Mi chiamo Lucy Barton (Elizabeth Strout)

Bello.

Un romanzo in cui, con pochi eventi, si dipana la vita di una famiglia.

Lucy Barton è ricoverata in ospedale per diverse settimane. Non ci dice di cosa è malata, ma solo che, ad un certo punto, sua madre viene a trovarla e sta con lei qualche giorno e qualche notte, dormendo pochissimo.

Detta così, sembra che la signora sia sempre stata una madre comprensiva e affettuosa: niente di più lontano dalla realtà. Perché la famiglia di Lucy Barton e dei suoi due fratelli è stata una di quelle che oggi chiameremmo “disfunzionali”.

Poverissimi, per anni hanno abitato in un garage gelato in inverno e caldissimo in estate. Niente TV, niente giornali, niente libri.

Lucy ha dei flash in cui si vede rinchiusa a cinque anni in un furgone, perché i genitori dovevano lavorare e non potevano pagarsi una baby sitter. Ha altri flash che riguardano il fratello, costretto dal padre a sfilare sulla strada del paese con i tacchi alti perché scoperto mentre indossava i vestiti della madre.

E poi ha tanti altri flash che ci fa solo intravvedere senza raccontarcene i dettagli: ci basta sapere che c’è qualcos’altro, oltre quello che ci dice.

Eppure, dopo un’infanzia e una gioventù del genere, Lucy Barton è felicissima di avere la madre accanto a sé: non le interessa quello che dice, le basta sentire la sua voce.

Deve essere così, perché in realtà la madre di Lucy Barton non parla di niente che sia davvero importante.

Quando la figlia cerca di andare sotto la superficie, quando le dice che le vuole bene, quando le fa una domanda che ha sempre desiderato farle, si scontra con il silenzio o con una battuta nervosa.

Per cinque giorni e cinque notti le due donne restano insieme senza mai davvero parlarsi.

Conoscete un nucleo romanzesco che sia più vero dell’incomunicabilità?

Quanti dialoghi vi capita di fare nel corso di una giornata?

Intendo, quante volte parlate con una persona di argomenti che vi toccano sul serio: le paure, le speranze, i sospetti, l’amore, l’odio…?

Vi rendete conto di quanto si parla senza dire nulla che sia davvero NOI? Parliamo del tempo (madonna, se ne parliamo!), di lavoro, della spesa, del governo, del cagnolino, del tweet, del vicino di casa, e mai di noi.

Si va avanti lo stesso. C’è gente che trascorre una vita così e non sente la mancanza di nulla.

E poi ci sono quelle come Lucy Barton, consapevoli di non saper mai cosa pensa un’altra persona, neanche quando ci parla assieme. Forse soprattutto, quando ci parla assieme.

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