Dopo l’amore (Giancarlo Marinelli)

PREMIO CAMPIELLO 2002 – SELEZIONE GIURIA DEI LETTERATI

Dopo la storia dei quattro amici di Nevo (v. post precedente), eccoci con la storia di altri tre amici, ma nella campagna polesana, lungo il Po’, e l’atmosfera non può essere più diversa.

L’ambientazione ti dà subito un pugno in faccia: è proprio squallida.

I tre amici vivono in un paesetto che non ha niente da offrire. Camillo fa l’operaio, Franco vive di un non meglio identificato import-export, e Mattia fa il cassiere di giorno e studia di notte per prendere il diploma.

Quando dei giovani cercano qualcosa da fare in un posto del genere, finiscono a bere birra, fumare, cercar donne che possano offrire qualcosa di veloce e poco impegnativo. Una sera si trovano in un locale a luci rosse, e Mattia si innamora follemente di Jessica, una delle ballerine che arrotonda lo stipendio chiudendosi coi clienti dietro ai separé.

Ma Mattia non sa come trovare Jessica, e per cercare di dimenticarla inizia a frequentare Martina, di cui Franco è innamorato perso.

Oltre all’atmosfera di squallidume del luogo, a rendere il tutto ancora più depresso ci sono anche le storie che Franco e Mattia hanno alle spalle.

Franco ha una sorella all’ospedale, malata terminale, che lo ha cresciuto, e Mattia ha perso la madre per un tumore. A ciò si aggiunge un vecchietto che incontrano al locale e che sta perdendo la moglie – sempre per un tumore – e che si imbruttisce con le pornostar (e vi avviso che l’autore non vi sconta niente sulle descrizioni).

Nonostante la tristezza dell’ambiente, però, l’autore descrive Mattia e Franco in modo multisfaccettato, senza ricorrere a cliché e senza lasciare che i suoi personaggi si lascino deformare dai luoghi che frequentano.

Quello che ti prende di questo libro è lo stile di scrittura: sembra poesia, pieno di figure retoriche, bellissime immagini, metafore, similitudini, parole inventate…

Ma, secondo me, questa scrittura densa e melodica è anche il limite del libro. Perché personaggi così, nati e vissuti in un luogo così squallido e triste, non possono parlare come poeti. Non ci sta proprio. E’ una nota stonata.

Verso la fine, poi, Franco compie un’azione che è piuttosto estrema ma che non si incastra bene con il comportamento che ha mostrato fino a quel momento: prima, c’erano sì degli accenni a tramacci e affari poco chiari, ma lui – a noi – si mostra sempre come uno molto legato agli amici e all’idea di un amore ideale, uno che non spiega bene che lavoro fa ma che non frequenta delinquenti né va in giro col macchinone acquistato con soldi sporchi. Insomma, questo gesto è come un pesce che salta fuori da uno stagno prosciugato…

Credo che il premio Campiello lo abbia preso più sulla fiducia e sull’ambientazione polesana che per le effettive caratteristiche del libro.

Ciò non toglie che una scrittura così può dar molto. Magari ho solo sbagliato libro.

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