Eleanor Oliphant sta benissimo (Gail Honeyman)

Glasgow, giorni nostri.

Eleanor Oliphant lavora come contabile in un’azienda di graphic design. Vive di routine, manie, giudizi secchi e, nei week-end, di Vodka.

Non sa mai se quello che dice è adeguato, e si meraviglia di comportamenti che, per noi, sono scontati: un gesto di gentilezza, un abbraccio… Eppure, lo dice in continuazione, sta bene, benissimo.

Non che io avessi bisogno di nessuno. Come ho detto, stavo benissimo.

Un giorno le capita di essere presente quando il suo nuovo collega, Raymond, soccorre un vecchietto che si è sentito male per strada. Suo malgrado, viene coinvolta nell’incidente ed entra a far parte di un circolo di conoscenze e amicizie che escono totalmente dalla sua routine.

Per nove anni le uniche visite che riceve erano quelle dell’assistente sociale e dell’addetto ai contatori elettrici.

Ma… perché l’assistente sociale?

Il passato di Eleanor viene svelato poco alla volta. Si capisce che le è successo qualcosa di brutto di cui non vuole parlare, ha una vistosa cicatrice sul volto e ogni mercoledì riceve una telefonata da sua madre che è sempre sprezzante e offensiva, tanto da indurre il lettore a chiedersi più volte: ma perché non taglia i ponti con una donna del genere?

Vi capita mai di immedesimarvi nel personaggio di un romanzo tanto da esserne preoccupati? (Escludendo del tutto il fattore alcool, che io non assumo).

Ignoratemi, passate oltre, non c’è nulla da vedere qui.

Anche io mi chiedo sempre se quello che dico e come mi muovo è adeguato, anche io ho avuto un rapporto “burrascoso” con mia madre, anche io faccio fatica ad aprirmi con le persone, e anch’io penso spesso (tanto, tanto, tanto spesso):

Non avevo dato nessun contributo al mondo, assolutamente nulla.

E non so se a voi capita di pensare anche:

Non illumino una stanza quando entro. Nessuno spasima per vedermi o sentire la mia voce.

Era la voce della mamma a giudicare in continuazione e a incoraggiarmi a fare lo stesso.

Mia madre era una che non riusciva a non esprimere giudizi sulle altre persone ed erano, nel 99% dei casi, giudizi negativi. Anche nei confronti delle persone che, adesso che è morta, si consideravano sue amiche. E io avrei questa tendenza a vedere il peggio negli altri, anche se cerco di fermarmi a riflettere prima che il pregiudizio diventi una forma mentis.

Questo romanzo ha avuto un sacco di successo ed è meritato, ma credo che sia stato accolto così bene perché tocca delle corde che tutti noi sentiamo risuonare nella gabbia toracica. Ognuno di noi si sente inadeguato per qualche difetto fisico o morale o intellettuale.

Il finale del libro è realista: non troppo lacrimevole, non troppo apertamente ottimista.

Da leggere.

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