La violetta del Prater (Christopher Isherwood)

Che libro particolare: la trama è sottilissima, e gira tutta attorno alla personalità del regista Bergman, che, nel 1933, sta girando un film ambientato a Vienna a ridosso della prima guerra mondiale.

A raccontare tutto è uno scrittore, che porta lo stesso cognome dell’autore del romanzo.

Bergman è un austriaco ebreo e ha la famiglia a Vienna, alla mercé delle rivolte e della violenza che stanno per scoppiare nel paese. La situazione si inasprisce e il lavoro del regista ne risente: i tempi si allungano e la casa di produzione ha in mente di togliergli il lavoro per affidarlo ad un altro.

Bergman, uomo orgoglioso e passionale, che di per sé si era sempre lamentato della stupidità del film, non adatto a tempi così turbolenti, ha un moto di orgoglio e finisce il lavoro, che ottiene ottime recensioni.

Tutto il libro è pieno di riflessioni sulla vacuità del film e del cinema: Isherwood, che diventa in breve tempo il miglior amico di Bergman, è un socialista a parole, come si conviene a quelli della sua cultura ed età, ma allo stato dei fatti non fa nulla per intervenire contro la guerra e i soprusi, come non fanno nulla tutti gli altri in Inghilterra.

Tutti sembrano sordi alle imprecazioni di Bergman, e nessuno gli crede quando dice che sta per verificarsi un’altra ecatombe.

Se si escludono gli sfoghi semi-violenti di Bergman, il resto del romanzo si snoda attraverso dialoghi e scene molto superficiali.

La prefazione di Giorgio Manganelli sembra scritta per non fa capire nulla a un lettore medio, e non aggiunge nulla al romanzo, se non una vaga allusione al regno delle ombre che io, personalmente, non ho colto.

Per me il libro è incentrato sullo scollamento tra intellighenzia e politica, sul disinteresse degli intellettuali per la situazione internazionale.

Un libro del genere non si legge per la trama, ma per la capacità di Isherwood di caratterizzare il protagonista, Bergman, che diventa il simbolo di una minoranza cosciente del futuro prossimo. Una specie di Cassandra che si indigna per la cecità di chi la attornia.

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