Quello col piede in bocca (Saul Bellow)

E’ una raccolta di racconti medio-lunghi ambientati nell’America del Nord nella seconda metà del Novecento.

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, il protagonista scrive una lunga lettera alla signorina Rose che quasi trent’anni prima ha offeso senza motivo. E con l’occasione, racconta la propria vita e le figuracce che ha fatto nel suo ambiente per la sua incapacità di pensare alle conseguenze di quello che diceva, voglioso com’era di mettere in pratica il famoso umorismo ebraico.

Insomma, ci presenta un personaggio colto che vive in un ambiente altrettanto colto e ricco, ma che non sa rapportarsi in maniera decente.

Tra i miei clienti è sempre chi legge di più a cacciarsi nei guai più grossi.

In “Come è andata la vostra giornata”, invece, la protagonista è una donna: è intelligente e piena di iniziative e attività, ma non vuole, non deve mostrarlo: è diventata l’amante di un professorone che gira il mondo idolatrato dai suoi fans, ma che non dà attenzione alle persone che ha davanti agli occhi.

Katrina era stata educata a considerarsi una stupida. Il sapere di non esserlo era un importante postulato segreto della sua scienza femminile.

E’ interessante questo rapporto così apparentemente squilibrato: alla fine non si sa chi, tra i due, ci guadagni davvero, o chi ci perda di meno.

In “Un piatto d’argento”, il gentile e integrato Woody affronta la morte del padre a cui era attaccatissimo, nonostante fosse un uomo di scarsi principi morali.

In “Cugini”, il protagonista è invischiato in una rete di parentela da cui non riesce a liberarsi: deve scrivere lettere a un giudice per aiutare un cugino in prigione e mettere in moto altri parenti per supportare l’ultimo desiderio di un altro. Ogni nodo di questa rete è un personaggio unico, descritto in un modo che ti fa rimpiangere di non essere tu l’oggetto della descrizione.

Sì, è questo che mi piace, di Bellow (come di Philip Roth): descrivono i propri personaggi facendoti desiderare di venir descritto da loro, come se una loro pagina potesse svelare di te qualcosa che ancora tu non sai.

Bellow purtroppo è morto, non scriverà mai una pagina su di me, ma se leggo le vite dei suoi personaggi, c’è sempre qualcosa che mi appartiene. Questo Qualcosa raramente è un aspetto esteriore: un lavoro, un abbigliamento, un’abitazione.

I dettagli esterni sono sempre troppo variegati per coincidere con i miei (con i nostri), e poi Bellow ambienta le storie in un’enclave ebraico-americana, niente di più lontano dalla mia realtà. Però ogni personaggio si rapporta agli altri e a se stesso come fa un essere umano, indipendentemente dal luogo e dal tempo.

In fondo, se il nostro intelletto si evolve, la nostra emotività è rimasta ai tempi della pietra, non importa se viviamo in una palafitta o in un grattacielo di Manhattan: cerchiamo approvazione, conferme, anche se non sappiamo cosa cerchiamo e se spesso ci accontentiamo di surrogati. Bellow ci parla di questi surrogati.

Il carattere di un essere umano non si vede nel gesto eroico, plateale: si vede nella vita di tutti i giorni, nella routine, nella banalità dei rapporti con gli altri. E’ quello che ci racconta Bellow, estraendone il succo, scegliendo cosa dirci.

Un libro di Bellow è meglio di una seduta dallo psicanalista.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.