America non torna più (Giulio Perrone) @HarpercollinsIT

Giulio Perrone ci racconta di suo padre e del rapporto con lui, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita. Questo periodo, però, è intervallato da pagine in cui il figlio, rivolgendosi direttamente al genitore, riporta i racconti che ha sentito per anni e anni, e che lo riempivano di meraviglia e ammirazione per quel giovane degli anni Sessanta che sapeva divertirsi con gli amici.

Perché Giulio, del padre, ha conosciuto solo il lato volto al sacrificio, gli incitamenti a impegnarsi di più, a ottenere di più, a diventare qualcosa di più. Ma Giulio, nei suoi vent’anni ha altro per la testa: l’impegno lo dedica solo alle cose che gli interessano davvero (un lavoro in radio, la poesia, i libri), e che il padre giudica senza futuro.

Quando al genitore viene diagnosticato un tumore maligno che gli lascia pochi mesi di vita, tutto accelera: Giulio, pur rendendosi conto che non avrà il tempo di dimostrare a suo padre che riuscirà a far qualcosa anche con le suo passioni, non riesce ad evitare la rabbia.

Rabbia per la malattia e l’impossibilità di parlarne apertamente, per il tempo che non c’è, per il non detto, per aver ceduto tante volte; ma anche rabbia contro se stesso, che non riesce a non scappare in cerca di sollievo pur sapendo che in casa hanno bisogno di lui.

Credo che quando un libro autobiografico riesce a creare empatia, ha svolto gran parte del suo (non facile) compito.

Nel mio caso, mi son sentita spesso parte in causa per via di una serie di coincidenze.

Anch’io avrei voluto studiare in una facoltà diversa, ma alla fine ho scelto scienze politiche per ripiego a causa dei miei genitori; anche mia madre è morta di tumore dopo molti mesi di martirio, ed è morta un anno prima del padre di Perrone; anch’io ero nei miei vent’anni e cercavo di scappare da quella realtà e mi sentivo in colpa; anche mia madre mi pungolava continuamente perché mi impegnassi a trovare un lavoro serio (che per lei significava ben pagato); anch’io avevo un rapporto difficile con lei e la sua morte ci ha impedito di chiarire molte cose.

Il padre di Perrone era un carattere forte, capisco dunque perché il figlio cercasse di evitare lo scontro, e capisco perché si sia fatto tre mesi in accademia navale, pur odiando la vita militare, al solo scopo di compiacere il genitore.

Capisco anche la sua voglia di allontanarsi, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente dalle scelte del padre, dalle grandi (mettere la testa a posto, creare una famiglia, trovarsi un lavoro fisso e riconosciuto) alle piccole (i generi musicali).

Capisco infine perché Perrone ci abbia messo così tanti anni prima di scrivere di suo padre; ma ha fatto bene ad aspettare: è difficile descrivere la sensazione di una bruciatura quando la pelle ancora sfrigola.

Leggere un libro così ci aiuta a universalizzare le nostre esperienze, senza sminuirle, anzi.

Perrone però ci ha raccontato solo di quel periodo, e ce lo ha riproposto coi toni caldi di quei mesi. Mi piacerebbe sapere come è andata… dopo; quando la rabbia e la confusione sono defluite. Ce ne offre solo un rapido cenno, raccontandoci di come abbia portato il proprio figlio alla tomba del padre, quasi vent’anni dopo la sua morte.

La mia curiosità rimane, perché la visita alla tomba non rappresenta la chiusura del cerchio.

Quando muore un genitore, non si chiudono i cerchi.

I genitori ce li portiamo dentro sempre.

4 Comments

Filed under Libri & C.

4 responses to “America non torna più (Giulio Perrone) @HarpercollinsIT

  1. Mi spiace per la tua dura esperienza nella perdita di tua madre. Hai ragione quando dici che quando muore un genitore non si chiudono i cerchi…. è così anche per me.
    Il libro sembra davvero interessante, come spesso lo sono quelli autobiografici, che sanno raccontare esperienze umane di gioie e dolori, di sogni e di speranza.

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  2. Ennesimo post – capolavoro. Sono sempre più orgoglioso di essere da anni un tuo regolare lettore e commentatore.

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