Como los cuervos (Jeffrey Archer)

Londra, primi del Novecento.

Charlie Trumper è un ragazzino il cui sogno è di vendere frutta e verdura al mercato, come fa il nonno col suo carretto.

La vita lo porterà un po’ più in là, ma col dovuto tempo.

Intanto scoppia la prima guerra mondiale e Charlie si offre volontario. In Francia fa amicizia con Tommy, che però viene ucciso da una pallottola vagante a causa del superiore, un certo Trentham.

Quando torna a casa, ritrova Becky, la sua socia d’affari, con la quale aveva acquistato un negozio e scopre che è diventata bellissima. Ma è anche la ragazza di Trentham… che la mette incinta e la abbandona andandosene in India. Non è una bella situazione per una ragazza negli anni Venti, perciò Charlie si offre di sposarla e lei accetta ben volentieri.

Ma Charlie non è capace di adagiarsi sugli allori: il negozio che gestisce con Becky non gli basta. Il suo scopo è acquistare tutti i negozi della via. Per far questo, deve affrontare l’astio di Trentham e della sua famiglia, ma, un po’ alla volta, il suo impero commerciale si allarga, così come la sua famiglia e la sua cultura, dato che si laurea di nascosto dalla moglie per farle una sorpresa.

Ecco, da questo punto in poi il libro diventa noioso. E’ tutto un susseguirsi di furbizie e ragionamenti volti all’accaparramento dei negozi. Per di più, Trentham, il suo antagonista, muore in Australia, e viene meno una bella fetta di scontro diretto (che, a dirla tutta, non è mai stato esplicito perché i due – dopo la guerra – non si sono mai più incontrati a quattro occhi).

Non si risolleva neanche con la furbizia di portare avanti la storia attraverso gli occhi di diversi personaggi, sia buoni che cattivi: anzi, forse questo contribuisce ad aumentare la noia, perché ogni personaggio riprende fatti già accaduti per parlarne secondo il proprio punto di vista e poi portare avanti la storia solo di un pochino, in modo da dare l’aggancio al punto di vista successivo.

E la noia non si dissipa neanche con gli eventi storici che vengono seminati qua e là, perché, per essere un romanzo storico, mancano i dettagli che dovrebbero farci “vedere” di più.

Lo ho interrotto a pagina 322 (su 622) perché, sebbene il livello di spagnolo non sia troppo alto per le mie conoscenze, la storia cominciava davvero a farsi noiosa.

Ah, non lo ho trovato tradotto in italiano: si vede che le nostre case editrici sono più sveglie di quelle spagnole.

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