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Le livre de mon ami – Anatole France

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Anatole France, premio Nobel per la letteratura 1921, difensore irriducibile dei diritti umani, membro dell’Accademia Francese e ora pressoché dimenticato. Perché?

Perché è noioso!!

Sono riuscita a leggere metà libro senza sbadigli, la metà in cui il narratore parla in prima persona della propria infanzia e giovinezza tra gli agi di una famiglia francese di fine Ottocento.

Non certo una lettura avventurosa, e neanche una lettura attraente dal punto di vista psicologico: è tutta ammantata dalla soavità del ricordo, immagini offuscate dalla nebbia, i fiorellini, la mammina che si preoccupa se il figlioletto ha le guance rosse e se si sporca i pantaloncini (tanti diminutivi e vezzeggiativi), ecc…

La seconda metà può essere davvero utilizzata al posto del sonnifero serale: è la parte in cui il narratore parla della figlioletta, di lei che gioca, di lei che è bella, dei suoi amichetti che leggono i libri dell’infanzia…

Ammetto che tra un bambino e un gatto preferisco il gatto, ma… non leggo neanche libri di gatti, dunque cercate di capire la fatica che ho fatto per arrivare alla fine del libro.

E neanche alla fine: ho saltato le ultime venti pagine in cui c’è un dialogo sulle fiabe.

No, questa letteratura edulcorata non fa per me.

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21 Lezioni per il ventunesimo secolo – Yuval Noah Harari

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Ventuno capitoli, ognuno con una tematica con risvolti universali: non saprei da dove cominciare a parlare di questo libro.

Eppure c’è un filo che lega tutti i topics, dalla tecnologia, al lavoro, dal nazionalismo alla religione, dall’immigrazione al terrorismo, dall’ignoranza alla guerra, dalla libertà all’educazione. Questo filo è dato dalle storie.

Noi siamo fatti di storie.

Fin da quando iniziamo a comunicare, quello che ci interessa non sono i fatti, i numeri, i grafici, la realtà, ma la storia che noi creiamo con questi dati. Le storie ci hanno permesso di comunicare tra di noi e ci hanno dato quel di più che ha fatto della razza umana la dominatrice della Terra.

Nel Novecento disponevamo di tre grandi storie che spiegavano il presente di allora: il comunismo, il fascismo, il liberismo. Il liberismo sembrava prevalere, ma nel Duemila anche il Liberismo ha perso la sua attrattiva: siamo rimasti senza storie.

Anche il nostro sé è una storia, siamo noi che ci creiamo un’immagine di noi stessi. E una storia devono inventarla i terroristi, per attirare martiri, e le religioni, per attirare fedeli.

Tutto è storia.

Harari dice una cosa che mi fa pensare: le storie, essendo una manipolazione di fatti e realtà, non sono realistiche. A volte la nostra razionalità litiga con questa mancanza di aderenza ai fatti, perciò, per tenerci legati alle storie (che creano coesione sociale), si inventano rituali e simboli, che ci mettono davanti, giorno dopo giorno, la storia per rendercela quotidiana, nostra.

Uno degli strumenti più efficaci nel convincerci ad accettare le storie, sono i sacrifici. Quando uno si immola per una causa, di qualunque tipo, religiosa, nazionalista, culturale, poi è più difficile per lui ammettere che la storia è falsa.

Richiede molto coraggio ammettere di aver ucciso o sacrificato persone, animali, desideri per una cosa che non esiste. Un’ammissione del genere intacca direttamente la nostra identità.

Un altro punto su cui Harari insiste molto è la discontinuità tecnologica.

Gli algoritmi, dice, possono conoscerci meglio di noi stessi, soprattutto se la tecnologia si estenderà a monitorare anche le nostre reazioni fisico-chimiche (cosa che non è ormai più fantascienza).

Un computer, analizzando le nostre reazioni, potrebbe sapere meglio di noi cosa ci fa bene, sia che si tratti di scegliere la facoltà universitaria che il partner o da che parte voltare il volante per evitare un incidente.

Qualcuno potrebbe obiettare che il computer non ha basi etiche.

In realtà, noi Sapiens, che ci vantiamo di aver inventato l’etica, quando si tratta di decidere se pagare le tasse o se fare l’elemosina o se tradire il compagno, lo facciamo sulla base delle sensazioni del momento: non ci mettiamo a ragionare sul Bene e sul Male.

Da questo punto di vista un algoritmo potrebbe rispettare l’etica meglio di noi (a patto che ci sia un qualche tipo di controllo sui principi etici che vengono processati alla base).

Sto banalizzando 321 pagine illuminanti… Ma questo è un libro che non può essere riassunto: se salti un passaggio, perdi la connessione logica, perché ogni capitolo è collegato al successivo in un unico grande discorso.

Io l’ho adorato.


 

PS: per chi si chiedesse perché l’ho letto in inglese…. l’ho comprato usato e mi è costato la metà.

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Ripensare il terrorismo in termini di storytelling

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Uno dei capitoli de “21 lezioni per il 21° secolo” di Yuval Noah Harari si intitola “Terrorism – don’t panic”.

Oggi il terrorismo uccide in media, globalmente, 25.000 persone all’anno (principalmente in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria).

Consideriamo che ogni anno, solo in Europa, muoiono 80.000 persone in incidenti d’auto. In America, i morti per incidenti sulle strade sono 40.000; in Cina sono 270.000.

A livello mondiale, i morti per incidenti stradali sono 1,25 milioni.

Contro i 25.000 morti per attacchi terroristici.

Eppure, non ci sono governi che perdono le elezioni a causa del numero di morti sulle strade, mentre ci sono governi che le perdono a causa di attacchi terroristici.

Perché?

Perché l’attacco terroristico mina direttamente la legittimità dello stato.

Gli stati odierni si fondano sulla promessa di proteggere i cittadini dalla violenza politica.

Se ci pensate, nel medioevo, quando ogni signorotto o vescovo possedeva interi eserciti, non c’erano problemi di terrorismo, perché lo Stato non prometteva di proteggere i cittadini dalla violenza politica, che abbondava – così come nessuno stato ha perso legittimità quando la peste ha decimato da un quarto a metà popolazione europea: perché non ci si aspettava che uno Stato dovesse prevenire le epidemie.

Uno Stato basa la propria legittimità sul rispetto delle promesse che fa.

Ora, guardando al terrorismo con occhi obiettivi, si nota che agisce come farebbe un disperato: non dispone di eserciti organizzati, dunque attacca con l’unico scopo di creare panico. Terrore, appunto, come dice il suo nome.

Un esercito statale, invece, attacca obiettivi militarmente strategici: pensate a Pearl Harbour, quando i giapponesi hanno distrutto la forza navale statunitense.

E ora pensate a un camion che travolge un centinaio di passanti in Spagna: il governo spagnolo, sia prima che dopo l’attacco, continua a disporre della sua forza militare, nessuno dei suoi siti strategici è stato intaccato.

Dunque, perché i terroristi continuano a comportarsi in modo così irrazionale? Sapendo che il loro nemico non viene minimamente indebolito dall’attacco?

Perché in realtà ciò che viene indebolita è la legittimità dello Stato, che dimostra ai suoi cittadini di non esser stato capace di difenderli dalla violenza politica.

E cosa fa lo Stato? Reagisce in modo esagerato.

Di fronte a una minaccia minima, quella terroristica, lo Stato di solito va fuori di testa, adottando misure che sono sproporzionate in confronto alla vera minaccia.

E’ quello che vogliono i terroristi: si comportano come un giocatore di carte che ha una mano particolarmente sfortunata, e allora, non avendo niente da perdere, sperano che la controparte rimescoli le carte. Le probabilità che escano carte favorevoli sono basse, ma ci prova lo stesso, perché non sa cosa altro fare.

I terroristi agiscono con mentalità teatrale: uccidere una dozzina di persone in Belgio fa più scena che ucciderne centinaia in Nigeria. Vogliono che lo Stato reagisca, perché uno Stato NON può perdere la faccia davanti ai suoi cittadini.

Quale sarebbe la giusta reazione davanti a un attacco terroristico?

Uno Stato dovrebbe intraprendere mirate azioni di intelligence e tagliare i flussi finanziari che permettono ai terroristi di comprare armi. Il guaio – grosso guaio – è che queste azioni sono discrete, non fanno parlare i mass media.

Molto meglio mandare bombardieri a radere al suolo interi villaggi…

…Spendendo miliardi che potrebbero essere utilizzati per combattere la povertà, gli incidenti stradali, e intraprendere azioni contro il riscaldamento globale nel proprio paese.

Insomma, se i terroristi fanno scena, gli Stati si sentono in obbligo di reagire con altrettanta scena.

Lo Storytelling diventa sovrano.

Non vogliatemene: anche solo una persona innocente morta a causa di un attentato è un dramma familiare e sociale. Tuttavia, la reazione di un governo non può essere puramente emotiva.

E noi, gente, non possiamo farci prendere per il naso da chi manipola le nostre paure.

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Like a destra, like a sinistra…

Per un pugno di like (Simone Cosimi)

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E’ un saggio di 109 pagine: una trentina sono di approfondimento a firma di alcuni esperti (psicologo, giurista, sociologo) e un’altra ventina di pagine costituiscono il glossario finale.

Al di là della parte iniziale, in cui si analizza come e chi ha introdotto il Like come strumento di valutazione di post e notizie in rete, il libro si incentra sulle conseguenze dei nostri clic.

Mettiamo Mi Piace quasi inconsapevolmente, e non ci rendiamo conto, tra le altre cose, che:

  • veniamo profilati sulla base delle nostre preferenze, soprattutto a livello commerciale, ma anche politico;
  • i post a cui mettiamo Mi Piace acquistano più visibilità anche tra i nostri amici;
  • continueremo a vedere più post su quell’argomento (come se non esistessero opinioni contrarie).

L’approfondimento più interessante, a parere mio, è quello giuridico:

Se nel post a cui mettiamo like vi sono contenuti offensivi, discriminatori o addirittura razzisti, il nostro Mi piace potrebbe configurare una condotta penalmente rilevante che potrebbe, addirittura, costarci un’imputazione per diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3, Codice penale.

La critica principale che posso muovere al libretto, tuttavia, è che, a dispetto del sottotitolo, “perché ai social network non piace il dissenso”, io non ho davvero capito perché Facebook e altri social non mettano un tastino col pollice verso.

La ragione vera, al di là di fumose dichiarazioni dei fondatori dei social, qual è?

Se un post non mi piace, non avendo un tasto veloce con cui esprimere il nostro dissenso, bisogna… DARSI DA FARE!

Bisogna attivarsi e scriverlo.

Mentre possiamo mettere Mi piace senza alcuna motivazione, per esprimere dissenso bisogna… fare fatica.

Quali sono i rischi di un eventuale tasto Non mi piace?

Potrebbe, ad esempio, sconvolgere gli algoritmi provocando il crollo delle visualizzazioni di un certo contenuto (con conseguenti ricadute economiche se è un contenuto commerciale o simil-commerciale).

O potrebbe causare rotture di antiche amicizie (cosa che credo interessi molto a Zuckenberg).

Ma la ragione vera per non mettere un tasto Non mi piace io non l’ho capita.

Forse, e lo si legge tra le righe, è che un tasto del genere costringerebbe la gente a pensare.

Voglio dire: il Mi Piace viaggia sul binario emotivo. Il Non mi piace va motivato, ti fa attivare il cervello. E in un contesto di “vendi tutto quello che puoi”, l’emotività è più redditizia.

Ma l’emotività ha altri lati oscuri:

Nel contesto del social media, che ai temi e ai dibattiti tende a privilegiare le risposte emotive piuttosto che il discorso ragionato, le caratteristiche delle piattaforme come le reaction di Facebook agevolano la mobilitazione della rabbia come strumento di potere.

Alla fine, comunque, la mancanza di un tasto Non mi piace avrebbe uno scopo più che altro commerciale:

La scienza del marketing si è spesso ridotta a questo: collocarci in una serie di tassonomie basate su ciò che ci piace.

Se ti piace, potresti essere disposto a comprarlo.

Se non ti piace, non interessa a nessuno.

 

 

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Liberi dalle vecchie abitudini (Pema Chodron)

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Come si trova la capacità di non fare un dramma dei propri problemi?

Lo strumento principale è la meditazione; tuttavia, anche durante il giorno, nel bel mezzo dei nostri impegni quotidiani, ci si può… fermare.

Tre respiri consapevoli.

Possiamo farli ogni volta che siamo travolti dalla rabbia o dalla paura, ma bisogna farlo subito, appena avvertiamo che l’onda si sta preparando ad investirci: bisogna farlo, insomma, prima che sia troppo tardi.

La rabbia, in particolare, mi interessa, perché negli ultimi anni mi sono accorta di essere vittima di accessi d’ira, soprattutto in ufficio, quando il lavoro è eccessivo e/o i clienti mi rispondono male, buttandola sul personale (come se lo facessi apposta a rifiutare i loro reclami).

Ma la rabbia la vedo ovunque.

Nei social, soprattutto.

Sono tutti arrabbiati. Tutti si lamentano, tutti postano commenti sarcastici: contro gli immigrati, i gay, i politici… contro la gente che non tiene il naso dietro la mascherina, contro la ragazza che si è fatta musulmana, contro chi va a messa, contro chi non ci va, contro chi non rispetta i topi dei gruppi…

Ecco, a tal riguardo, l’autrice ci dice questo:

Al di sotto dell’odio, al di sotto di qualsiasi azione o parola crudele, di qualsiasi disumanizzazione, c’è sempre la paura.

La rabbia nasce dalla paura.

Di perdere la propria identità, principalmente. La propria immagine di cittadino, di buon lavoratore, di italiano, di macho, di donna di casa ecc…

Il guaio è che diamo troppa importanza a questa identità. Rimaniamo in una prospettiva microscopica, senza allargare gli occhi oltre noi stessi e oltre il nostro tempo, dimentichiamo che c’è stato un prima, ci sarà un dopo, e c’è, sempre, un altrove, dove noi non ci siamo, eppure la vita continua.

Di solito cambiamo prospettiva in seguito ad eventi calamitosi, scioccanti, mortali.

Quando è morta mia madre, mi son trovata davanti allo schermo del PC, in ufficio, a chiedermi se quello che facevo aveva un senso. Domanda che non mi era mai fatta, visto che avevo fatto fatica a trovare quel posto e mi ero sempre impegnata in quel lavoro.

Poi, noi o qualcuno che ci è caro ha un incidente o una grave malattia, ed è come se ci togliessimo la benda dagli occhi. Vediamo la mancanza di significato di gran parte di quello che facciamo e il vuoto di quello a cui ci attacchiamo.

Prospettiva, dunque, è la parola d’ordine.

Non assolutizziamo quello che siamo e che facciamo: persone, lavoro, luoghi, possedimenti. Oltre a noi, al di là del confine della nostra pelle, c’è tutto un mondo.

Un altro.

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Open (Andre Agassi) @LibriEinaudi

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Ho deciso di dedicarmi a questa biografia, solo dopo aver letto molte recensioni positive: non mi interessa il tennis e quasi non mi ricordavo di Agassi, perché avrei dovuto perdere tempo con 496 pagine di sport?

Per fortuna, qui di tennis non si parla molto.

Inoltre, il testo in sé è stato scritto da Moehringer, un premio Pulitzer: e si sente.

Ben fatto! Senza fingere che il nome in copertina sia anche quello dell’autore, Agassi ha deciso di svelare nell’ultimo paragrafo il nome di chi si è occupato della stesura. E’ una sincerità che mi piace: odio le bio di personaggi che si spacciano per scrittori.

Le parti più sconvolgenti, sono quelle che parlano del padre di Agassi. Armeno-iraniano, è immigrato negli Stati Uniti con documenti falsi. Già in Iran era famoso come pugile (aveva partecipato anche alle olimpiadi). Arrivato negli Stati Uniti, decide che i figli devono diventare ricchi e famosi col tennis.

Li fa morire!

Allenamenti estenuanti, spara-palle costruito da lui, monotematicità dei discorsi, pillole, spinte, scuola-prigione, urli e umiliazioni: tutto per cercare di farli sfondare.

Ci riesce solo con Andre, anche se, per anni e anni, Andre odierà il tennis.

Incapace di accettare le sconfitte, Andre sarà spesso tentato di mollare tutto: una volta regalerà racchette da centinaia di dollari ai barboni, una volta darà fuoco a fogli e foglietti in una camera d’albergo…

Incredibile come le persone ricche e famose siano insicure di sé, incredibile quante paure le tormentino.

Andre Agassi sarà sempre incompreso dai giornalisti, che criticavano il suo look simil-punk, e lui sarà sempre incapace di passare incolume sopra certi articoli.

Un’altra fisima saranno i suoi capelli: li perdeva. Era arrivato al punto di indossare un parrucchino, con tutta l’ansia che poteva provocargli il rischio che cadesse durante un match.

E poi… la sua amicizia con Barbra Streisand, i suoi matrimoni con Brook Shields e Steffi Graf… i suoi amici, importantissimi…

Inquieto, insoddisfatto, lunatico: sono tanti gli aggettivi che gli si addicono. Si sente davvero felice solo quando aiuta qualcuno: la figlia di un amico ferita in un incidente, il cameriere di un ristorante che non ha soldi per l’università dei figli… E la sua fondazione per l’educazione in un quartiere degradato.

Lui, che ha mollato la scuola in terza media, raccoglie milioni di dollari per mandare avanti una scuola modello.

E su tutto, su ogni vicenda, personale o pubblica, incombe il tennis, l’odiato tennis.

Quanta gente conoscete che fa un lavoro che odia eppure lo fa bene?

Il fatto è che una volta intrapresa una strada, bella o brutta, cambiare è difficilissimo.

Una volta che il tuo curriculum mostra un certo ruolo professionale, continuano a cercarti per quel ruolo professionale. Non ti schiodi più.

Scusate, sto divagando…

 

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Exodus (Leon Uris) – 1° volume

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Per raccogliere il materiale necessario a questo libro ho percorso circa ottantamila chilometri. I metri di nastro inciso, il numero di interviste, le tonnellate di libri consultati, la quantità di pellicola impressionata e di dollari spesi raggiungono cifre non meno impressionanti.

Ecco cosa dichiara Leon Uris nella prefazione del libro, uscito nel 1958.

Exodus è il nome di una vecchia nave che – una volta finita la seconda guerra mondiale – porta 300 bambini in Palestina. La nave del romanzo, che si ispira a una vicenda realmente accaduta, parte da Cipro, dove gli ebrei scampati allo sterminio hitleriano erano rinchiusi in campi inglesi!

Bisogna ricordare che gli inglesi avevano il Mandato sulla Palestina ed erano contrari all’immigrazione ebraica, perché questo li avrebbe messi in difficoltà con le popolazioni arabe di cui erano, storicamente, alleati.

Pensate: centinaia e centinaia di persone sfuggite dalle camere a gas europee che credono di essere in salvo e invece si ritrovano di nuovo rinchiuse in campi recintati!

I personaggi del romanzo sono un’invenzione letteraria, ma necessariamente entrano in gioco molti nomi di vere personalità storiche (Ben Gurion, Churchill, gli zar russi, i muftì…).

I protagonisti principali sono pochi: uno è Arì Ben Canaan, ebreo palestinese ed ex soldato inglese, con un passato di lotte e dolore.

Poi c’è Kitty, una giovane vedova infermiera che si dedica ai bambini ebrei e che decide di andare in Palestina per seguire una ragazza che le ricorda la figlia morta a pochi anni di età.

Altri personaggi sono meno delineati dal punto di vista psicologico, ma sono necessari perché, attraverso la loro storia e la storia dei loro genitori, nonni, avi, viene narrata la storia ebraica nel mondo, dalla distruzione del Tempio fino ai giorni della vicenda.

Sono digressioni lunghe molte pagine, a volte sembra di leggere un libro di storia, e, considerando le origini ebraiche dell’autore, ci si chiede quanto obiettive siano (ma… esistono libri di storia obiettivi?).

Il romanzo, appena uscito, è diventato subito un bestseller tradotto in decine di lingue, eppure il gotha letterario lo ha molto criticato.

Stando ai critici, il romanzo soffre di difetti sia letterari che contenutistici.

Non sono un’esperta, ma neanche io credo di aver tenuto nelle mani una grande opera d’arte. Il registro cambia spesso e in modo repentino, ci sono troppi punti esclamativi, è troppo simile a una sceneggiatura cinematografica (Uris era anche sceneggiatore, e infatti questo romanzo è diventato un film diretto da Otto Preminger, starring Paul Newman).

Per quanto riguarda i contenuti, molti hanno accusato Uris di propaganda antipalestinese. 

Dal mio punto di vista, sì, è vero che i musulmani sono spesso identificati come ladri, ignoranti e violenti, ma stiamo parlando di tribù seminomadi che attaccavano i neo-insediati ebrei: in un romanzo di poche pretese psicologiche è “normale” che si prendano le parti dei protagonisti che devono affrontare le difficoltà per arrivare al loro scopo (una nazione ebraica).

Tanto più che certi musulmani diventano amici di Ben Arì e di suo padre, dunque la caratterizzazione negativa non mi sembra così generalizzata.

Nel romanzo si parla molto peggio degli inglesi! Quelli sì che erano i veri traditori!

Il primo volume finisce con l’Exodus che, dopo aver gabbato gli inglesi facendo leva sull’opinione pubblica mondiale, arriva sulle coste della Palestina.

Per ora mi fermo al primo volume. Seppure interessante dal punto di vista storico, secondo me è un po’ debole sulle caratterizzazioni psicologiche.

Prendiamo Kitty, ad esempio: resta vedova dell’uomo tanto amato e poi le muore la figlioletta. Pochi anni dopo, incontra una adolescente nel campo di internamento inglese a Cipro e scatta il colpo di fulmine, e addirittura pensa di adottarla… il passaggio è troppo rapido e poco verosimile.

Uris è più efficace quando allarga lo sguardo, quando, attraverso i lunghi flash back, ti fa capire come è stato trattato il popolo ebraico nei secoli, e soprattutto come i governanti dei vari stati, per motivi di volta in volta diversi, siano riusciti a trasformare gli ebrei in capri espiatori.

Una cosa ho notato: è più facile instillare l’odio verso certe minoranze sfruttando il senso di inferiorità delle popolazioni. Chi si sente escluso, chi si sente impotente, chi crede (o è) vittima di ingiustizie… tutta questa gente ha bisogno di qualcuno su cui sfogarsi.

Una volta erano gli ebrei.

E oggi?

Gente frustrata ce n’è a iosa, guardate i social!

Basta raccontare una storia in modo leggermente diverso e il capro espiatorio… è qui!

 

 

 

 

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La fenice rossa (Tess Gerritsen) @LibriLonganesi

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Un thriller, ogni tanto, ci vuole, per rilassarsi.

Questo l’ho scelto, in particolare, per la copertina dai richiami cinesi (eh, sono fissata, lo so). Infatti la vicenda è ambientata nella Chinatown di Boston.

La protagonista è Jane Rizzoli, detective, e indaga sull’omicidio di una sconosciuta a cui è stata mozzata di netto una mano con una lama molto affilata. Il fatto è accaduto sul tetto di uno stabile nel quale, diciannove anni prima, è avvenuta una strage: il cuoco è uscito dalla cucina, ha sparato a tutti i presenti, e poi si è sparato in testa.

Nel corso della vicenda, le indagini si incasinano quando viene coinvolto un boss della malavita irlandese, quando si trovano dei strani peli animali di cui non si capisce l’origine e quando e si scopre una sfilza di ragazzina scomparse nell’arco di venticinque anni; ma non dico oltre.

La trama è ben orchestrata, con i tasselli che vanno al posto giusto pian piano, ma facendo anche venire a galla anche nuove domande ad ogni nuova scoperta.

Tra gli altri personaggi, ci sono una misteriosa insegnante di Wushu, che era sposata al cameriere del ristorante cinese; un’anatomopatologa professionalmente inflessibile ma sentimentalmente incasinata; il marito di Jane Rizzoli, agente speciale; e tutta una serie di poliziotti in servizio o in pensione.

Il finale?

Ogni volta che credi di essere arrivata a una soluzione, ti accorgi che mancano ancora troppe pagine alla fine, e dunque te la metti via, perché sta per arrivare un altro colpo di scena.

A me è piaciuto: 4 stelline su 5.


 

L’autrice è di origini cinesi. Ha scritto il romanzo sfruttando alcune delle storie che le raccontava sua madre, tutte ambientate nel paese della Grande Muraglia. Ha lavorato un periodo come medico alle Hawaii, col marito, poi si sono trasferiti nel Maine dove ora lei vive di scrittura.

 

 

 

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Il desiderio di essere come tutti (Francesco Piccolo)

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Oggi è il 25 aprile, e, come ogni anno, (quasi) tutti si sentono in dovere di postare una bandiera italiana, una foto di ambientazione partigiana o le parole di una canzone patriottica. E’ il desiderio di essere come tutti. E, come tutti, da domani torneremo ad essere i soliti criticoni, qualunquisti, aspiranti emigranti (eccomi qua).

Perché in Italia la partecipazione politica dei cittadini (salvo eccezioni) si riduce a questa lamentela sullo stato del Paese e a un arroccamento elitario sulle proprie posizioni. Azioni concrete per favorire il cambiamento? Eh, beh, ecco, io…

Francesco Piccolo si è comportato in modo diverso, nel corso della sua vita?

In questa biografia, ce ne parla. Ci racconta del suo primo risveglio alla “cosa pubblica”, a nove anni, e poi, del compromesso storico, del rapimento Moro, del suo attaccamento a Berlinguer e del suo odio per Berlusconi.

Ma ci parla anche come è cambiato negli anni il suo atteggiamento politico: partito da un ideale di purezza, è approdato a una visione più pratica (il passaggio da una politica dei principi a una politica della responsabilità, direbbe Weber).

Chi fa politica secondo l’etica dei princìpi, segue le sue idee e tiene conto soltanto di quelle – in pratica si sottrae a un vero e proprio atto politico; chi fa politica secondo l’etica della responsabilità, si pone ogni volta il problema di ciò che accadrà in seguito a una sua decisione – in pratica mette in atto un’azione politica.

E’ quello che auspica, tra le righe, per la sinistra italiana: Berlusconi è salito al potere perché allora, Bertinotti, decise di seguire la via etica, rifiutando di appoggiare il governo con Prodi. E’ stata una scelta dettata dalla convinzione di stare dalla parte dei giusti, ma che effetto ha avuto? Il governo Prodi è caduto ed è arrivato Berlusconi.

E quando Berlusconi era al governo, la sinistra ha cominciato a denigrarlo dal punto di vista morale, invece di attaccarlo nella sua veste istituzionale, perché la sinistra sapeva di essere moralmente superiore. Peccato che questo l’abbia isolata e l’abbia privata di efficacia.

Si è ridotto tutto a un esercizio retorico dell’opposizione, dell’estraneità: con ogni probabilità, questo fenomeno ha avuto luogo per combattere la paura della diversità, la paura verso il potere di quest’uomo, con una denigrazione sul piano personale che ne abbassasse il pericolo. Ma l’operazione di dissacrazione del mito ha soprattutto distratto dalla lotta politica, dal centro delle questioni. Dalla costruzione di un’alternativa più efficace che potesse piacere al Paese.

Ma la biografia non parla solo di purezza e impurità, di impegno e superficialità. Parla anche del rapporto tra pubblico e privato, di come le due sfere debbano in qualche modo parlarsi per far sì che i cittadini siano buoni cittadini.

Ho finito di leggere questo libro proprio oggi, 25 aprile, quando tutti si sentono in dovere di scrivere da qualche parte parole come “libertà”, “fascismo”, “Italia”.

E’ il libro di uno che, a partire dai 9 anni, si è sempre interessato di politica: ne ha letto, scritto, discusso. Di uno che ammette i propri errori e gli errori del proprio partito, e che è arrivato alla conclusione che questi errori possano esistere, e non li esclude a priori solo per il fatto di appartenere ad un certo schieramento.

L’abitudine è quella di sentirsi estranei agli errori, estranei alle brutture del Paese. L’estraneità rende impermeabile la conoscenza, e senza conoscere le ragioni degli altri, non si può combatterle.

E invece, nel grande come nel piccolo, vedo sempre questa convinzione di essere nel giusto (quando va bene… quando va male, vedo totale disinteresse per la politica).

Non sono ottimista per il futuro dell’Italia.

Mi dispiace, Piccolo, ma se potessi emigrare, oggi, con famiglia e burattini, lo farei.

 

 

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Cani selvaggi (Helen Humphreys)

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Non conoscevo questa autrice canadese: ve la consiglio!!

L’espediente narrativo che ha usato in questo libro è di mettere insieme sei persone, molto diverse l’una dall’altra, ma tutte con un problema comune: ognuna di loro ha perso il proprio cane (scappato o abbandonato), che si è unito a un gruppo di cani selvatici nel bosco.

Tutti noi abbiamo paura delle persone con cui viviamo, di quelle che hanno dato via i nostri cani. Se non avessimo paura di loro, loro non avrebbero avuto l’autorità di fare ciò che hanno fatto.

Ogni sera, allora, si trovano tutti e sei ai margini del bosco e ognuno chiama il proprio cane.

La storia è raccontata da diversi punti di vista.

Incomincia Alice, che si è innamorata della biologa del gruppo.

Poi c’è Jamie, un adolescente che cerca di crescere prima del tempo avvicinandosi ad amicizie poco raccomandabili per dimenticare la situazione che lo aspetta a casa.

C’è Lily, una ragazza con dei problemi intellettivi causati da un incidente

Parla anche Spencer, che non appartiene al gruppo, ma che sarà fortemente toccato dal destino di Lily (destino causato da lui, ma non faccio spoiler).

Un altro punto di vista è quello di Malcom: anche lui ogni sera va a chiamare il suo cane, e siccome Alice ha appena mollato il suo ragazzo ed è rimasta senza casa, le offre di dormire nel suo capanno. Ma anche Malcom ha dei problemi mentali..

Al di là della vicenda che li unisce, l’autrice affronta vari temi.

In un rapporto di coppia (o cane-padrone) bisogna fidarsi o bisogna mantenere un certo grado di paura?

Perché i cani se ne sono andati e cosa li trattiene nel bosco? Sono cambiati rispetto a quello che erano una volta o sono diventati quelli che erano già? E questo succede anche alle persone?

Non riuscivamo ad immaginare un mondo per loro del quale noi non fossimo il centro.

Credo che i cani siano una metafora della vita: sono addomesticati, vivono delle nostre abitudini, e poi all’improvviso cambiano. Sono diventati selvaggi o lo sono sempre stati, in realtà? E noi siamo addomesticati del tutto o possiamo ancora cambiare?

E’ un romanzo davvero pieno di riflessioni che ognuno può adattare a se stesso.

5 Stelle su 5.

L’acqua ha sempre qualcosa da fare. Dà sempre l’idea di avere un posto importante dove andare. Anch’io vorrei sentirmi così.

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