegli, senza neanche alzarci dal letto (perché i movimenti facilitano l’amnesia) dobbiamo trascrivere più sogni possibili, con più dettagli possibili.

Dopo un certo periodo, cominceremo a vedere degli schemi che si ripetono, delle assurdità che sono solo nostre, e quelli saranno i segnali onirici da tener sotto controllo durante il sogno.

Ad esempio, io sogno spesso di essere in una casa che non conosco, ma che so essere mia: di solito è grande e piena di cassetti e libri, e inizio a curiosare in giro.

Un altro segnale onirico può essere la lettura di un testo: di solito, durante un sogno, se ci capita di leggere un testo due volte, la seconda volta è sempre diversa, come se le lettere fossero cambiate nei pochi secondi in cui abbiamo distolto gli occhi dal foglio.

Vi capita di fare sogni lucidi?

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America non torna più (Giulio Perrone) @HarpercollinsIT

Giulio Perrone ci racconta di suo padre e del rapporto con lui, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita. Questo periodo, però, è intervallato da pagine in cui il figlio, rivolgendosi direttamente al genitore, riporta i racconti che ha sentito per anni e anni, e che lo riempivano di meraviglia e ammirazione per quel giovane degli anni Sessanta che sapeva divertirsi con gli amici.

Perché Giulio, del padre, ha conosciuto solo il lato volto al sacrificio, gli incitamenti a impegnarsi di più, a ottenere di più, a diventare qualcosa di più. Ma Giulio, nei suoi vent’anni ha altro per la testa: l’impegno lo dedica solo alle cose che gli interessano davvero (un lavoro in radio, la poesia, i libri), e che il padre giudica senza futuro.

Quando al genitore viene diagnosticato un tumore maligno che gli lascia pochi mesi di vita, tutto accelera: Giulio, pur rendendosi conto che non avrà il tempo di dimostrare a suo padre che riuscirà a far qualcosa anche con le suo passioni, non riesce ad evitare la rabbia.

Rabbia per la malattia e l’impossibilità di parlarne apertamente, per il tempo che non c’è, per il non detto, per aver ceduto tante volte; ma anche rabbia contro se stesso, che non riesce a non scappare in cerca di sollievo pur sapendo che in casa hanno bisogno di lui.

Credo che quando un libro autobiografico riesce a creare empatia, ha svolto gran parte del suo (non facile) compito.

Nel mio caso, mi son sentita spesso parte in causa per via di una serie di coincidenze.

Anch’io avrei voluto studiare in una facoltà diversa, ma alla fine ho scelto scienze politiche per ripiego a causa dei miei genitori; anche mia madre è morta di tumore dopo molti mesi di martirio, ed è morta un anno prima del padre di Perrone; anch’io ero nei miei vent’anni e cercavo di scappare da quella realtà e mi sentivo in colpa; anche mia madre mi pungolava continuamente perché mi impegnassi a trovare un lavoro serio (che per lei significava ben pagato); anch’io avevo un rapporto difficile con lei e la sua morte ci ha impedito di chiarire molte cose.

Il padre di Perrone era un carattere forte, capisco dunque perché il figlio cercasse di evitare lo scontro, e capisco perché si sia fatto tre mesi in accademia navale, pur odiando la vita militare, al solo scopo di compiacere il genitore.

Capisco anche la sua voglia di allontanarsi, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente dalle scelte del padre, dalle grandi (mettere la testa a posto, creare una famiglia, trovarsi un lavoro fisso e riconosciuto) alle piccole (i generi musicali).

Capisco infine perché Perrone ci abbia messo così tanti anni prima di scrivere di suo padre; ma ha fatto bene ad aspettare: è difficile descrivere la sensazione di una bruciatura quando la pelle ancora sfrigola.

Leggere un libro così ci aiuta a universalizzare le nostre esperienze, senza sminuirle, anzi.

Perrone però ci ha raccontato solo di quel periodo, e ce lo ha riproposto coi toni caldi di quei mesi. Mi piacerebbe sapere come è andata… dopo; quando la rabbia e la confusione sono defluite. Ce ne offre solo un rapido cenno, raccontandoci di come abbia portato il proprio figlio alla tomba del padre, quasi vent’anni dopo la sua morte.

La mia curiosità rimane, perché la visita alla tomba non rappresenta la chiusura del cerchio.

Quando muore un genitore, non si chiudono i cerchi.

I genitori ce li portiamo dentro sempre.

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Il tempo è un bastardo (Jennifer Egan)

Libro consigliato da Sandro Veronesi.

Sicuramente bisogna apprezzare la grande varietà stilistica della Egan: il romanzo è in realtà composto da più racconti unificati da due protagonisti principali, Bennie, produttore discografico, e Sasha, sua fedele assistente che soffre di cleptomania. Ogni racconto riguarda un personaggio diverso, una delle persone che ruotano attorno alle vite dei due protagonisti: la figlia di Sasha, amici di gioventù, compagni, colleghi… ogni racconto ci presenta un diverso stile di espressione.

Proprio perché ci sono tanti racconti e tanti personaggi, è difficile riproporre un riassunto della storia, dato che non c’è una storia univoca, ma tanti segmenti che si incrociano tra loro in vari punti del tempo.

Riflettendoci, però, mi sono accorta che c’è un elemento comune: la mancanza.

A Bennie manca il desiderio fisico e la passione per il lavoro; a Charlie e Rolph manca la madre dopo il divorzio dei genitori; a Lou manca il figlio che si è suicidato e la sua gioventù; a Jules manca il contatto profondo con una persona; a Stephanie, moglie di Bennie, manca la piena accettazione da parte della società in cui sono andati a vivere; e così via.

Ma siccome ogni personaggio viene preso in considerazione solo in un determinato momento della sua vita, quelle mancanze non lo identificano per sempre. Lo veniamo a scoprire leggendo degli altri e di come le varie vite si sono incrociate e sono cambiate nel tempo.

Quello che ossessiona la Egan, infatti, è proprio il trascorrere del tempo: come si fa a trasformarsi da giovane in vecchio, come si fa ad andare dal punto A al punto B e cosa succede nel mezzo.

E’ un libro che è stato scritto da una persona matura che ha provato varie stagioni nella vita, sua e degli altri. Ci aiuta ad acquisire prospettiva, come un faro che, allontanandosi dal suo obiettivo, man mano illumina un paesaggio temporale sempre più ampio.

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Il museo del mondo (Melania Mazzucco)

Sono nel periodo di letture a tema artistico.

Ringraziamo il cielo che ci sono scrittori che scrivono di questo tema in modo comprensibile, come fa la Mazzucco, che ti fa venire la curiosità di entrare nei musei (o almeno di guardare le foto delle opere in internet), e mandiamo a quel paese tutti i critici che sporcano la carta con frasi incomprensibili al preciso scopo di allontanare le masse dall’arte.

In questo libro, la Mazzucco prende in considerazione solo di pittura che lei ha visto dal vivo e per la quale nutre il desiderio di rivederla.

Ecco, quando certe persone mi chiedono perché leggo tanto, non posso certo nominare la bellezza di un libro come questo, perché… beh, perché non ha uno scopo pratico. Non mi serve per applicare quello che imparo nel mio lavoro di tutti i giorni e non guadagnerò nulla dal sapere come si chiama un quadro di Bosch o di Georgia O’Keeffe, eppure, ogni tanto, ho bisogno di dedicarmi a qualcosa che non abbia applicazioni pratiche.

Non per denigrare le liste della spesa, per carità. Le liste della spesa sono utilissime quando devi andare al supermercato, ma nella vita di tutti i giorni, ormai, le conversazioni si riducono a un elenco di informazioni o di commenti che si fermano alla superficie delle cose.

Se passo davanti ad un bar e vedo delle persone sedute all’interno, non mi soffermo a pensarci. Fermarmi a pensare su quelle due persone potrebbe perfino essere controproducente nell’economia delle mie giornate.

Ma se guardo un quadro di Hopper in cui un uomo e una donna sono al bancone e non si parlano, allora mi faccio delle domande. Perché non si parlano? Perché si sono trovati là? Come se ne andranno? Insieme o separati? Siamo sicuri che tutte queste domande, un giorno, non possano tornarmi utili se applicate alla mia vita o a quelli che mi stanno vicini?

L’arte dovrebbe aiutarci a guardare sotto la superficie, e mai come oggi ce n’è bisogno.

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Una vita per l’arte (Peggy Guggenheim)

Quello che mi è rimasto più impresso dalla lettura di questa autobiografia è che Peggy Guggenheim era sì molto ricca ma non ricca da far schifo. Ci sono passaggi in cui racconta della necessità di risparmiare su cibo e vestiti: sì, certo, è perché i suoi zii hanno investito il suo patrimonio in titoli e dunque non è subito liquidabile, ma la cosa mi ha lasciato comunque sorpresa, perché la immaginavo come una donna alla quale uscissero le banconote dalle orecchie.

Suo padre è morto nell’affondamento del Titanic, ma il matrimonio dei genitori della Guggenheim era già in alto mare da un pezzo, perché lui tradiva la moglie a spron battuto: la moglie lo sapeva, ma, per rispettare le convenzioni sociali, non lo aveva lasciato (by the way: lui muore sul Titanic, ma la sua amante si salva).

Peggy nasce e cresce in una famiglia ricca, abituata ai servitori e alle vacanze all’estero, ma non nasce in un ambiente prettamente artistico: l’arte, soprattutto l’arte moderna, per lei sarà una conquista individuale, ottenuta attraverso le letture e le conoscenze personali.

Prima di diventare la mecenate che conosciamo, però, Peggy si è immersa nel mondo bohémienne dei suoi anni, incurante delle critiche che le arrivavano da parenti e amici. Leggendo la sua autobiografia, scritta nel corso di vari anni e rivisitata anche in tarda età, ho avuto l’impressione che si compiacesse di questa vita un po’ alla deriva: feste, uomini, bevute…

Non mi meraviglio che i figli di quest’epoca e di questo ambiente fossero molto criticati anche per la loro mancanza di partecipazione storica: guerre, profughi, malattie… e loro pensano a far festa e ad ubriacarsi.

Ad un certo punto ho perso il conto degli uomini con cui è stata, da sposata, compagna o solo da amante: ma anche questo faceva parte dell’atmosfera bohémienne che le piaceva tanto. D’altronde, solo chi vive fuori delle regole sociali può creare qualcosa di nuovo.

Lei, in realtà, non ha davvero creato qualcosa di nuovo, ma ha dato una mano chi lo stava creando: ha aiutato molti artisti che senza i suoi soldi non avrebbero potuto dedicarsi alla loro arte.

I nomi famosi si sprecano: Kandinskij, Pollock, Beckett, Joyce, Cocteau, Breton, Mondrian, Tanguy, De Chirico, Klee, Max Ernst… Tutte figure affascinanti quando se ne legge sui libri. Ma che oggi, per come sono io, non frequenterei volentieri. Troppi ubriachi, troppe feste, troppa azione frenetica. Tutto questo azionismo era il risultato dell’ambiente e delle personalità vulcaniche ma era spinto spesso all’estremo, perché nascondeva abissi che a volte portavano a suicidi e violenza, anche domestica, quest’ultima neanche stigmatizzata, ma descritta come un avvenimento al pari di altri.

Il guaio è che di questo lato oscuro nell’autobiografia della Guggenheim si intravedono solo tracce.

La Guggenheim non è capace di scrivere: ha lo stile di un’adolescente che riempie il diario.

Nessun approfondimento psicologico, nessuna sfumatura: le persone, in queste pagine, o sono felici o sono tristi, o sono intelligenti o sono stupide, o sono veloci o sono lente. Non è certo un libro scritto da un’artista. E’ un libro scritto da una donna che ha vissuto in mezzo ad artisti ma che non è stata contagiata dalla loro capacità di afferrare e riprodurre le sfumature umane.

Certi passaggi sono davvero più noiosi di una lista della spesa (Canetti, leggendo queste pagine, si rivolterebbe nella tomba).

Ho rivalutato i miei giudizi sulla gente che scrive le proprie memorie ricorrendo a un ghost writer: se la vostra vita merita di essere raccontata ma non ne siete capaci, sì, pagate uno che conosca il mestiere e che racconti per voi.

E’ inutile aver vissuto mille avventure: se non sapete raccontarle, alla fine rimarranno sempre un’esperienza privata.

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Sospendo la lettura di due mattoncini

IL GRANDE SOGNO (HAN SUYIN)

La scrittrice Han Suyn voleva scrivere un libro su suo padre (cinese) e sua madre (belga), ma si è accorta, facendo le ricerche necessarie, che, per raccontare bene le vicende della sua famiglia, doveva approfondire la storia dell’intera Cina, soprattutto del ventesimo secolo.

Veniamo così a conoscere la vita di suo bisnonno Taohung, letterato e combattente a fianco dell’imperatore e contro i contadini; di suo nonno Chiehyu, morto a 47 anni, poco portato per la carriera di funzionario; di suo padre Chou, inventore e poeta, che ha sposato la belga e cristiana Marguerite.

Ma scopriamo anche quanto abbia dovuto soffrire la Cina a causa delle potenze occidentali e delle guerre del Novecento.

E scopriamo anche tante altre cose. Tante, troppe, a partire dai nomi degli innumerevoli signori della guerra e dei funzionari corrotti o meno che hanno influenzato la storia della Cina e della famiglia Chou.

Mi aspettavo qualcosa di più intimistico, qualche aneddoto familiare, non ero pronta a un trattato.

Sospendo a pag. 166 (su 634) e lascio a giorni migliori.

IL TOTEM DEL LUPO (JIANG RONG)

Quando ho comprato questo romanzo, mi intrigava la figura dell’autore: Jiang Rong è lo pseudonimo di un intellettuale dissidente di quasi sessant’anni, professore universitario di economia politica a Pechino che ha vissuto molte delle esperienze narrate qui.

Il protagonista è Cheng Zheng, un giovane studente inviato in Mongolia per la rieducazione. Cheng si affeziona alle persone e all’ambiente, ma soprattutto al vecchio cacciatore-allevatore Bileg.

Tutta l’economia del luogo gira attorno alla figura del lupo, alla sua intelligenza, alla sua forza, alla sua fierezza. I mongoli hanno infatti adottato il lupo come totem (mentre l’animale simbolo dei cinesi è il drago). Ma il lupo può essere crudele e i sentimenti che i mongoli nutrono verso di lui sono pieni di ambivalenze.

Veniamo a sapere un sacco di cose sul lupo (anche se bisogna imparare a distinguere la realtà dal mito), sulle sue tattiche di accerchiamento, sulle sue abitudini alimentari, sulla sua vita nel branco.

Nel romanzo, l’equilibro della steppa inizia ad incrinarsi quando gli uomini decidono che i lupi stanno diventando troppi e bisogna sterminarne un po’. Il metodo migliore è quello di far fuori i cuccioli nelle tane. Peccato che questi animali siano talmente vendicativi da arrivare al suicidio.

Sospendo la lettura (a pag. 194 su 653) perché volevo una storia che parlasse di persone, non di lupi. Quando entrerò in un mood più naturalistico, magari tornerò su queste pagine.

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E’ facile controllare il peso se sai come farlo (Allen Carr)

Questo Allen Carr ha visto che si possono fare i soldi facili grazie al suo best-seller “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo” (ricordo best-seller significa che ha venduto molto, niente altro).

Mio marito, fumatore, lo ha letto quest’ultimo libro, e arrivato all’ultima pagina ha detto: “Ho finito di leggerlo, ti parla continuamente del suo metodo, che smetterai di fumare con facilità, ma non ti dice mai quale è il suo metodo. O forse io non l’ho capito”.

Stessa cosa per il libro sul controllo del peso.

La tesi principale è che noi siamo grassi perché siamo sottoposti ad un lavaggio del cervello che ci dice cosa, quanto, quando e come mangiare nel modo sbagliato.

Per liberarci da questo lavaggio del cervello, Carr ci sottopone ad un lavaggio del cervello in senso opposto: 168 pagine in cui di dice che riusciremo a liberarci del primo lavaggio del cervello.

Ecco la sua promessa:

Potrete mangiare i vostri cibi preferiti, quando e quanto volete, e pesare quanto desiderate, senza dovervi sottoporre a diete o particolari esercizi fisici, senza dovere usare la forza di volontà o strani espedienti e senza sentire né infelicità né alcun senso di privazione.

Come? Seguendo madre natura.

Se escludiamo tante chiacchiere sui motori delle automobili e sui gorilla e sul creatore, cose trite e ritrite, e se saltiamo tutte le domande retoriche, una più ovvia dell’altra, il suo metodo si riduce in: mangiate il più naturale possibile.

E’ la stessa conclusione a cui giunge Pollan nel suo “Dilemma dell’onnivoro” con risultati da premio Pulitzer, che qui non sono neanche lontanamente sognabili.

Mangiare naturale significa imparare ad apprezzare cibi naturali non raffinati, possibilmente crudi (frutta, verdura in primis) e ascoltare la propria fame.

Non si può che essere d’accordo con questa conclusione ma… c’era bisogno di chiamare il tutto EASYWEIGHT come se si trattasse di un metodo rivoluzionario a cui nessuno ha mai pensato? (Ecco che anche io cado nelle domande retoriche).

Questo libro l’ho comprato usato a 2,22 euro, e già così mi sento defraudata di un valore per guadagnare il quale devo lavorare dieci-venti minuti in ufficio.

Come ha fatto a diventare un best-seller?

Ma i giornalisti e i blogger e i critici e i librai che hanno partecipato alla vendita di questo saggio non si sentono tutti parte di una vergognosa organizzazione a delinquere? Marketing e fumo, niente di più.

Anzi, forse qualcosa di più lo è: falso.

Perché quanto ti dice che mangerete i vostri cibi preferiti, lascia intendere che sono quelli che mangiate adesso, non quelli che imparerete ad apprezzare pian piano, passando agli alimenti più naturali.

Non compratelo e non leggetelo, risparmiate soldi e tempo (ed è raro che io dica di non leggere un libro).

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The imitation game (film)

Conoscevo superficialmente Alan Turing come l’inventore del primo computer, ma non conoscevo le circostanze in cui ne aveva studiato i fondamenti.

Anni Quaranta. La seconda guerra mondiale si sta mettendo male per gli alleati; gli inglesi assoldano una squadra di criptografi e matematici per cercare di decifrare il codice Enigma, utilizzato dagli inglesi per trasmettere i messaggi bellici.

Alan Turing si rivela subito una persona difficile: non solo perché non ha il minimo senso dell’umorismo, ma anche e soprattutto perché è caustico e si dedica al lavoro senza preoccuparsi se i suoi colleghi sono esseri umani o macchine da sfruttare per raggiungere lo scopo.

In realtà, Turing è solo chiuso ed estremamente timido.

La sua genialità non gli è di nessun aiuto quando ha bisogno di trovare amicizie, e soprattutto, è omosessuale, cosa che in Inghilterra in quegli anni era ancora considerata reato.

Come tutti sanno, Turing riuscì a inventare la sua “macchina pensante” (anche se si tratta di un pensiero diverso da quello umano) e a decifrare il codice Enigma.

Il dramma però è che non poterono diffondere la notizia: non si poteva far capire ai tedeschi che gli inglesi conoscevano il codice, perché i tedeschi si sarebbero subito adeguati cambiando i parametri o inventando un altro codice. Ne è derivato che gli inglesi hanno sfruttato Enigma solo per le battaglie più decisive, arrogandosi il diritto di scegliere chi far vivere e chi far morire, per così dire.

E a Turing cos’è successo?

Gli era stato ordinato di distruggere tutte le carte e i materiali che riguardavano la sua macchina, ma lui negli anni Cinquanta se la ricostruì in casa. Nessuno ne sapeva nulla e nessuno ne avrebbe saputo nulla se non fosse stato per un evento collaterale.

Un omosessuale che si prostituiva e che era stato anche con Turing, fece un tentativo di furto a casa sua. Non rubò nulla ma l’evento attirò l’attenzione delle forze dell’ordine che scoprirono le tendenze sessuali del matematico.

Gli fu data la scelta: o terapia ormonale (=castrazione chimica) o due anni di prigione.

Turing non poteva permettersi di restare lontano dalla sua macchina (che aveva chiamato Christopher, in memoria del primo ragazzo di cui si era innamorato), così optò per la castrazione chimica che ne compromise anche le capacità intellettuali.

Alla fine si suicidò a 41 anni.

Nel 2013 la Regina Elisabetta II gli concesse l’amnistia postuma per i grandi servizi offerti al paese (grazie al c…o).

Mi piacerebbe scoprire cosa ne penserebbero gli omofobi se sapessero che il computer (e dunque tutta la nostra attuale società) sono così debitori nei confronti di un matematico omosessuale…

Nel film, l’ex moglie di Turing, che gli era rimasta affezionata, gli dice una cosa che mi ha fatto pensare: gli dice che se lui fosse stato “normale” non avrebbe potuto fare quello che aveva fatto.

E sapete perché? Perché, come dice la parola, si è “normali” solo quando si seguono le “norme”. Le norme le impongono gli altri, e non si può creare qualcosa di nuovo seguendo le norme, perché le norme hanno lo scopo di uniformare, di rendere prevedibili. Il genio non può uniformarsi, sennò non è genio.

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