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Sono stato imperatore (Pu Yi) @LibriBompiani

Non sono riuscita a leggere questa autobiografia senza fare il confronto, episodio per episodio, col film “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci.

Per capire le numerose differenze, bisogna tenere a mente che l’autobiografia di Pu Yi è stata scritta in piena epoca Mao (la pubblicazione è avvenuta nel 1964).

Pu Yi non era una grande personalità: era debole di carattere, e i lussi in cui è vissuto gran parte della sua vita non hanno fatto altro che indebolirlo ulteriormente e incancrenire altri suoi difetti, tra i quali la crudeltà aveva un ruolo importante.

Nella biografia, Pu Yi parla del suo vecchio sè con rammarico e vergogna ma ci resterà sempre il dubbio di cosa pensasse davvero: di quanto fosse all’oscuro delle mire giapponesi durante l’occupazione del Manchukuo, dello sfruttamento bestiale del popolo cinese e della situazione internazionale.

La parte più interessante dell’autobiografia a mio parere inizia dopo la costituzione del Manchukuo, lo stato fantoccio: si vede un Pu Yi che pensa continuamente alla sua restaurazione come imperatore, si illude e poi cade, più volte, nella disperazione e nel terrore di venire ucciso, e allora si dà alla pratica del buddhismo e alle superstizioni (arrivando al punto di vietare ai servi di uccidere le mosche).

Quando il Giappone perde la guerra e il Manchukuo cade, Pu Yi finisce per cinque anni in un carcere russo, e, infine, in uno cinese.

Era pronto ad essere maltrattato, deriso, torturato e ucciso e invece… oh! Miracolo! Il comunismo è magnanimo!

E qui lo sbrodolamento inzuppa le pagine: tutti, anche i sopravvissuti a terribili massacri, lo perdonano; tutti si preoccupano solo della sua reintroduzione nella nuova società; la nuova società non è interessata ai suoi numerosi gioielli, e in carcere diventa un vero uomo. Così dice.

Negli ultimi anni avevo appreso qualcosa circa il mio effettivo valore dai miei tentativi di lavarmi gli abiti e fabbricare astucci per matite.

All’inizio avevo detestato il partito comunista, il governo del popolo e le autorità carcerarie, mentre ora non avevo motivo di avercela con loro, e più che mai sentivo che, se le cose stavano a quel modo, era per colpa mia.

La magnanimità dei contadini che avevo ritenuto rozzi, ignoranti e pronti a trar vendetta senza curarsi affatto della politica di clemenza e rieducazione. Adesso erano padroni del proprio destino, e dietro di loro stavano un potente governo e un esercito guidato dal partito comunista.

Una cosa era chiarissima nella mia mente: il partito comunista si serviva della ragione per conquistare la gente.

Mi fermo qui, ma avete colto il senso.

Impossibile sapere quanto Pu Yi fosse davvero convinto di queste lodi e quanto forte fosse la paura, ma anche se si resta col dubbio sulla sua sincerità (quanto ha esagerato i suoi crimini? Quanto ha esagerato la magnanimità del comunismo? Quanto ha taciuto?), questo è un libro che ho letto con piacere.

Voto: 3 su 5.

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Attraversare i muri – Marina Abramovic @Artistispresen

Oggi compie 73 anni, nonostante l’apparente assenza di età delle foto in cui compare.

Ammetto che non capisco tutte le sue esibizioni: capisco la sua volontà di far passare un messaggio, ma non capisco perché debba ricorrere all’automutilazione o alla masturbazione in pubblico o all’esibizione di una lepre morta.

Però c’è una cosa che mi piace di lei: non ha paura di portare avanti la sua passione. Non si occupa delle critiche, numerose, che le vengono rivolte, perché lei ha un obiettivo: aumentare la consapevolezza del pubblico e, tramite questo, forse, un giorno, cambiare il mondo (in questo pecca, a mio modo di vedere, di ingenuità, ma non si sa mai che abbia ragione).

D’altronde, se il mondo non lo cambi con l’arte, con cosa lo puoi cambiare?

Sebbene non sia evidente, Marina prepara ogni sua performance con meticolosità e con mesi di anticipo, impegnandosi non solo a livello fisico, ma anche mentale e spirituale. Non è raro che ricorra a digiuni e periodi di silenzio assoluto, spesso in templi indiani o tibetani, e spesso si rivolge a sciamani e guaritori tradizionali di culture lontane.

L’autobiografia ci mostra la giovane marina alle prese con due genitori inadatti al ruolo familiare ma importanti, ingombranti, emotivamente e nazionalmente: entrambi due ex eroi della Jugoslavia della resistenza, si sposano spinti dall’eccezionale momento storico e dalle reciproche bellezze, ma il matrimonio va a rotoli. Troppo diversi.

A farne le spese, è Marina, figlia femmina in un mondo maschilista, retrogrado e nazionalista.

Marina rimane a casa con la madre fino alla soglia dei trent’anni: la madre è ossessionata dalla pulizia e la costringe a rispettare il coprifuoco serale delle dieci.

Quando la figlia inizia le sue prime performance, la madre, Danica, va in paranoia perché la nudità, nel suo mondo pieno di paranoie, è un peccato imperdonabile.

Marina avrà bisogno di anni per liberarsi dalle pesanti presenze dei suoi genitori, ma prima passerà attraverso un paio di relazioni altrettanto pesanti e ingombranti.

La prima e più famosa è quella con Ulay, anche lui performer, compagno di vita e di lavoro. Famoso è il loro incontro sulla Muraglia Cinese, anche se leggendo la biografia mi sono resa conto che la realtà è stata meno poetica delle immagini che sono passate al pubblico.

La Abramovic non ha paura di raccontarci dei suoi momenti di debolezza, e leggere di depressioni e pianti infiniti di questi personaggi mi fa stare bene. Non per invidia, ma perché ti fanno vedere come loro li hanno superati: la notorietà non li ha resi invincibili e per superare le contrarietà devono far ricorso a forze di cui tutti siamo dotati.

Marina, in questo campo, non si è fatta mancare nulla, ma il lavoro che ha fatto su di sé davvero non si percepisce dalle foto più chiacchierate che si vedono in giro.

Quando sta giorni e giorni seduta al MoMa a guardare negli occhi le persone che si siedono davanti a lei, nelle foto non si capisce quanto possa essere dolorosa quella posizione, e anche critici di grido (come può essere un Francesco Bonami) non hanno colto le intenzioni e la fatica che una performance del genere possa smuovere.

Perché “Attraversare i muri”? Era un modo di dire comunista: il cittadino esemplare doveva essere così forte da attraversare i muri. E la Abramovic ha sfruttato la sua arte per scandagliare i propri limiti.

Un paio di critiche.

  1. Come tutte le artiste contemporanee, bisognerebbe spiegare meglio le intenzioni delle proprie performance, se davvero si vuole essere capiti e non derisi.
  2. Gli animali. Con tutto il suo lavoro sulla propria spiritualità, come mai non è ancora giunta a un adeguato livello di sensibilità nei confronti degli animali? (se leggete il libro, capirete)

Un ultimo commento: il suo film preferito è Teorema di Pier Paolo Pasolini.

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Dopo la fuga (Ilija Trojanow)

Glottologia per progrediti: il contrario di intronarsi è estraniarsi; il contrario di molteplicità è pochezza.

Radicato nell’utopia. Finalmente a casa.

I più vivono nel multilinguismo anche quando agiscono da monolingue. Gli universali sognati in passato appartengono al vocabolario globale. Promessa per l’uno, minaccia per l’altro.

Come potete dedurre dai tre passaggi qui sopra riportati, ho avuto le mie difficoltà a cogliere il succo della raccolta di pensieri e aforismi di Trojanow.

Nonostante l’attualità del tema (la fuga dal proprio paese di origine) e le notevoli capacità letterarie dell’autore, non sono riuscita ad entrare in sintonia col testo, sebbene molti stralci fossero poetici e densi di significato. Come questi, ad esempio:

Il ritorno in patria costituisce il più forte shock culturale possibile.

Quando il matrimonio fra persone del posto e stranieri fallisce, se ne dà la colpa alla differenza: differenza fra due culture, due tradizioni, due essenze che non sarebbero fra loro conciliabili. Se invece naufraga il matrimonio fra due del posto, allora dipende dalla differenza fra due individui.

Prima della fuga sapeva perché era infelice.

In un sistema di disumanità, la violazione delle leggi è un principio umano.

Durante la fuga un collettivo, dopo la fuga un individuo.

Forse non è il mio periodo di lettura di testi impegnati poetici/filosofici, ma se cercate un volumetto breve e denso per riflettere sulla situazione del profugo al di là delle banalità televisive e da bar, questo è il libro giusto.

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I fatti – Autobiografia di un romanziere (Philip Roth)

Da Roth non ci si poteva aspettare un’autobiografia qualunque; e infatti, questa inizia con una lettera che l’autore scrive al suo alter ego Zuckerman, e finisce con una lettera di Zuckerman al suo creatore.

La ragione è che l’uno non si può spiegare senza l’altro, per forza di cose. Si fa presto a dire “fatti”, ma la Verità di Roth la capiamo solo se prendiamo in considerazione anche i suoi personaggi. La schizofrenia letteraria è necessaria per vedere quello che Roth, da protagonista della propria vita, non poteva vedere.

Ad esempio, prendiamo il suo matrimonio con Josie, che lui chiama la “nemica”: una provinciale che lui si è ostinato a sposare anche se lei lo ha imbrogliato con una falsa gravidanza, comprando le urine di una sconosciuta di colore.

Una donna che lo ha usato per diventare qualcuno e per usufruire di un’entrata fissa, che lo chiamava in piena notte per chiedergli se era “a letto con una negra”.

Un mostro? Non lo sapremo mai, come ci spiega Zuckerman, che ci mette sotto il naso una versione leggermente diversa della storia.

Josie oggi verrebbe classificata come “figlia adulta di alcolista”, la vittima di una vittima, e quindi ha la caratteristica degli afflitti da tale sofferenza, il bisogno di addossarne la colpa a qualsiasi cosa o persona.

E il rapporto di Roth con gli ebrei che lo hanno accusato di antisemitismo? E’ una diatriba che ha fatto parlare di Roth più dei suoi libri, quasi.

Eppure, sotto a questa storia c’è l’annoso fatto che non puoi raccontare delle sfaccettature vere (ma scomode) di un certo gruppo: perché i suoi esponenti, dichiarandosi paladini della Verità, ti accuseranno di averli attaccati (se invece fai la stessa cosa con i gruppi avversari, tutto tace).

Sono persone in buona fede, che credono in una causa che ritengono superiore a certe “scorrettezze” (ve li ricordate i comunisti quando hanno taciuto sui lager staliniani? Il principio è quello). Non puoi dire certe verità se danneggiano la causa.

Più che di fatti, in questa autobiografia Philip Roth ci mette davanti alle sue riflessioni su di essi: ad esempio, come è arrivato a sposare una donna che considererà poi la sua nemica principale? Perché si fa ancora tante domande sulla sua ebraicità?

Parlando di sè, Roth ci fa riflettere sulla narrativa che noi mettiamo in piedi per narrare noi stessi. E’ una riflessione che fa sempre bene.

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Una donna – Annie Ernaux

Annie Ernaux inizia a scrivere questo libro pochi giorni dopo la morte della madre. Racconta la sua vita, l’ambiente in cui è cresciuta, il rapporto che si era creato tra loro e la malattia, l’alzheimer, che se l’è portata via, prima nella mente e poi nel corpo.

E’ la vita di una donna normale, che si è sempre data da fare per uscire dall’ambiente contadino e dalla povertà, per farsi una cultura e per far studiare la figlia.

La Ernaux ha una scrittura concisa che tratteggia le situazioni con neutralità e precisione: scrive per fissare la vita della madre, perché se non lo facesse, di lei non resterebbe niente, e questo è il carattere che più ci fa riflettere sulla nostra essenza.

Segue un andamento cronologico, con paragrafi quasi diaristici, senza nessun tema da dimostrare né alcuna scaletta preimpostata: i ricordi vengono messi su carta man mano che li richiama alla mente.

E’ una storia drammatica perché universale, ci riguarda tutti, da vicino o da lontano.

Al Gruppo di Lettura molti hanno sottolineato la mancanza di giudizi: la Ernaux ti mette davanti ai ricordi senza darti appigli morali per valutarli, lascia fare a te.

Leggendola, mi ha dato l’impressione che sia lei che sua madre abbiamo vissuto senza poter davvero scegliere, come se ogni loro comportamento sia stato dettato dall’ambiente o dall’epoca.

Perché? Dopotutto, entrambe si sono date da fare, non si son trovate la strada spianata: lavoro, studio, famiglia, la morte di un figlio e di un marito/padre, un divorzio…

Credo che la risposta stia proprio nello stile: la scrittura è così scevra da giudizi, che da nessuna parte vengono esternati i desideri che erano all’origine dei comportamenti.

Mi spiego: i comportamenti sono descritti; i pensieri che hanno portato a quelle azioni, invece, no. Riportare i pensieri, infatti, avrebbe significato fare ipotesi, e l’ipotesi porta in sé un giudizio, o comunque qualche tipo di valutazione.

Durante la lettura, dunque, quando mi trovo la madre che apre un negozio di alimentari e che si fa in quattro per mandarlo avanti, posso intuire la motivazione che c’è dietro, ma se mi fermo alla parola scritta, questa motivazione non è esplicitata, e il comportamento sembra eruttare da un corpo senza volontà propria.

Il libro piace, non può lasciarti indifferente.

Quello che è mancato, secondo me (ma non era nell’intenzione della Ernaux) è il piano, la scaletta, un tema di fondo che mi aiuti a far entrare il libro nel novero della grande letteratura.

E’ un’opera d’arte, perché è una forma di comunicazione consapevole (molto consapevole), ma forse è un po’ troppo personale, troppo legato alla sfera intima.

(Ehi, qui sto facendo le pulci a un bellissimo libro… non ci badate)

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Vita di Alberto Moravia (Moravia – Alain Elkann)

Libro intervista

Moravia è stato spesso accusato di essere un figlio di papà, un rampollo viziato e fortunato.

Bisogna dire che veniva da una buona famiglia: aveva una governante francese, i genitori si potevano permettere di andare all’opera, e il padre, architetto, lo mantenne ben oltre i trent’anni (fino al matrimonio), pagandogli anche i viaggi di piacere.

Fu il padre che gli prestò i soldi per pubblicare il suo primo libro, Gli Indifferenti, scritto tra l’altro ad un’età precocissima.

Tuttavia Moravia si è sempre difeso dicendo che ha avuto anche lui il suo periodo di sofferenza finanziaria (anzi, dice chiaramente “eravamo poveri), e in questa intervista ne parla senza amarezza, come di un’esperienza come un’altra.

Il primo evento che lo ha segnato stato la malattia: per tutta l’infanzia è stato malato, è stato anche in sanatorio, e anche una volta ufficialmente guarito si è sempre sentito l’ombra della malattia sul collo.

E poi ci sono state le donne.

Ha avuto tre mogli, Elsa Morante, Dacia Maraini e Carmen Llera, ma la schiera di avventure e innamoramenti è molto, molto lunga. Probabilmente se seguite il mio blog avete già intuito che sono un po’ talebana, e infatti questa facilità nell’andare a letto con donne appena conosciute mi lascia perplessa, ma non sono un uomo, forse i maschi ragionano in modo diverso.

Moravia non è il mio scrittore preferito. Ho come l’impressione che i suoi libri abbiano ottenuto quel successo enorme solo per casualità fortunate (pubblicazione nel momento giusto, appartenenze politiche, enorme rete di conoscenze).

La sua vita però è stata all’insegna del cosmopolitismo, e questo mi piace, nei scrittori e in tutti quanti.

Viaggi, viaggi, viaggi, ma non solo toccata e fuga: sono le persone dei paesi stranieri che ti permettono di toccare con mano la cultura diversa e Moravia doveva essere un tipo, alla fine, socievole, nonostante il cipiglio che gli si è attaccato alla faccia in vecchiaia (diciamo anche che la sua rete di conoscenze si nutriva da sé, visto che si faceva scrivere lettere di introduzione dai personaggi che conosceva e che gli permettevano di venir ammesso a molti salotti letterari a livello europeo).

Mi permetto di riportare una frase dell’autore, che parla della sua impressione appena sceso negli Stati Uniti negli anni Cinquanta:

La sensazione in America fu di un grande paese, in cui gli italiani non contavano nulla.

E’ una frase che gli italiani tenderanno a giustificare: erano gli anni Cinquanta, ora è diverso.

No, gente. Gli italiani non contano nulla nel mondo, adesso come allora. Siamo noi che ci gloriamo del nostro fastoso passato e crediamo che tutti ci studino e ci pensino: parlate con l’uomo medio americano, o cinese, o africano, o australiano, e chiedetegli la nostra forma di governo, il nome del nostro presidente della repubblica, o di un autore o cantante contemporaneo. Resteranno muti.

La biografia è interessante anche per tutte le opinioni che Moravia esprime sui più importanti personaggi letterari del Novecento: vi assicuro che li ha conosciuti quasi tutti (Prezzolini, Malaparte, Visconti, Pasolini…); per non tacere delle opinioni che lo scrittore ci semina qua e là in merito alla sua arte e che possono essere considerate come perline di saggezza per chi mira alla carriera letteraria.

Nonostante l’interesse di questo libro-intervista, Moravia non mi è diventato più simpatico di prima. Frasi come quella sotto mi hanno impedito di prenderlo a benvolere:

A quei tempi Borghese e Pancrazi, altro critico del Corriere della Sera, potevano creare uno scrittore, per quel centinaio di lettori che si interessavano di letteratura. Oggi questo non è più possibile, ci sono più lettori, è vero, ma la letteratura non è più qualche cosa di culturale, è un prodotto industriale come un altro.

Come a dire, che la cultura letteraria è solo quella creata dai critici, (che – si sa – possono essere ben di parte coi propri amici) e non dai lettori che formano il popolo “normale”.

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Una luce nella notte – Mary Higgins Clark

Un’autobiografia di una scrittrice me l’aspettavo un poco più approfondita o almeno più ricercata nella forma. Si tratta invece di un elenco di piccoli eventi normalissimi: dalla descrizione dei genitori e della loro morte, alla rievocazione dei giorni di scuola, dei tentativi di recitare, di trovarsi un lavoro…

Non è il contenuto a lasciarmi perplessa, ma lo stile: banale, come avrebbe potuto scrivere l’uomo della strada.

Se io l’ho letta in due giorni, è perché mi piacciono le autobiografie degli scrittori… la mia velocità è stata dettata dalla curiosità di trovare elementi correlati alla sua professione o alle sue amicizie letterarie, ma alla fine è stata per lo più delusa, perché, della scrittura, la Higgins Clark parla solo in via incidentale, come di qualcosa che desiderava ardentemente ma di cui poco approfondisce le difficoltà e i progressi (tranne che per il numero di rifiuti ricevuti agli inizi).

E’ stato comunque interessante leggere della sua esperienza come hostess della PanAm e dei tentativi di sua madre di preservare l’integrità della figlia dopo la vedovanza.

Altri fatteruncoli comici non rilevano e ci posso passar sopra.

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Foglie cadute – Adeline Yen Mah

Questa è l’autobiografia di Adeline nata nel 1937 a Tianjin, Cina.

Due settimane dopo la nascita, sua madre muore di infezione puerpuerale. Il padre si risposta con una donna bellissima, mezza cinese e mezza francese: in quegli anni, tutto ciò che è occidentale viene considerato superiore, e avere una moglie per metà europea è motivo di grande orgoglio.

La matrigna dà alla luce altri due figli, un maschio e una femmina.

Le differenze di trattamento tra i figli della prima e della seconda moglie sono subito evidentissimi: quello che mi ha lasciato perplessa durante la lettura è l’atteggiamento del padre di Adeline, totalmente sottomesso, obbediente come una scimmia ammaestrata.

Non si tratta solo di diverse dosi di affetto familiare: i figli di Jeanne sono vestiti in modo elegante, alla moda, mentre i figli della prima moglie sono costretti a indossare le divise della scuola. Gli amici della coppia se ne accorgono e chiedono le ragioni di questa disparità: purtroppo però nell’autobiografia non viene riportata la risposta del padre (era un uomo ricco, molto in vista nell’alta società del tempo).

Disparità ci sono anche nel cibo, nei giocattoli, nelle stanze dei bambini.

Leggendo delle ingiustizie di cui Adeline è fatta vittima (ma non solo lei), leggiamo anche la storia della Cina e di Hong Kong del Novecento, una storia che influenza la famiglia sia nelle ricchezze che negli spostamenti.

Adeline, nonostante le differenze di trattamento, riesce a diventare medico negli Stati Uniti e finisce anche per aiutare Lydia, la sorella maggiore, che l’aveva sempre maltrattata, e il di lei figlio, che studia al conservatorio grazie alla zia.

E’ un libro che ho letto in due giorni (314 pagine): mi sono appassionata a questo scontro di forze del bene e del male (per quanto si debba sempre ricordare che è un’autobiografia, dunque la visione può essere parziale), e non vedevo l’ora di arrivare alla fine per capire se alla fine Adeline sarebbe venuta in possesso della sua parte di eredità.

Sebbene il libro mi sia piaciuto, l’impressione generale che ti lascia in bocca è che non puoi fidarti di nessuno. I rapporti di forza e le insidie insite nella famiglia di Adeline sono così subdoli e ripetuti che fanno scricchiolare la tua fiducia nel genere umano: insomma, se fratelli e genitori si comportano così, cosa possono fare a chi non è della famiglia?

Amaro in bocca.

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Leggere Lolita a Teheran – Azar Nafisi @AdelphiEdizioni

Lo sapevate che tra i rimedi consigliati per placare il desiderio maschile c’è il sesso con gli animali? E qui sorge un problema non da poco: il sesso con i polli. Ad esempio ci si può chiedere se un uomo che ha fatto sesso con un pollo lo possa poi mangiare. Ma niente paura, il nostro leader ha pronta pe noi la risposta: no, né lui né i parenti più stretti possono mangiare la carne di quel pollo. Semmai, possono farlo i vicini, sempre che vivano ad almeno due porte di distanza.

Sono indicazioni fornite da un’opera dell’ayatollah Khomeini. Un’opera caldamente raccomandata per la lettura delle giovani generazioni, mentre autori “perversi” come Nabokov, James, Joyce e Austen erano visti come altamente immorali.

E’ questo il clima in cui Azar Nafisi si è trovata ad insegnare letteratura all’università.

Lei, che veniva da una famiglia colta, che di generazione in generazione si è distinta in Persia/Iran per le opere letterarie, si è trovata ad essere testimone (e a volte vittima) di ogni forma di sopruso che la mente umana possa immaginare.

Immaginare?

Verbo importante. Perché sembra che un regime – per tenerti controllato – cerchi di privarti anche della tua immaginazione.

Questo libro-memoir nasce dall’esperienza della Nafisi con un gruppo scelto di sue studentesse: per diciotto anni si sono incontrate a casa della loro insegnante per parlare di letteratura.

Erano ragazze che uscivano dalla realtà iraniana del tempo, dai ricordi di punizioni corporali e psicologiche, da limitazioni e umiliazioni, per entrare nel mondo della letteratura. E per poi scoprire che i romanzi, alla fine, parlavano proprio del mondo in cui vivevano.

Guardiamo James, ad esempio:

In quasi tutti i suoi romanzi la lotta per il potere – che è poi il motore dell’intreccio – nasce dalla resistenza dei personaggi alle convenzioni sociali, e dal loro desiderio di conservare, insieme alla stima altrui, la propria integrità.

Ma anche un romanzo come Lolita, che è solitamente considerato un’opera erotica, viene letto alla luce della loro esperienza quotidiana: e Humbert Humbert diventa un simbolo dell’uomo malvagio perché è totalmente insensibile, perché è incapace di mettersi nei panni altrui, di provare empatia, di vedere le persone per come sono, con le loro luci e le loro ombre. Insomma: un romanzo che denuncia il totalitarismo, che distingue le persone in amici e in nemici, in buoni e cattivi.

Vi dice niente che ci riguardi da vicino?

Infine, un ultimo estratto, per mostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessità che ha un regime illiberale di manipolare le informazioni:

Ogni giorno il governo faceva arrivare dalla provincia e dai villaggi autobus carichi di dimostranti che l’America non sapevano nemmeno dove fosse, e a volte pensavano che li stessero portando proprio là. Si vedevano regalare cibo e qualche soldo, e passavano la giornata a divertirsi e a far merenda con le famiglie davanti al covo di spie. In cambio dovevano semplicemente gridare “Morte all’America” e bruciare una bandiera ogni tanto.

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Io, Claudio – Robert Graves @LibriCorbaccio

Sì, bisogna decisamente superare le prime cento pagine per arrivare alla fine di questo romanzo, e ammetto di aver pensato di abbandonarlo più di una volta…

Prima di diventare imperatore, Claudio era uno sparuto storiografo zoppo, sordo e balbuziente che gli altri membri della famiglia (e parliamo di un Augusto, di un Tiberio e della furba Livia) ignoravano, quando non deridevano o evitavano apertamente. Era timidissimo, pieno di tic nervosi: insomma, credevano fosse scemo e non volevano che si esponesse in pubblico alle cerimonie per paura di esporre la famiglia a delle figuracce.

Sempre lasciato ai margini della direzione dell’impero, Claudio fa ciò che sa fare meglio: registra tutto ciò che accade. E questo romanzo sembra essere il resoconto dei fatti accaduti prima della sua rocambolesca nomina ad imperatore.

Vediamo gli ultimi anni di Augusto, prendiamo atto della spregiudicatezza della moglie Livia e della pericolosa indolenza del figlio Tiberio. Tutto mescolato in mezzo a decine e decine di avvelenamenti, suicidi pilotati, sanguinose battaglie e congiure.

L’uomo davvero non è migliorato, da allora. Il potere avvelena le menti: prova ne è Caligola, nipote di Claudio. Di lui si parla nell’ultima parte del libro, la più affascinante: la domanda che si impone è: come ha fatto un pazzo del genere a durare così tanto al comando di un tale impero?

Ci sono poi parti spassose, come quelle che descrivono la moglie di Claudio, Urgulanilla: mascolina, gigantesca, gli fa paura fin dal primo incontro. E lei non si smentisce: ad un certo punto fracassa la testa a qualcuno…

Ma è affascinante anche Livia (di cui avevo avuto un’immagine molto diversa sull’Augustus di John William): praticamente, alla storia è passato suo marito Augusto, ma è stata lei ad amministrare l’impero. E’ ricorsa ai suoi mezzucci, ha ammazzato bambini quando ha ritenuto necessario, ma, dài: come donna, le sarebbe stato permesso di mettersi in luce in altro modo, a quei tempi? Diciamo che è stata una che ha saputo adattarsi.

Il titolo di questo romanzo storico, sebbene fuorviante (Claudio non è il protagonista!), è servito da specchietto per le allodole: ma vi ripeto, dovete superare le prime cento pagine, prima di appassionarvi. Sono pagine dall’impatto secco, piene di nomi di generali e monarchi e tirapiedi. Andate avanti: merita di arrivare alla fine, magari anche solo per leggere di Caligola.

Ehi, ma perché mi meraviglio che Caligola sia rimasto in carica così a lungo, pur essendo pazzo? Gli uomini al governo oggi sono molto diversi?

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